Fonderie Pisano. La Procura: «Il Comune non disse che l’area era residenziale»

Scritto da , 28 giugno 2016
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di Andrea Pellegrino

«Dal Puc si rileva che nell’area non
possono insistere impianti come quelli della Fonderia Pisano ma stranamente questa circostanza non è stata evidenziata dal rappresentante del Comune di sede di Conferenza di Servizi». La Procura evidenzia anche questo particolare tra le esigenze cautelari che hanno portato al sequestro dello stabilimento di Fratte. L’impianto industriale – si legge – «è collocato all’interno del centro urbano della città di Salerno. Per la precisione, l’area in cui sorge lo stabilimento è classificato dal Puc vigente approvato dal Comune di Salerno in data 16 novembre 2006 come “zona omogenea B” – parti di territorio totalmente o parzialmente edificate e diverse dalle zone A». Lì, per un sopralluogo, c’erano stati gli stessi pm e si erano resi conto che «l’impianto è assolutamente inadeguato, come accertato dai competenti tecnici. Lo stesso – si legge – può essere definito, senza remore, fatiscente, vetusto, nonostante i tentativi di adeguamento». Tutto documentato, sostiene la Procura, da rilievi fotografici, video, analisi e rilievi ispettivi dell’organo tecnico». Le ultime denunce sono arrivate il 23 giugno, il giorno prima del sequestro: cinque residenti che al capitano Giuseppe Ambrosone, comandante del Noe, hanno «dichiarato il persistente costante delle problematiche. precisando che in quella mattinata, le esalazioni si sono fortemente avvertite tra le 6,00 e le 7,30, chiaro segno – scrivono i pm – che i pur eseguiti interventi migliorativi non hanno affatto consentito di superare le ormai annose ed accertate criticità». E sono sedici i fascicoli, ora riuniti, che sono stati aperti nel corso del tempo dalla Procura della Repubblica sulla vicenda Fonderie Pisano. Tra l’altro, in passato vi erano stati già procedimenti penali, l’ultimo dei quali, in ordine cronologico, definito con sentenza di patteggiamento, dopo che nel corso delle indagini era stato disposto il sequestro dell’impianto, fondato su consulenze tecniche ed accertamenti analitici oggettivi. Ma nonostante ciò, dicono i pm, «l’attività illecita è continuata», come dimostrano i numerosi procedimenti penali aperti.

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