Giovanni De Falco e Mozart: alla ricerca dell’ineffabile e del sublime

Scritto da , 9 Luglio 2019
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di Nunzia De Falco

Sabato pomeriggio mi è venuta voglia di ascoltare Mozart. Qualcosa di breve ma, al tempo stesso, capace di dilatarsi in sensazioni estese, nel suo mistero di inafferabilità: l’Adagio della scena XIX del Don Giovanni. Un terzetto di maschere, ossia Donna Anna, Donna Elvira e Don Ottavio travestiti che intonano il brano: “Protegga il giusto cielo”. Poco più di 2 minuti di misticismo sonoro immerso nella sensualità seducente e oscura dell’opera, un concentrato di spiritualità laica a cui Mozart, non a caso, fa corrispondere parole dapontiane di colloquio col divino. Un’espressione statico-estatica di catarsi e contemplazione ascetica, ispirata da sentimenti di trascendenza, come accade anche in certe pagine mozartiane di scrittura sacra. Forse quasi il richiamo ad una possibilità di riscatto che la musica suggerisce, attraverso la preghiera, a Don Giovanni, sonora speranza di cogliere un’opportunità di purificazione che non attraversa regole cerimoniali, ma viene direttamente affidata all’anima, grazie ad un conforto elettivo che è stasi, pace, immobilismo con potenzialità di actio spirituale. Attraverso l’equilibrio delle tre voci in moderato contrappunto, che funzionano come tre strumenti, supportate da un’orchestrazione ponderatissima ed essenziale Mozart, pur se attratto dalla capacità di condurre il tratto del suo segno sonoro su una condotta di pura meditazione estatica, non dimentica la dimensione terrena di chi rivolge quel pensiero fatto di musica, così affida ad Elvira, la più terrena ed impetuosa tra le tre maschere, dei piccoli interventi isolati, che si fanno ben sentire tra le volute cristalline di Anna a cui corrisponde il supporto di Ottavio anche testuale. Le cellule che emergono sono espresse in una tessitura centrale più terrena e brunita, con cui la donna pronuncia parole di vendetta per il suo amore tradito. E’ la sofferenza il motore della preghiera. Siamo uomini, ma capaci di elevarci se lasciamo esprimere il nostro io più puro, etereo, forse fanciullo. Don Giovanni, però, non è pietra grezza che si può levigare e non avvertirà la tentazione della purezza, immerso nel suo edonismo brutale; lo capiamo fin dalla battuta che segue immediatamente l’Adagio, ricavato in una piccola parentesi tra il Minuetto che lo precede e l’irruenza di un Allegro vorticoso che ci trascina di colpo in un’atmosfera terrena, promiscua. Ancor prima di riflettere sul senso drammaturgico di questa musica, erano state le sensazioni fisiche suggerite da un ascolto che evoca il “bello assoluto” a farmi amare le pagine mozartiane del terzetto e a farmele ritenere tra le più limpide mai scritte, in particolare nella versione del 1987 diretta da Muti, con regia di Strehler, presso il teatro alla Scala. Pochi minuti di ascolto capaci di “dilatarsi” in pensieri e sensazioni, in cui mi sono cullata in compagnia di due concetti che ho sentito pronunciare spesso a mio padre: “sublime” e “ineffabile”. Inafferrabili, emblemi di elevazione, capaci di interfacciarsi col divino, sono obiettivi di chi si avvicina ad una musica vissuta così come la stiamo intendendo in queste pagine. Proprio sulla scia delle riflessioni appena esposte, che hanno aperto un varco ai ricordi, il telefono è squillato: “puoi scrivere 3000 battute entro lunedì mattina per descrivere il rapporto tra Giovanni De Falco e Mozart?”. Il confine tra il caso e quelli che interpretiamo come “segni” talvolta è molto labile, ancor più se sorretto da argomenti che hanno a che fare con dimensioni di ascesi ed elevazione spirituale, a cui l’umanità talvolta anela soprattutto quando il dolore va a farle visita. Allora voglio vederlo come un segno. Senza traccia di bigottismo, ma nell’espressione di una religiosità che si nutriva anche di spiragli di laicità, papà, anima eletta capace di percepire e mettere in circolo comunicativo argomenti borderline tra l’estetica, la religione e la scienza, condotti dal fil rouge della musica, amava condividere il senso di quello che suonava con noi della famiglia, coi suoi studenti, con chiunque lo volesse. Ancor prima che arrivasse la telefonata, pensavo a tutto questo e da lì ho continuato a pensarci, frugando negli angoli della mia mente, nei momenti condivisi insieme, in cui era tutto un confrontarsi su questioni che, a partire da spunti musicologici, si estendevano oltre i limiti delle note e dei suoi linguaggi. In particolare, anni di ricerche