Francesca Pica, strega di Mare

Scritto da , 11 agosto 2018
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Successo di critica e pubblico per l’attrice che ha offerto il monologo tratto da “Donne di Mare” di  Marilena Macrina Maffei, al pubblico di Teatri in Blu sulla tonnara Maria Antonietta nello specchio d’acqua difronte Cetara

Di GEMMA CRISCUOLI

“Si dice che i morti dormano. Non è vero. Hanno gli occhi spalancati”, dice il pesce in cui si è trasformato un bimbo appena venuto alla luce. Non potrebbe essere diversamente: vita e morte vegliano l’una sull’altra tra le onde, dove un eterno presente muta ogni cosa e la lascia com’è. Adattamento degli studi dell’antropologa Marilena Macrina Maffei, in particolare sulle pescatrici delle Eolie nella prima metà del Novecento, “Mare – Mirabolanti Antichi Racconti Eoliani” ha concluso tra gli applausi “Teatri in blu”, la manifestazione diretta da Vincenzo Albano. Sulla tonnara Maria Antonietta al largo di Cetara, Francesca Pica si è affidata alla duttilità della voce e del gesto, facendo rivivere tra passione e meraviglia un mondo di miti, fiabe, simboli che rende inautentica e antiumana la cosiddetta normalità. Nel sogno in cui si incontrano, prima di fondersi, la protagonista e la pescatrice (visione ricorrente della metamorfosi di un bambino in pesce, perché sulla spiaggia ogni fine è rinascita), l’invito a respirare un mondo di fatica e mistero apre la natura a una dimensione che libera e incanta. Tra serpi dai folti capelli, spiriti irridenti, tartarughe che diventano bambole, case che vogliono restare vuote a mezzanotte, il ragno, (il nostro sciavichiello) ovvero la rete da tirare almeno in quattro, il fantastico evidenzia per contrasto l’ottusità di un contesto sociale modellato su uomini lontani dal punto di vista affettivo, soprattutto quando sono mariti o padroni, e su donne viste unicamente come forza lavoro. Ecco allora il carisma delle maiare, votate al diavolo e capaci di volare, ben lontane nella leggerezza delle membra e dell’animo dalla violenza che riempie le reti di corpi straziati. La zia Core, che nottetempo raggiunge in volo l’America per vedere, anche solo addormentata, la figlia sposata laggiù, incarna l’irriverente bisogno di essere semplicemente se stesse che le maiare provano e che nessuno potrebbe mai benedire o imprigionare. Tra loro, che seducono e si fanno beffe di tutto, si perderà la protagonista spossata da una vita di travagli e, ancora una volta, sarà vano chiedersi dove sia il confine tra vivere e sognare. Il mare, che rende stranieri e affratella, che nutre e scarnifica, che culla e abbandona, ascolta con pazienza le storie di chi non può fare a meno di lui e Francesca Pica esorta ad accendere i sensi: non accontentatevi, sembra dirci, di una vita dal fiato corto.

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