Gaspare Balsamo in Epica Fera

Scritto da , 3 Agosto 2019
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Il teatro e le eccellenze della tavola cetarese, stasera e domani  sul ponte della Tonnara Maria Antonietta, chiuderà la rassegna estiva firmata da Vincenzo Albano

Di OLGA CHIEFFI

Gaspare Balsamo, siciliano di Trapani, cuntista allievo di Mimmo Cuticchio ed oggi uno dei maggiori rappresentanti del cunto della nuova generazione, grazie anche alle lezioni di scherma corta e bastone siciliano del maestro Giuseppe Bonaccorsi, chiuderà insieme a Francesco Salvadore, cantante e percussionista,  la terza edizione di “Teatri in Blu” con due imbarchi sulla Tonnara Maria Antonietta, gemma di un avvincente cartellone allestito da Vincenzo Albano di Erre Teatro. La tonnara mollerà gli ormeggi stasera e domani alle ore 21, offrendo il suo ponte per la teatralizzazione del romanzo di Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo, racchiuso in Epica Fera. Il Cunto racconta il tema continuo e ricorrente di tutto il romanzo: lo scontro/incontro tra la fera (il delfino) e la comunità di pescatori (i cariddoti/pellisquatra), coprotagonisti del romanzo. Il testo si snoda ondeggiando e rifluendo in un unicum narrativo di rara densità, simulando l’aspetto del mare dello Stretto in rema, con i suoi “bastardelli”, i suoi “spurghi” e i suoi “rifiuti” (cioè le correnti secondarie che si dipartono dai flussi e dai riflussi della corrente principale del mare nell’alternarsi delle maree). Il mare del testo di questo testo di mare, in tal modo, procede avanzando e retrocedendo, e la corrente della narrazione principale si spezza e rallenta producendo correnti secondarie costituite dai ‘ritorni’ del narratore, dalle digressioni e dalle rievocazioni del passato da parte dei vari personaggi. I delfini, che per la loro gratuita e irridente ferocia i pescatori dello Stretto di Messina chiamano fere, contendono ai pescatori il dominio sul mare. I pescatori, seguendo la loro cultura d’appartenenza che si alimenta delle storie, delle convenzioni e dei riti dell’Opera dei pupi, chiamano magonzesi le fere, cioè traditori, infami da ammazzare e scannare, poiché piombano sulla mangianza e non si riesce così a catturare i pesci grandi. Ma la battaglia è continua, su tutti i fronti. Tutte le questioni sono di primaria importanza, e come si lotta per fame, si lotta anche per rivendicare la propria cultura: ed ecco ricomparire il delfino/fera sulla bocca dei pescatori che, con i fascisti o con gli ufficiali acculturati, disputano su quale lingua suoni meglio. “Dite delfino e delfino sarà” sentenzia il fascista, che impone con violenza la purezza e l’eleganza della lingua nazionale al suono volgare, gretto e basso del dialetto dei pescatori. In difesa della parola italiana “delfino” l’autorità nazionale e fascista ordina ai pescatori di sillabare il nome del-fi-no. Il Mare dei due mari, lo Scill’e Cariddi, lo Stretto di Messina è il campo di battaglia degli eserciti che, schierati l’uno in fronte all’altro, si scrutano come tori inferociti, pronti a perpetrare la battaglia infinita tra bene e male, alto e basso, lingua e dialetto, patruni e sutta, fera e delfino.

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