Forme e deformazioni del vetro

Scritto da , 21 aprile 2018
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Trionfa il Tennessee Williams dello Zoo, portato in scena dalla Laav per la regia di Licia Amarante e Valerio Elia

Di ARISTIDE FIORE

I ricordi spesso vengono suscitati da qualche particolare notato per caso. Per Tom Wingfield, il protagonista di “Lo zoo di vetro”, un dramma in due atti di Tennessee Williams, è la vista di una quantità di bottigliette di vetro colorato esposte da un negoziante, che costituisce la parentesi entro la quale rivive il suo passato. Come gli oggetti di vetro colpiti dalla luce, anche la memoria può assumere un aspetto cangiante sotto l’influenza di stati d’animo e convinzioni spesso mutevoli. Nella versione prodotta da L.A.A.V. Officina Teatrale, andata in scena la scorsa settimana a Salerno, in quattro applaudite repliche rappresentate al Piccolo Teatro del Giullare, con la regia di Licia Amarante e Valerio Elia, questa capacità di rielaborare i ricordi viene sottolineata attraverso la figura del narratore, il Tom Wingfield adulto, interpretato da un magnetico Emilio Barone, che rievoca il contesto familiare abbandonato intervenendo continuamente nell’azione come un regista, interrompendola ogni qual volta il ricordo si fa più doloroso e ridisponendo i personaggi in scena prima di ogni ripresa del dialogo. Contribuisce alla messa a fuoco dei personaggi anche la scenografia ideata da Monica Costigliola, che gioca su trasparenza e essenzialità per ottenere un aspetto indefinito, fino a conferire un ruolo simbolico a certi dettagli, come la cupola sotto la quale si rifugia Laura, sorella di Tom, o lo strano cunicolo attraverso cui irrompe quella realtà che ogni componente della famiglia a modo suo tiene a distanza, impersonata dall’ospite, il presunto pretendente. Amanda, la madre, interpretata da Antonella Valitutti dosando sapientemente energia e sentimentalismo per impersonare una donna aggrappata a una felicità intravista in gioventù ma determinata a ricrearla per il bene della figlia e per l’agognata sicurezza famigliare, dimostra una sicurezza più ostentata, che vera. Nell’inseguire la speranza di attrarre un buon partito grazie alla messa in scena di una famiglia modello, si mostra, a tratti, concreta fino al cinismo o ingenua fino a rasentare la regressione. Laura si lascia vivere invece in un mondo tutto suo, confinata in casa ma ancor più in un microcosmo popolato da una collezione di animaletti di vetro e ravvivato da vecchie canzoni riprodotte di continuo coi dischi lasciati dal padre, il primo a abbandonare la famiglia al suo destino. Marina Napoli conferisce al personaggio una tenerezza rivelatrice di un disperato bisogno di affetto e di una profonda insicurezza, che, partendo da un lieve difetto fisico, si è insinuata dentro di lei come una pianta avvelenata, rendendola incapace di affrontare la vita. Se la madre idealizza il passato e si prodiga per farlo ritornare, lei sembra persa in un eterno presente. In realtà il vero limite è quello che ci si impone da sé, il vero handicap è rassegnarsi al ruolo imposto dalle convenzioni. Il giovane Tom Wingfield, impersonato da Valerio Elia trasmettendo efficacemente la tensione di un rapporto snervante con una madre amorevolmente oppressiva, non accetta né il ruolo di sostegno alla famiglia impostogli da quest’ultima né la sua condizione di magazziniere in una fabbrica di scarpe. Il suo desiderio di riscatto e di evasione si risolve tuttavia nella fuga in paradisi artificiali a buon mercato offerti dal cinema, dal varietà e, forse, dall’alcol. Non è dato sapere se, alla fine, sia riuscito a soddisfare le sue velleità letterarie, ma di certo esse hanno contribuito alla sua liberazione passiva, provocandone il licenziamento. Di ben altro tenore è la condotta del suo collega e ex compagno di scuola, invitato a cena solo grazie alle continue pressioni della madre. Gianni D’Amato restituisce un Jim O’ Connor pacato, sicuro di sé, comprensivo e generoso. Rende efficacemente l’indole di un personaggio atteso come il classico deus ex machina e che però, alla fine, si rivela più risoluto, che risolutore. Come l’unicorno di vetro, rotto durante il ballo accennato con Laura, avendo perso il suo ornamento, i facili successi scolastici, si è ritrovato a “somigliare a tutti gli altri cavalli”, si è integrato senza rinunciare tuttavia a migliorarsi progressivamente attraverso un percorso formativo permanente, parallelo a un lavoro non amato, ma svolto con l’abituale diligenza. Il suo momentaneo cedimento di fronte al fascino inconsapevole della ragazza fa aprire uno spiraglio verso la felicità, prima di mandare tutto in frantumi.

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