Finti matrimoni con stranieri irregolari. Arrestate due donne di Battipaglia

Scritto da , 19 luglio 2017

Pina Ferro

Sborsavano dai cinque ai diecimila euro per una moglie “a tempo” in italiana. Un escamotage che serviva solamente per ottenere il permesso di soggiorno nel nostro Paese. Contratto il matrimonio civile, dopo poco arrivava la separazione. A mettere la parola fine alle unioni truffaldine sono stati i carabinieri della compagnia di Battipaglia diretti dal capitano Erich Fasolino. Ieri mattina i militari dell’Arma, su disposizione della Procura di Salerno hanno arrestato due persone, zia e nipote ed hanno notificato nei confronti di altre cinque persone il provvedimento di obbligo di dimora nel comune di residenza. Le porte del carcere di Fuorni si sono aperte per Laura Iadanza 56 anni di Battipaglia, mentre la nipote Carmela Ielpi 36 anni di Battipaglia è stata ristretta agli arresti domiciliari. Laura Iadanza era promotrice dell’attività che vedeva coinvolti anche altri membri della famiglia. Hanno invece l’obbligo di dimora nel territorio di residenza e di permanenza notturna presso la propria abitazione: Antonella Raso 35 anni di Battipaglia; Francesca Donatella Raso 23 anni di Battipaglia, Anna Geraldina Raso 29 anni di Battipaglia, Daniela Maresca 27 anni di Napoli e Donatina Iadanza di Battipaglia. Sono settanta i soggetti indagati e accusati di concorso in favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, induzione alla falsità ideologica ed alterazione di stato. Le indagini affidate al sostituto procuratore Elena Guarini sono nate per case. E’ stato il comandante della stazione di Olevano sul Tusciamo ad insospettirsi per alcune unioni civili tra soggetti anche con un grossi divario di età. Quasi tutti i matrimoni erano tra donne adulte e giovani immigrati del Marocco. Da questo sospetto è nata l’attività investigativa e di accertamento. In tutto sono state 21 le unioni individuate dal 2013 ad oggi. L’associazione procacciava agli extracomunitari irregolari i coniugi ed i testimoni necessari per celebrare il matrimonio. Le unioni sono avvenute nei comuni di Battipaglia ed Eboli, nel comune di Olevano sul Tusciano, di Montecorvino Pugliano e Marchirolo (Varese). Dopo che gli extracomunitari avevano ottenuto il rilascio del permesso di soggiorno per ricongiungimento familiare, i finti coniugi avanzavano istanza di divorzio al comune competente. La spesa per ogni matrimonio era una somma che poteva variare da 5 ai 10mila euro. Tutto dipendeva se era previsto o meno un breve periodo di convivenza. C’è stato anche un caso di falsa attestazione di paternità di una bambina, concepita da una delle indagate, per far ottenere la carta di soggiorno al falso padre in cambio di 4mila euro. Per il sostituto procuratore Luca Masini: “Si è trattata di un’analisi capillare fatta da un’intelligente comandante di stazione, quella di Olevano sul Tusciano, che ha rilevato una serie di incongruenze, cioè un numero elevatissimo di matrimoni celebrati nello stesso comune che avevano come minimo comune denominatore delle anomalie: la recente introduzione nel territorio nazionale da parte del coniuge uomo, la provenienza da un medesimo Stato; il fatto che, in costanza, subito dopo l’unione – continua Masini – ottenuto il titolo di soggiorno, in realtà si verificava quasi sempre la separazione. “Questa operazione testimonia proprio che è fondamentale avere la presenza sul territorio. – ha sottolineato il comandante provinciale dei Carabinieri Antonino Neosi – L’indagine è partita dalla Stazione dei Carabinieri e poi si è sviluppata squarciando un velo su questa attività illegale che ha fatto emergere come dietro gli extracomunitari che arrivano ci sono spesso persone locali che si approfittano di una situazione già abbastanza complessa. E’ evidente che il contatto che l’Arma dei Carabinieri ha sul territorio ci consente di comprendere maggiormente questi fenomeni”.L’indagine è tutt’altro che conclusa. Ad illustrare nel dettaglio l’attività investigativa è stato il sostituto procuratore Elena Guarino. Le donne coinvolte nell’intera vicenda erano di volta in volta spose, testimone, amica. Al momento non si hanno notizie di donne che abbiano contratto più volte matrimonio per poi separarsi. Ma non è da escludere che le successive indagini possano portare alla luce ulteriori sfaccettature dell’intera vicenda.

Tentano di attribuire anche una paternità

Quattromila euro per ottenere la paternità di una neonata. Questa la somma pattuita con un cittadino marocchino che aveva necessità di ottenere la carta di soggiorno in Italia. Ad organizzare il tutto è stata Laura Iadanza insieme alla sorella ed alla nipote Carmela Ielpi. Era il 29 marzo del 2016 quando la neonata, figlia di Carmela Ielpi fu dichiarata all’ufficiale dell’anagrafe del comune di Eboli figlia del cittadino straniero. Il pubblico ufficiale sulla base della dichiarazione resa dalle donne rilasciò un falso certificato di nascita, quindi un atto pubblico ideologicamente falso. La falsa attestazione avvenne con il consenso del padre naturale di origini marocchine. A causa di questa tentata vendita di neonato le due sorelle e la nipote arrivano anche a litigare in maniera aspra a causa dei soldi. E tra le tre non mancano accuse e rimproveri. Dunque a muovere i fili di tutto era Laura Iadanza che veniva contattata direttamente dagli extracomunitari i quali si presentavano alla stessa riferendo di essere amici di loro connazionali che la Iadanza già conosceva. Nel corso delle conversazioni, gli stranieri non facevano mai esplicito riferimento al matrimonio ma solo al fatto che avevavo bisogno dei documenti per il soggiorno “ho bisogno di fare quel fatto la, mi servono i documenti per la residenza”. Il primo contatto era telefonico, poi successivamente c’era l’incontro presso l’abitazione della donna dove veniva stabilito il prezzo. Tra la donna e gli stanieri si instaurare un rapporto quasi “filiale” in quando la stessa si poneva quasi come una madre putativa che li seguiva passo passo. Ciò è confermato dal fatto che nelle conversazioni gli stranieri si rivolgono a lei chiamandola “mamma”. Ovviamente non si faceva caso al divario di età che in un caso era addirittura di ben 34 anni più dello sposo. Individuata la futura moglie, l’organizzazione preparava i documenti e poi la coppia partiva per l’Ambasciata Marocchina a Roma, per ottenere il Nulla Osta per la celebrazione del rito civile sul territorio italiano; successivamente la falsa sposa di origine italiana si presentava presso il Comune di residenza, dove formalizzava la richiesta di matrimonio conseguendo tutti i documenti raccolti e fissando la data del matrimonio. L’organizzazione individuava, quindi, i falsi testimoni, che nella gran parte dei casi erano soggetti interni all’organizzazione o qualcuno legato a loro da vincoli di amicizia o parentela. Si celebravano le nozze e l’italiana richiedeva il nulla osta al comune per consentire allo straniero di recarsi la Questura competente.Ottenuto il permesso di soggiorno dalla Questura competente e decorso un determinato lasso di tempo si presentava l’istanza di divorzio. Il servizio reso dall’organizzazione era completo in quanto l’extracomunitario veniva seguito dal primo contatto alla celebrazione del matrimonio: la promotrice, infatti, spiegava, passo dopo passo, sia agli stranieri che agli italiani, cosa dovevano fare, quali parole adottare nei vari uffici, il tutto al fine di destare il minor sospetto possibile.

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