Gaetano Falzarano plays lo Stadler Quintet

Scritto da , 9 Luglio 2019
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Si apre nel segno dell’ indimenticato M° Giovanni De Falco e del suo Wolfgang Amadeus Mozart, la XXII edizione dei Concerti d’Estate, nell’Area Archeologica di Fratte, alle ore 21

Di OLGA CHIEFFI

Sarà un omaggio al clarinettista e didatta Giovanni De Falco, il concerto inaugurale della XXII edizione dei Concerti d’Estate di Villa Guariglia, organizzata dal C.t.A. di Salerno, che si svolgerà martedì 9 luglio alle ore 21 (Ingresso libero) nell’Area Archeologica di Fratte. Il M° Giovanni De Falco, con i suoi allievi, è stato un grande amico dei Concerti d’Estate. Lui appassionato di studi umanistici ha sempre posto in pratica, fino alla fine, la filosofia dell’emozione, del pathos. La prima grande virtù dell’uomo è la verità (secondo alcuni filologi deriva dalla radice iranica ver che significa fiducia nella realtà), scrive Aldo Masullo. Se noi riusciamo ad agire in modo da suscitare la fiducia degli altri, e al tempo stesso ad avere fiducia negli altri, applicando la patosofia come “sapere del senso” volta, contro l’evidente deprivazione emozionale all’insensibilità alla differenza, che ha il suo fondamento nell’illusione della ricerca di un senso della vita nelle cose in-differenti e non, piuttosto, nell’evento del sentire, nell’emozione vissuta, riusciremo a non inorridire dinanzi al vuoto dell’assenza di sé che sta attanagliando la società. Questo il messaggio di Giovanni De Falco donatoci, donandosi al prossimo fino al 25 febbraio 2019, in onore del quale stasera
il suo collega, l’amico, Gaetano Falzarano, insieme al Quartetto d’archi dell’Orchestra Filarmonica di Benevento, composto da Federica Paduano e Arianna Messina al violino, Carmen Verzino alla viola ed Emilio Mottola al violoncello, avrà il compito di evocare il suo Mozart, compositore d’elezione nel repertorio del M° De Falco, con il misterioso Stadler Quintet, di cui ricordiamo una felicissima revisione del maestro per quartetto d’archi e clarinetto bassetto, unitamente a una Fantasia virtuosistica di Danzi sul celebre duetto “Là ci darem la mano” dal Don Giovanni mozartiano. Il Mozart dello Stadler Quintet, ovvero del Quintetto in La maggiore K581, nasce nel 1789, in uno stato psicologico e di salute ai limiti della disperazione, eppure, la linea semplice e solare del clarinetto all’inizio subito dopo l’introduzione degli archi; o la sua entrata in scena, sostenuto dal delicato pizzicato del violoncello; o, ancora, mentre canta il secondo movimento, il Larghetto in Re maggiore, capace di rubare il senso del tempo e dello spazio è la musica, il suo esercizio, l’arte tutta ad essere capace di opporsi ad ogni dolore, fisco e morale, tanto da renderlo quasi banale. Una conversazione serena, tra amici che si intendono facilmente alla prima parola perché sanno di avere qualcosa di non detto, e che non c’è bisogno di dire, che li accomuna, che mai alzano la voce, e i cui motti sono sempre garbati, e arguti, anche quando si venano di malinconia, questo sembra essere il segreto del Quintetto K 581, forse legato al pretesto dolce-amaro che ne fu esca, un ricevimento per raccogliere fondi a favore delle vedove dei musicisti viennesi – come dire le meno allegre, economicamente parlando. In quell’occasione, accanto all’amico Stadler, Mozart stesso suonava la viola, e per questo strumento, solitamente gregario con funzioni di ripieno armonico, troviamo nel Quintetto un breve, ma prezioso momento solistico: la variazione in minore del brillantissimo ultimo movimento affida ad essa la conduzione della parte principale, che certo è improntata a quella svagata malinconia, quel fascinoso blues, che il modo minore sempre porta con sé, ma che si vena anche di una sottile ironia nel momento in cui il pur patetico inciso viene ripetuto ben oltre le consuetudini. Il clarinetto avrà una svolta virtuosa nella quarta variazione, dopo di che la musica rallenta sfociando in un Adagio lirico per la variazione finale, quindi una coda vivace farà ritrovare il sorriso ai cinque amici. Ancora Mozart, per il finale del concerto, ma stavolta secondo Franz Ignaz Danzi, con le Variazioni sul tema “Là ci darem la mano” il celebre duetto dal Don Giovanni, in cui lo stile Mannheimer, alla cui terza generazione appartiene, si rinsalda e si aggiorna con l’assimilazione di altre tendenze e in particolare dell’esperienza mozartiana. Grande amico di Spohr e Weber, l’interesse sonoro per i fiati e la sagace forza timbrica, cominciarono a caratterizzare la scrittura di Danzi, che si nutre della grande conoscenza delle risorse tecniche ed espressive dei singoli strumenti. In questo brano, va sottolineata la fondamentale disposizione alla serena espressività e alla fluida successione degli episodi, il cui alimento primario è la sempre elegante invenzione melodica.

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