Figli che pestano le madri: «Il carcere non è sempre soluzione»

Scritto da , 3 Ottobre 2019
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di Adriano Rescigno

Dopo l’arresto di martedì mattina da parte degli agenti del commissariato di polizia di Cava de’ Tirreni di P.G, minore quattordicenne che diverse volte ha malmenato la madre al fine di estorcerle danaro, numerose sono state le reazoni. Per Stefania De Martino, avvocato, esperta in diritto di genere e tutela dei soggetti vulnerabili il carcere non è sempre la soluzione ai casi, ma molto più semplicemente un provvedimento nella fase di emergenza. Il minore infatti, dopo l’arresto scattato dopo le segnalazioni di una parente della madre è stato accompagnato presso un centro di prima accoglienza a disposizione del Tribunale dei minori di Salerno. Episodi dunque che si moltiplicano e spesso gli esperti del settore psicologico non sanno bene contestualizzarli e dunque una risposta immediata tocca darla alla giurisprudenza. «La violenza sui genitori da parte dei figli è aumentata a Salerno ed in provincia in maniera esponenziale negli ultimi anni, bisogna capire il cortocircuito dov’è. Cosa si è rotto nella relazione genitoriale – dice la De Martino – Spesso i violenti sono ragazzi con problematiche, oppure che fanno uso di droghe, ma anche una semplice risposta negativa. I minori ovviamente vanno recuperati, ma anche la famiglia, va seguita, protetta e gestita tramite dei progetti. Il carcere non sempre per i ragazzi – conclude l’avvocato – è una soluzione, io non sono per la pena a tutti i costi, anzi. Il carcere può essere una soluzione nell’emergenza ma poi bisogna ricontestualizzare i ragazzi nella famiglia e nella società, passando dal recupero e dalla salvaguardia delle dinamiche familiari sane».

«LA REGOLA DEL SÌ”. FABIOLA ESPOSITO PSICOTERAPEUTA

«La morale comune sancisce che essere genitore sia il mestiere più difficile del mondo. Unire mestiere e ruolo genitoriale ad orecchie esperte, in ambito psicologico e già di per sé un’associazione che si chiama ad un impegno doveroso che invece,Dovrebbe essere amorevole e mosso si dà un dovere ma da una parte emotiva di amore e condivisione affettiva prioritaria rispetto al fare. Genitore come ruolo del “sentire” piuttosto che del “dover fare”. Ad oggi vige la regola del “si a prescindere “, un sì di accontentamento, un sì sbrigativo, volto ad essere risolutivo. Gli adulti vessati da impegni lavorativi necessari al sostentamento della famiglia e riducono il tempo familiare ad uno spazio che diviene stanco, veloce ed entro il quale un sì anche laddove e’ quanto mai inopportuno, diviene l’arma principale e relazionale con i figli, per creare un’apparente tranquillità. Tranquillitàcon prevedibili conseguenze future ingestibili. Altro elemento fondamentale è l’imitazione la gestione della rabbia. Ammesso e su questo credo che anche che non sia del settore possa concordare, che i nostri figli ci osservano, ed imitano, il loro comportamento è lo specchio più o meno riflettente delle nostre azioni. Per cui ci sarebbe da chiedersi P.G. da chi ha appreso o visto aggredire fisicamente per pensare fosse un comportamento possibile? Per concludere un genitore amorevole e non solo doveroso, dovrebbe comprendere che la rabbia è un’emozione utile e necessaria tanto quanto la gioia. Pertanto sarebbe educativo permettere ai nostri figli di esprimerla e successivamente farla elaborare, da piccoli attraverso il gioco successivamente attraverso l’ascolto attivo. Bisogna divenire consapevoli che quello che non esprimono non si annulla in maniera automatica quasi fossimo dei tergicristalli, ma rimane nel nostro io nutrendosi continuamente fino a giungere ad un’esplosione incontrollata che potrebbe sembrare un momento di follia, ma in realtà ha radici profonde lontane nel tempo del nostro passato emotivo».

L’INTERVENTO DI FILOMENA AVAGLIANO, PSICOLOGA JR: «Gli adolescenti tendono a manifestare i loro stati emotivi con l’azione. Bisogna insegnare loro a comunicare»

«Perchè gli adolescenti sono violenti? Rispetto ad altre forme di violenza privata, quella dell’aggressività verso i genitori è studiata da poco. Capirne le cause fornisce la possibilità d’individuare interventi utili. Il conflitto in famiglia è un fenomeno abbastanza conosciuto, antico e, forse anche tollerato le cui radici vanno ricercate quasi sempre nel bisogno di autonomia. Corresponsabilità è da attribuire anche alla comunicazione o all’esposizione a forme di violenza assistita. Questi fattori comportano un’insana canalizzazione della rabbia. Gli adolescenti tendono a manifestare i loro stati emotivi, rabbia inclusa, con l’azione. L’acting-out è un meccanismo di difesa altamente utilizzato soprattutto da chi ha difficoltà a esprimere le proprie emozioni. Tale fenomeno, citando Langiardi Maddeddu, “non è patologico sino a quando non arreca danno a sé e agli altri”. Anche i più diffusi disturbi del comportamento, come quello alimentare o quello legato all’uso di sostanze stupefacenti, sono da ricondurre alla sfera dell’acting-out. In essi è, infatti, riscontrabile un errore nella mentalizzazione delle emozioni. Il corpo con i suoi cambiamenti diventa il pensiero prevalente perché è il mezzo di comunicazione attraverso il quale esprimere il dolore e la sofferenza.“Le azioni violente sul corpo, proprio e altrui, portano in sé il significato di vendetta e di punizione per la rabbia repressa”, dice Maggiolini. “L’uccisione”, invece, di cui parla Vittorio Andreoli è, ovviamente, da intendersi in senso simbolico come eliminazione del senso di oppressione. Il simbolo, però, può diventare azione se non arginato. In questi comportamenti aggressivi bisogna leggere sempre un bisogno disperato di libertà: gli adolescenti,infatti, non tollerano limiti e limitazioni imposti dai genitori. Nella maggior parte dei casi questi ragazzi presentano problemi comunicativi: sono spesso silenziosi, incoerenti, con enormi spazi lasciati al quel non detto da cui si autoalimenta la rabbia. I possibili interventi? Come già evidenziato, questi comportamenti hanno radici profonde nelle relazioni familiari. Perciò bisogna insegnare ai ragazzi ma anche ai genitori a comunicare, motivando gli adolescenti al dialogo ed, eventualmente, valutando il ricorso a figure professionali. Nella fattispecie, pecorsi terapeutici come la sistemicofamiliare potrebbero costituire un valido aiuto. Il “parl-essere”, fatto di comunicazione e ascolto, salva. Sempre».

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