Frontiere: sconfinamenti di uomini e linguaggi

Scritto da , 10 gennaio 2015
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Oltre le Frontiere geopolitiche, sociali ed economiche, oltre le Frontiere culturali e del segno artistico, questo l’interessante progetto della Fondazione Teatro Città di Mercato San Severino, presieduta da Giovanni Basile, sostenuto fortemente dal sindaco della cittadina dell’Irno Giovanni Romano e affidato al sentire di Andrea Manzi e Pasquale De Cristofaro, che prenderà il via il prossimo 15 gennaio presso il teatro “A”, uno spazio teatrale simbolo del segno contemporaneo che riprenderà un cammino verso la sperimentazione interrotto ormai da troppo tempo. “Una trilogia – ha dichiarato il regista Pasquale De Cristofaro- verrà presentata in questa prima edizione, che vede tre spettacoli quali “Mediterraneo”, “Ring” e “Blackout” che, prodotti in tempi diversi posseggono lo stesso comun denominatore, quello di voler dare la parola agli ultimi, non solo, ma anche di voler oltrepassare le “Frontiere” in pace, unendo i diversi linguaggi dell’arte, attraverso eccellenti e diverse professionalità, come avverrà in palcoscenico con “Mediterraneo”. “Infatti, questa azione scenica – continua il regista – è un suggestivo spettacolo, prodotto dall’Associazione Campania Danza e CommunicAction srl, di poesia, musica e danza, sulla tragedia dei migranti dall’Africa, che sarà proposto alla critica e al pubblico in prima nazionale. Un’opera emozionante e drammatica, che grazie alla nitida profondità della poesia di Manzi, esaltata dalla potenza espressiva delle coreografie del teatro-danza di Annarita Pasculli, allieva della celebre Folkwang Hochschule di Essen, diretta da Pina Bausch, con in scena ben otto danzatori tra cui ballerini professionisti e allievi del Liceo Coreutico Alfano I (un ulteriore banco di confronto tra maestri e aspiranti tersicorei) e un attore narrante, Paolo Aguzzi, le percussioni etniche di Paolo Cimmino e un breve film d’animazione di Enzo Lauria, saluterà una mescolanza, termine caro al Platone del Parmenide, di linguaggi corporali e visivi”. Attraverso le culture del mediterraneo, attraverso quelle sonorità etniche delle genti e dei luoghi della grande cultura del Mare Nostrum, che sono anche le nostre, principio di un’ analisi delle contraddizioni e delle problematiche che accomunano i popoli che vi si affacciano che fanno parte della storia collettiva e dei vissuti individuali raccontati in musica e poesia latrici di un ricco patrimonio di “bellezza”, comincerà il nostro viaggio senza sicuri approdi, poiché è questo il senso dell’arte. Il fascino della melodia, la capacità di improvvisazione, la “libertà” di “rivestire di sé” la parola, la capacità di creare e usare metafore profonde e sorprendenti, l’originalità di una danza che si fa sfida, la forza del sentimento “vero” contro ogni divieto “artificioso”, il senso di ribellione alle ingiustizie, l’umorismo con cui affrontare le peripezie della vita, Mediterraneo ci offrirà, così, un talismano che ci possa condurre lontano da ogni miseria, fisica e morale, in un ludus teatrale che porta a smemorarci, ad ogni suono, passo e parola, in una stupefacente mescolanza, che ha darà luogo ad un profilo romanzesco, svelante la modernità di ogni luogo e di ogni tempo, con la sua debolezza e la sua forza. La seconda opera, in scena il 12 febbraio, che andrà a comporre la trilogia manziana sarà Ring, in cui la funzione teatrale non viene più considerata come il risultato di un ordine prestabilito, bensì la summa di una manipolazione e di un’interpretazione in prima persona anche dell’autore, che sarà contemporaneamente autore e spettatore, “protagonista”, scendendo in prima persona nell’agone, appunto nel ring. A chiudere questo primo cartellone, il 26 marzo, l’immigrazione, il razzismo, il senso di comunità, temi scottanti, violenti, ruvidi racchiusi in “Blackout”. Una ballata tragica dedicata a Miriam Makeba, artista che ha lottato contro l’apartheid fino alla fine dei suoi giorni, quando morì durante la manifestazione in ricordo dei ghanesi uccisi a Castelvolturno per mano della camorra. Lo spettacolo sembra avere inizialmente tutti i connotati di un reportage. L’occhio indugia sui nuovi ghetti, con immagini di San Nicola Varco e Castel Volturno, con un microfono pronto ad ascoltare i racconti degli immigrati che si scontrano con la realtà del nostro territorio, schiacciati tra la necessità di integrazione, il desiderio di mantenere salde le proprie radici e una realtà ben diversa da quella immaginata. Il ritmo delle percussioni di Paolo Cimmino sposa le poesie di Andrea Manzi; quattordici “stanze”, come quattordici stazioni di una via crucis. Sono testi che coinvolgono lo spettatore nella descrizione di una realtà angosciante, a tratti infernale; un racconto che poi è la fotografia dei ghetti di Castel Volturno, dei pullman con i passeggeri stipati fino all’inverosimile, dei sogni clandestini, del caporalato, “degli occhi in cui appare immenso il bisogno di libertà”. Olga Chieffi

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