Gli avori salernitani all’interno della cultura medievale mediterranea

Scritto da , 23 gennaio 2017

Successo per la conferenza di Antonio Braca tenutasi nella sede della soprintendenza a Palazzo Ruggi D’Aragona

Di AMBRA DE CLEMENTE

La soprintendente Anna De Martino, con l’intervento dell’architetto Casule, presenta la conferenza sugli avori di Antonio Braca ricordando la mostra sugli avori salernitani curata da Ferdinando Bologna. L’argomento non si è potuto esaurire in una sola serata ma sarà un argomento seminariale per un pubblico vasto ed acculturato. L’immagine come sintesi di cultura ed elaborazioni per Antonio Braca ci consente di capire le fonti iconografiche da ricostruire, che nel medioevo erano cadute in disuso e non rappresentate, con la realizzazione del ciclo biblico ed evangelico del primo medioevo. Nulla come il tempo che scorre sa modificare e celare le opere degli uomini. Può capitare così che reperti di innegabile bellezza vengano dimenticati, trasportati in luoghi diversi, divisi ed in parte dimenticati. E’ questo il caso degli “avori salernitani”, un ciclo di 67 tavolette eburnee ascrivibili all’XI-XII secolo e raffiguranti scene dell’Antico e del Nuovo Testamento. Questo ciclo di avori, per la sua completezza (70 erano i pezzi originali) e stato di conservazione, è oggi ritenuto il più importante al mondo, tanto che alcuni pezzi sono conservati a Parigi, Berlino e New York, mentre il resto del ciclo è esposto fortunatamente a Salerno, presso il Museo Diocesano. Nelle tavole si possono ammirare diversi episodi delle Sacre Scritture in tutta la loro solennità, rappresentati con maestria nella morbida colorazione dell’avorio attraverso la tecnica dell’incisione diretta con decorazioni a pasta vitrea per gli occhi delle figure, come da tradizione carolingia. L’analisi stilistica rivela poi la paternità di ben quattro maestranze, botteghe salernitane estremamente moderne ed eclettiche per l’epoca, che, in una cifra stilistica complessivamente tendente al romanico settentrionale, con la sua essenzialità rappresentativa, hanno saputo intrecciare influssi bizantini classicheggianti e suggestioni decorative arabeggianti, tendenze queste che si accentuano nelle rappresentazioni neotestamentarie. Seppur l’intero ciclo ritrae, con soluzioni efficaci e ricercate, una vasta gamma di episodi, espressioni e gestualità, si distinguono soprattutto “L’Ascensione”, di notevole complessità compositiva, e “Incredulità di Tommaso”, per le intuizioni prospettiche innovative (la prospettiva s’affermerà ufficialmente solo con Giotto a ridosso del XIV secolo). Ancora oggi si dibatte sulla destinazione originaria di queste minute quanto preziose opere, anche se quasi sicura sembra la loro provenienza dal Duomo, dove dovevano avere una funzione ornamentale piuttosto colta, non rientrando in quella che invece era “la Bibbia per poveri”, ovvero il complesso di raffigurazioni artistiche che illustravano le Sacre Scritture al popolo analfabeta. Dopo una misteriosa dispersione durata secoli, causata verosimilmente da uno scellerato traffico d’arte, Salerno vanta oggi nel suo centro cittadino un’opera dal valore assoluto che, a nostro parere, deve ritornare al più presto al centro di retrospettive che ne diano la meritata visibilità nel contesto nazionale e non solo.

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