Fer.Gom: la dignità dei lavoratori in presidio

Scritto da , 18 Marzo 2015
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di Carmine LANDI

BATTIPAGLIA. Quando si scrive di smobilitazioni, di dismissioni, di cessioni di rami d’azienda e di crisi occupazionali, la carta stampata ha la pessima abitudine di limitarsi alla secca descrizione di numeri. Eppure, dietro quel numero “27”, che indica la quantità delle famiglie che si ritrovano coinvolte nella tragica vertenza Fer.Gom, ci sono dei volti rigati di lacrime e dei bagagli esperienziali stravolti che, purtroppo, il mondo dell’informazione riesce a toccare soltanto di rado.

Ieri mattina, allora, ci siamo recati all’ombra della tenda, al cospetto della Cooper Standard di Battipaglia, per ascoltare qualche storia e per cercare di scandagliare un po’ più a fondo i gelidi taccuini della cronaca.

«Papà, dove vai? Non è normale andare a dormire in una tenda davanti alla fabbrica»: è la frase che Giovanni Di Vece, lavoratore Fer.Gom di 52 anni, si sente dire dal figlio più piccolo ogni volta che, da tre settimane a questa parte, si lascia alle spalle la porta di casa per recarsi al presidio. È un pugno sullo stomaco, reso ancor più duro dalla gravità delle condizioni economiche in cui riversa la famiglia. «Ho altri due figli più grandi – racconta Giovanni – e, mentre la più grande è già sposata, il secondogenito, più giovane, studia all’università, e sono preoccupato perché non so dove prendere i soldi per poter pagare la retta; sono molto scettico, in quanto mi sembra che noi lavoratori Fer.Gom siamo stati quasi lasciati da soli a lottare contro dei mulini a vento».

Sergio Pastore Poi c’è Sergio Pastore (36 anni) che, oltre al danno, ha subito anche la beffa: «a dicembre – spiega il 36enne – mia moglie, Stefania Caruccio (lavorava anche lei nell’azienda di Gianpiero Contursi, NdA), si mise in mobilità, così da dare a me la possibilità di lavorare per un altro anno e portare qualche soldo a casa, ma alla fine lei non ha preso nulla e io mi son ritrovato a lavorare per altri soli due mesi».

Due figli, di 4 e 6 anni, chiedono in continuazione “dove vai?” a Sergio, e, nonostante la tenera età, si ritrovano costretti a fare in conti con la cruda realtà e a domandare al papà: «ma quindi ora non mi puoi più comprare quel giocattolo?».

Caterina Benincasa«Mamma, ma adesso siamo poveri?»: lo ha chiesto a sua madre, la 40enne Caterina Benincasa, una ragazza di 9 anni – Caterina ha anche un’altra figlia, che ha 7 anni – che, durante lo sciopero, è stata ricoverata in ospedale a causa di violente vertigini paraossistiche, le quali, guarda caso, sono legate a stati d’ansia. «Sto cercando – ci dice Caterina – insieme a mio marito (disoccupato anche lui, NdA) di tener su gli animi, ma non è facile, anche perché, più che per le privazioni, le bambine soffrono perché avvertono la mancanza della mamma».

All’interno del piccolo gazebo, c’è anche Rossella Petraglia, la 50enne che, a seguito del malore accusato in seguito a uno sciopero della fame durato qualche giorno, ha rifiutato il ricovero in ospedale, spiegando al medico dell’autoambulanza che lei il presidio non lo abbandona.

Rossella PetragliaRossella e suo marito, Giovanni Russo – anche lui è andato in mobilità credendo che, in questo modo, la moglie potesse lavorare qualche mese in più – , hanno tre figli: il più grande, che è già sposato, ha 27 anni, mentre l’ultimogenito ha 12 anni. Di mezzo c’è una figlia di 22 anni, che lavora come estetista part-time: «ogni tanto, per il momento, io e mio marito tiriamo avanti grazie a ciò che lei guadagna, e posso assicurare che per una madre e un padre non c’è nulla di più triste e di maggiormente mortificante».

Eppure, i lavoratori Fer.Gom non hanno perso affatto la voglia di sorridere: scherzano tra di loro come in una famiglia. E sembrano una famiglia. E lottano per la propria famiglia.

Il lavoro è dignità, è vero, ma negli occhi di questi uomini risplende ancora la più bella dignità: quella di chi ama.

 

GIOVEDÌ L’INCONTRO AL COMUNE

Ada FerraraAda Ferrara apre le porte alla Fer.Gom. La donna, che insieme a Gerlando Iorio e Carlo Picone forma la commissione straordinaria che regge le sorti di Palazzo di Città, ha concordato un appuntamento con Antonio Guglielmotti (Fim Cisl) e Vito Nigro (Fiom Cgil): alle 10:30 di domani mattina, dunque, i due delegati sindacali dell’azienda di via Bosco II dialogheranno con la donna sulle pesanti condizioni che affliggono i lavoratori, costretti dal trasferimento immediato delle commesse Cooper Standard alla Sud Gomma di Oliveto Citra a non vedere il becco di un quattrino fino a giugno-luglio, quando forse il Ministero del Lavoro concederà la cassa integrazione. Al summit parteciperanno anche i rappresentanti sindacali della Cooper Standard, che hanno coraggiosamente deciso di sostenere i colleghi della Fer.Gom, e le segreterie provinciali: si spera che la Ferrara possa intercedere presso la Prefettura di Salerno affinché venga concesso un appuntamento ai lavoratori.

«La dottoressa Ferrara – dichiara Nigro – s’è mostrata molto disponibile, e la cosa, naturalmente, ci fa piacere».

 

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