Giovanni De Falco: cinquant’anni di grande musica

Scritto da , 22 giugno 2015

 

Il clarinettista acerrano, ex docente del nostro conservatorio, oggi maestro al San Pietro a Majella, sarà festeggiato domani pomeriggio nel castello baronale del suo paese natale

Di Olga Chieffi

Tutto iniziò nell’estate del 1965 dinanzi alla cassa armonica ove suonava la banda. Da allora il M° Giovanni De Falco, acerrano, d’origine ma nostro concittadino, ha scelto di fare della musica la sua vita, scrivendo una preziosa pagina nella storia della scuola italiana del clarinetto. Lo abbiamo incontrato alla vigilia dei festeggiamenti che il comune di Acerra, suo paese natale, ha indetto per domani alle ore 18,30 nel Salone dei Conti del Castello Baronale, per celebrare mezzo secolo di studio, ricerca, grande musica, insieme allo storico della filosofia Aniello Montano, ad Aniello D’ Iorio collaboratore della Cattedra di Storia Moderna del Dipartimento di Scienze Politiche della Federico II di Napoli e al vicesindaco Tito D’Errico, coordinati dal M° Modestino De Chiara

Maestro, come il clarinetto ha scelto lei? E’ lo strumento che sceglie il suo compagno è così?

Sono nato ad Acerra, città di tradizione bandistica. Alfredo, il mio papà, era un grande appassionato di musica, spesso chiedeva al capobanda artistico della banda locale, don Giovanni Di Costanzo, d’insegnarmi l’arte dei suoni. Il giorno 11 giugno del 1965, 50 anni fa, ebbe inizio il mio cammino nel mondo musicale.

 Affrontiamo la sua storia clarinettistica Maestro. Lei ha seguito un percorso accademico. Quali sono state le tappe principali della sua formazione?

Le tappe fondamentali sono state diverse. La prima, sicuramente, è stata l’ammissione al Conservatorio di Musica di Napoli (allora non era cosa semplice); poi la mia idoneità al San Carlo di Napoli e le collaborazioni fatte per circa 4 anni con l’orchestra del massimo teatro partenopeo, molti concerti effettuati da solista con formazioni di prestigio internazionale: London Chamber, I solisti di Salisburgo, Quartetto Moravo e soprattutto con il Gobel trio di Berlino.

 Dei suoi maestri, a chi è più affezionato, fatto salvo naturalmente che ognuno di loro le ha donato una scintilla?

Al mio maestro di musica da camera Salvatore Altobelli, per le scintille divine trasmesse dai suoi insegnamenti musicali. Al maestro Terenzio Gargiulo, il direttore del Conservatorio napoletano, che veniva a farci visita nelle classi e a sentirci suonare. Incoraggiava, sosteneva ed aiutava tutti i bravi allievi, futuri musicisti.

Abbiamo una partitura, dunque un testo dettagliato e ricco di informazioni, celate da una scrittura davvero particolare, oserei dire quasi soggettiva. Qual è il suo concetto di interpretazione, che margine di libertà ha l’artista? Cosa vuol dire interpretare secondo il Maestro Giovanni De Falco?

La Musica, anche se non semantica ma emozionale, è il linguaggio dei suoni. L’interprete ha il compito di rendere alla musica stessa, e indirettamente ai suoi fruitori, la capacità di leggere il testo semiografico e tradurlo in suoni. L’intero messaggio sentimentale, contenuto in un brano, deve essere trasmesso musicalmente con la lucentezza intellettuale e coerenza concettuale. Un buon interprete è un concettualizzatore dei suoni.

Ha affrontato l’intero corpus dedicato al clarinetto di Wolfgang Amadeus Mozart. Quanto lavoro comporta affrontare un’intera opera così ricca di sfumature interpretative, di diverse difficoltà tecniche, e che richiede una sofisticata cura del suono? Quale metodo ha utilizzato per studiare tutto nei minimi particolari?

L’intera vita non basta. La musica vera è infinita, quindi una vita finita può dare risposte approssimate, anche se esaustive, non complete. Il sistema da me usato, particolarmente per lo studio delle composizioni mozartiane per clarinetto, è stato quello dell’analisi di filologia musicale.