e di studio sia teorico che pratico lo hanno visto entusiasta conoscitore ed esecutore del KV 622, per il quale volle procurarsi il clarinetto-bassetto, dopo una scrupolosa analisi filologica, sul quale articoli, interviste, conferenze non bastavano a saziare la sua voglia di occuparsene. Dei tre tempi, amava soprattutto l’Adagio: “Mozart negli adagi sapeva sempre esprimere molto, talvolta grazie all’ausilio di contrasti. Nell’Adagio del KV 622 c’è la vena malinconica del clarinetto-bassetto, più profonda della sonorità del clarinetto soprano. Quando lo suono, percepisco un effetto ancora più vellutato. Per questo Adagio, Mozart sceglie la tonalità di Re maggiore per non conferirgli tristezza assoluta, non tristezza dolorosa, ma tristezza sublime, nostalgia, elevazione dello spirito, maturazione grazie al godimento di una bellezza estatica. Non è abbandono di un io lamentoso, è esaltazione spirituale”. Non so quali adagi avesse in mente, oltre quello del KV 622, quando papà ha rilasciato questa intervista che gli fu fatta dopo una brillante esecuzione, proprio del KV 622, con l’Orchestra del Teatro “G. Verdi” di Salerno, diretta da Vincenzo Cammarano nel maggio del 2003, ma nel riascoltarlo, ho riannodato i fili di un’affinità nel nostro sentire. Non so se, tra i vari adagi, avesse in mente anche il terzetto delle maschere, da cui è partito il mio confronto elettivo con papà su questioni mozartiane, ma l’incontro tra i miei ed i suoi pensieri così, a caldo, è stata riprova di un intento comune che ancora si rivela. Per poter scrivere in compagnia del suo estro e della sua sensibilità, mi sono abbandonata, tutta la mattinata, all’ascolto delle sue esecuzioni, mozartiane e non solo. La straordinaria capacità di rendere vive le sue convinzioni, attraverso grande perizia tecnica ed incredibile sensibilità umana ed artistica, ha sempre generato ammirazione e commozione collettiva, oggi intinta di malinconia, che ci auguriamo di saper sublimare, come Mozart ci insegna. A questo si aggiungeva la voglia di superare i limiti delle possibilità in nome dell’emozione, di dissertare la comfort zone a cui spesso ci si abbandona “per non correre rischi” infatti, nel bel mezzo dell’Adagio del KV 622, quando il clarinetto resta nella solitaria elocuzione cadenzale, con un piano dolcissimo e delicatissimo, legava alla cadenza la ripresa del tema iniziale, senza prendere fiato e lasciando tutti noi senza fiato per quella dimostrazione di coraggio, tecnica, emozionalità, attraverso cui sfidava le possibilità respiratorie, senza farcelo pesare, ed indicava all’orchestra la strada da percorrere, di concentrazione assoluta per affidare le emozioni più pure alla delicatezza del sussurro. Di queste sue capacità, allenate con ore di studio, disciplina, attività fisica, di confidenza col clarinetto-bassetto, strumento complesso da padroneggiare, non faceva mistero, non teneva per sé il segreto dell’atleta che gareggia ma, con la generosità dell’allenatore che suggerisce, ne condivideva coi suoi studenti le astuzie e la maestria, non priva di immaginazione, come se le frasi avessero elocuzione, grazie alle note, espressività di un logos preciso. Esecutore di (quasi) tutta la letteratura ideata per clarinetto, è stato grande interprete delle cifrature massoniche del KV 581, lo Stadler-quintet in cui il clarinetto colloquia in “rivalità fraterna” col quartetto, sempre inserendone la prassi nel contesto storico-estetico, per non desemantizzarne i linguaggi, ma per corredare le scelte di attente, ponderate motivazioni culturali, sulla cui scia ha sempre voluto far incamminare i suoi studenti. In un lascito la cui mole rende difficile districare le informazioni, mi sono incamminata, raccontandovi solo una minuscola parte del rapporto di papà con Mozart. E’ un’eredità di suoni, alcuni dei quali rintracciabili su Youtube, altri in dischi, altri in DVD privati che spero di poter condividere ma, soprattutto, un’eredità emotiva che mi è stata trasmessa: la capacità di rendere suono un mondo interiore. Ricerco quell’ atmosfera fonica e quelle intenzioni ogni volta, quando incontro i suoni che ho sentito da lui fin da prima che nascessi: un connubio di perizia tecnica ed emotività, filtrati da intuizioni storiche e filosofiche, che riusciva a rendere musica. Il nostro mondo interiore diventa suono e quello… non si emula! Quando lo riascolto, mi sembra di essere in continuo contatto con quel suo mondo interiore, così generoso nel comunicarsi. So, allora, che non se ne è mai andato.

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