Filumena, chella ca nun sape chiàgnere

Scritto da , 1 febbraio 2018
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Questa sera, alle ore 21, il sipario del Teatro Verdi si leverà sul capolavoro di Eduardo De Filippo, affidato alla regia di Liliana Cavani e all’ interpretazione di Mariangela D’Abbraccio e Geppy Gleijeses

 Di OLGA CHIEFFI

“Ccà sta ‘a ggente: ‘o munno, ca se defende c’’a carta e c’ ‘a penna. E ccà ce sto io: Filumena Marturano, chella ca ‘a leggia soia è ca nun sape chiagnere”. Stasera, alle ore 21, sul palcoscenico del teatro Verdi, ritorna uno dei massimi capolavori di Eduardo De Filippo, Filumena Marturano, la commedia dell’apoteosi del sentimento della maternità, che vince la miseria, redime dall’abiezione, supera gli egoismi umani; afferma il diritto all’eguaglianza tra fratelli; stimola il sentimento della paternità, come purificatore di tutte le brutture sociali, lancia il suo altissimo messaggio d’umanità. La rilettura di stasera è stata affidata a Mariangela D’Abbraccio e Geppy Gleijeses, che ha debuttato trionfalmente nel 2016, con la regia di Liliana Cavani, alla sua “prima” teatrale, con le scene, i costumi di Raimonda Gaetani. Luca De Filippo, che non ci convinse per la sua eleganza e riservatezza nel ruolo di Domenico Soriano, al fianco di Lina Sastri, circa dieci anni fa, concesse alla D’Abbraccio i diritti per mettere in scena l’opera, e a Mariolina Mirra, storica proprietaria del Teatro Diana, che scritturò il giovane Gleijeses trentacinque anni fa. Con i protagonisti, Mimmo Mignemi, darà voce ad un Alfredo Amoroso dall’accento siciliano e i tre figli di Filumena, Agostino Pannone, Gregorio De Paola ed Eduardo Scarpetta. La Rosalia Solimene sarà Nunzia Schiano, mentre Ylenia Oliviero sarà Diana, Elisabetta Mirra, Lucia, e Fabio Pappacena, l’avvocato Nocella. La vicenda è notissima, il suo trattamento saldamente tradizionale, realistico. Ha una sua schietta moralità e non ne nasconde i termini, che sono semplici e ripetuti: “I Figli sono Figli!”. Non si può rinnegare la maternità. L’esistenza ha alcuni temi fondamentali, da cui non deroga, e che circolano nella linfa di ogni nostro atto: fra questi, nell’istinto dell’amore, è l’amore per le proprie creature. Filumena Marturano lo incarna, da quando si è posta con l’animo sconvolto dinanzi ad un altarino della Madonna, costruito sulla cantonata “abbascio u’ puort’”, e ha gridato: “dimmi, che debbo fare di questo figlio che ho in grembo?”. La Madonna, e soprattutto il suo cuore, hanno risposto che il figlio doveva vivere. Che dovevano vivere anche gli altri figli che potevano nascere in quegli anni, quando Filumena avrebbe dovuto vendersi, di uomo in uomo, di miseria in miseria. Soltanto quando Filu mena svelerà al suo protettore Domenico Soriano, di essere il padre naturale di uno dei suoi figli, rifiutandosi, però, categoricamente di rivelargliene l’identità, Domenico si vedrà costretto a sposarla, legittimando in tal modo tutti e tre i ragazzi, dando vita a quella famiglia Soriano che per oltre vent’anni aveva costituito l’unico vero sogno della donna. Così, la figura di Filumena cessa di essere il semplice personaggio di una ex prostituta di umilissime origini, donna astuta e intelligente, che con uno stratagemma ben architettato riesce a ‘rubare’ un cognome, grazie al quale acquisire un nuovo e migliore stato sociale, onde poter finalmente rivelare – in uno dei monologhi più drammatici della storia del teatro di tutti i tempi – la propria identità di madre ai tre figli ormai adulti. Nelle mani di Eduardo, Filumena riesce a superare i limiti impostile dai panni del singolo personaggio e da una vicenda di sia pur sicuro effetto drammatico, per assurgere ad un ruolo di forte simbolismo di natura psicologica e sociale. Il progetto eduardiano, infatti, si riprometteva di fare della commedia non solo una denuncia dei drammi umani ed esistenziali legati alla guerra e da essa scaturiti, ma soprattutto una messinscena delle mille lacerazioni che caratterizzavano la società italiana all’indomani del conflitto mondiale e che ne rendevano tanto più urgente e complessa l’opera di ricostruzione civile, come oggi.

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