Franco Zeffirelli: un regista d’estetizzante magia

Scritto da , 16 Giugno 2019
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Nella giornata di ieri è scomparso il genio fiorentino. Lo legano al nostro Teatro Verdi due mise en scene: Traviata e la ripresa dell’Aida pensata per Busseto

Di OLGA CHIEFFI

Giunge non inattesa la notizia della scomparsa di Franco Zeffirelli. “E’ strano…” canta la sua Violetta in quella Traviata che lo ha accompagnato per l’intera sua esistenza, è una coincidenza che la morte lo consegni all’immortalità artistica, alla vigilia dell’inaugurazione della stagione dell’Arena di Verona, con il suo debutto, crediamo, con l’opera più amata, su quel palcoscenico che era il suo regno. Ci ha lasciato il regista tacciato più volte di passatismo, di calligrafia, di estetismo, per “Fratello Sole, Sorella luna” o per quel colossal televisivo “Gesù” che tutti hanno negli occhi, ma che è stato anche il regista del documentario dell’alluvione di Firenze, fregiato del titolo di Baronetto da Elisabetta II, per la sua continua e sublime divulgazione dell’opera del grande bardo, tra cui “La bisbetica domata”  e “Romeo e Giulietta”, quest’ultima, con la ricostruzione storica accuratissima per la recitazione appassionata, ma distante dalla retorica, lo struggimento di un amore che nasce, il momento della festa come celebrazione di un ceto sociale, l’inesausta trappola del desiderio, l’amara morte dei propri sogni, che sposano quel tessuto musicale ispirato alle canzoni a ballo rinascimentali e al tempo stesso estremamente moderno per la capacità di rendere credibile qualsiasi stato d’animo, ideato dall’amico magico Nino Rota, che non ha mai tradito un assunto spesso sconosciuto ai suoi colleghi:  musica e immagine sono le due facce della stessa medaglia, non linguaggi giustapposti nel più prevedibile dei modi. Lo stesso assunto che proprio Franco Zeffirelli non ha mai disatteso nelle sue regie d’opera. E’, infatti, proprio l’opera lirica, mondo complesso e particolare, ad aver perso uno dei suoi più grandi protagonisti: come regista e come scenografo, ovunque nel mondo, con i più grandi cantanti e direttori, con i titoli più appassionanti e popolari del repertorio. Sin dal 1953 quando curò bozzetti e figurini per L’Italiana in Algeri di Rossini al Teatro alla Scala di Milano, o dal 1954, quando per lo stesso teatro curò la regia di La Cenerentola, e non solo per via delle sue versioni cinematografiche di Traviata del 1983, (stroncata da Tullio Kezic) o delle dirette televisive che per la prima volta diffuse in tutto il mondo l’Otello scaligero del 1976, ma per la bellezza delle scene, l’intensità cinematografica della recitazione del cantanti, la ricchezza di quei palcoscenici che alcuni critici hanno considerato troppo kitsch, ma che il pubblico ha sempre amato. Il teatro Verdi di Salerno è legato a filo doppio al suo nome, per un’originale mise en scene proprio di Traviata, in quella stellare stagione del 2008 e per la ripresa della sua Aida pensata per il teatro di Busseto, che si è splendidamente adattata alle tavole del nostro massimo. Di quella Traviata che sposava la bacchetta di Daniel Oren ricordiamo quel suo essere disadorna e ricchissima, segreta e scintillante, una Traviata, che comincia dalla fine, con una “Pretty Violet” già in punto di morte che, da dietro un cilindro di plexiglas, osserva con occhi disperati la vita che le sfugge e le rimanda bagliori e illusioni di un passato fastoso e doloroso. Franco Zeffirelli, in quel 2009 era giunto alla sua ottava regia dell’opera, derivante da quella di Busseto, si lasciò ammaliare dal ricordo, unica salvezza dall’erosione del Nulla, per questo allestimento che è stato acquistato dal nostro teatro. Una sarabanda di colori, di ori, di velluti, contagiosa per vitalità, ma capace anche di alludere ad atmosfere da «Grand Macabre», ove la morte, è sempre in scena. Al centro tre cilindri trasparenti e rotanti compongono la scena, da un lato riflettono e moltiplicano feste di luci, ma dall’ altro fanno sinistramente tremare le fiamme delle candele, un effetto che vuol dare la sensazione che tutto ci sia e non ci sia. Uno spazio dove si agitano ombre, lo sfacelo di un mondo che si decompone fisicamente e moralmente. Quindi, quell’Aida, successiva, pensata per il palcoscenico piccolissimo di Busseto, adatta per Salerno, una sfida particolarmente attraente sul piano della messinscena: ficcare un Grand-Opéra verdiano in un teatro piccolo, ma lasciandolo tale, con tutta la vocazione alla visualità e al décor grandioso che è proprio del genere, anzi abbracciando senza inibizioni un’idea tradizionale, o, se si vuole, nostalgica, della messinscena operistica. Si lodò allora soprattutto la soluzione elegante adottata da Zeffirelli per risolvere il monumentale Trionfo del secondo atto. Trionfo lasciato all’immaginazione: ci si finge, infatti, alle spalle della terrazza regale da dove la corte ammira la sfilata che noi non vediamo, componendo un elegante tableau da pittura storico-archeologica ottocentesca. Quel Verdi tanto amato lo riporterà nella “sua” Arena di Verona dal prossimo 21 giugno, con la firma postuma di due allestimenti, Traviata e Trovatore. Sono il suo canto di addio ad un pubblico che lo ricorderà come un Maestro che ha creduto nella Bellezza ed ha mantenuto intatto il fascino un po’ fiabesco e magicamente estetizzante dell’opera lirica.

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