Maestro, lei clarinettista, artista dal temperamento davvero versatile, si dedica con altrettanto impegno all’attività di concertista, oltre che di insegnante e saggista. Ci dica allora Maestro, qual è il “segreto” che le consente di calarsi con rara disinvoltura in ruoli.

La musica è linfa vitale. Della musica si deve conoscere non solo il linguaggio sonoro, ma gran parte dell’universo scientifico culturale che la circonda. Un musicista deve essere non solo “atleta perpetuo del suo strumento” ma, soprattutto, studioso dell’intera arte, dal punto di vista teorico e speculativo. Altro ancora è la didattica, che prevede una ricerca continua, fatta di comunicazione pedagogica e interazione. Secondo me tutto parte dalla conoscenza e da uno studio incessante.

 Come definirebbe il suono del clarinetto?

Da molti, il suono del clarinetto è definito dolce, brillante, vellutato ecc. Io penso che il suono del clarinetto si evolva con i tempi e con le circostanze musicali. Il suono di un clarinetto d’orchestra lirico – sinfonico non è uguale al suono di un clarinetto di formazione cameristica. Un clarinettista jazzista ha una tavolozza timbrica diversa e lontana da uno clarinettista – concertista classico. Il suono bello che si voleva nei conservatori 30 anni fa era diverso da quello desiderato ai tempi odierni. Per me, il suono del clarinetto deve essere sia chiaro che scuro, sempre caldo, poiché deve tinteggiare il timbro dinamico di una voce matura, per poter cantare all’infinito l’amore.

Esiste una scuola italiana, un suono italiano, e come si incastona tra i grandi blocchi, francese e tedesco? Quali le caratteristiche?

Esiste la scuola clarinettistica italiana, nata a Palermo con Raffaele Aquila nel 1756 che, fino ai giorni nostri vanta talenti di riconosciuta fama internazionale. I nostri bravi clarinettisti italiani hanno occupato ed occupano ruoli internazionali di grande spessore. Molti nostri clarinettisti sono apprezzati in tutto il mondo.

Guardando il nostro sistema musicale per intero (conservatori, corsi, orchestre) cosa è che non va? Come e quanto è cambiato nella sua carriera il modo di “Far Musica”?

Il nostro sistema musicale è rovinato da leggi inappropriate. La riforma degli studi musicali ha dato un colpo devastante al nostro sistema didattico dei conservatori. La riforma andava fatta sicuramente, ma bisognava conservare la fisionomia della tradizione didattico-musicale italiana. I Conservatori sono nati a Napoli, quindi in Italia. Dovevamo proteggere questa nostra invenzione e tradizione. Il mio modo di fare musica è cambiato nel 1981, durante alcuni concerti all’estero. Capii che dovevo internazionalizzare il modo di eseguire musica con il clarinetto, perfezionare i miei studi musicali e, soprattutto, far interagire la cultura generale e la cultura musicale per migliorare la qualità interpretativa delle mie esecuzioni clarinettistiche.

  Lei è un maestro eccezionale e ce ne accorgiamo dai suoi allievi. Su quali qualità basa la sua mission e qualche suo allievo l’ha mai tradita?

Innanzitutto sono fortunato, quasi tutti i miei allievi sono brave persone e mi vogliono bene.

Il mio metodo didattico è basato sulla tecnica basilare e fondamentale del clarinetto, sulla cura costante del bel suono, l’attenzione particolare rivolta sempre all’intonazione. Suonare costantemente negli insiemi, suonare spesso in pubblico e fare molta musica da camera. Spiegare costantemente la storia e l’analisi filologica dei brani che eseguono. Infine, cercare di creare amicizia e non rivalità, perché la mia classe deve essere una “Scuola famiglia”.

E come in tutte le famiglie non mancano i litigi, ma le cose che non sono degne di memoria, vengono da me subito rimosse. Ho molti allievi con i quali si è instaurata una consolidata amicizia ultratrentennale, attualmente docenti, organizzatori, affezionati estimatori… questa è una gioia!

 Cosa consiglia ad un giovane che desidera approcciare la musica e in particolare il clarinetto?

Scegliere un insegnante che suoni bene e che tenga al benessere dell’allievo, più che al proprio.

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