Ex lavoratori Marzotto: l’Inps vuole i soldi indietro

Scritto da , 9 aprile 2016
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di Andrea Pellegrino

L’Inps vuole indietro i soldi. Capita agli ex lavoratori dell’ex Marzotto (fabbrica tessile) di Salerno che si erano visti riconoscere i benefici economici per l’esposizione all’amianto durante la lavorazione. Un riconoscimento giunto in sede d’Appello innanzi al giudice del Lavoro, poi ribaltato in parte (per la procedura amministrativa), però, in Cassazione. Una pronuncia, quella del Palazzaccio, che avrebbe così messo in moto l’Inps che da più di un anno ormai vuole indietro i soldi. Si tratta di procedure di recupero crediti che ammonterebbero fin a 40mila euro ad ex lavoratore. Il tutto nel mentre ci sarebbe da definire l’aspetto giudiziario. Non fosse altro che la Cassazione ha confermato l’esposizione dell’amianto per gli operai impiegati nello stabilimento salernitano. A seguire la complessa vicenda è l’avvocato Anna Amantea che spiega: «In esito a una Ctu ambientale alquanto complessa, disposta dal Tribunale di Salerno- Sezione Lavoro, nel 2008 e durata alcuni anni, avente ad oggetto l’attività lavorativa svolta da un rilevante numero di operai (circa 1200) presso la ditta Marzotto Sud di Salerno, ormai cessata dal 1985, veniva accertata inconfutabilmente l’esposizione al “rischio amianto” degli operai che in qualità di addetti a lavori di sartoria, stiratura e confezionamento abiti avevano lavorato nell’opificio. La raccolta dei dati epidemiologici confermava tristemente gli effetti dell’accertata esposizione al rischio morbigeno». «In materia di amianto – spiega il legale – la norma principale è l’articolo 13 della l. n. 257/92 che richiede espressamente la prova dell’esposizione al rischio morbigeno “qualificato”, cioè in misura superiore ai valori di tollerabilità di cui all’articolo 24 del decreto legislativo 277/91. Successivamente la norma è stata innovata dall’articolo 47 del decreto legge 269/03, così come modificato dall’articolo 3 comma 132 L. n. 350 del 24/12/2003 che prevede espressamente (e così è stato pacificamente ritenuto a tutt’oggi dalla Suprema Corte di Cassazione e dalla Consulta), la salvezza della precedente disciplina in favore dei pensionati». «L’accertamento dell’esposizione a rischio consente di ottenere un beneficio previdenziale che si concretizza nella rivalutazione della contribuzione, per il periodo in cui si è svolto il rapporto di lavoro e, per il pensionato, determina la riliquidazione della pensione sulla base della operata valorizzazione». Questo, in grandi linee, è l’oggetto delle 580 (per l’esattezza) domande amministrative inoltrate all’Inail e delle circa 450 controversie instaurate innanzi al Tribunale di Salerno, al Tribunale di Nocera e alla Corte di Appello di Salerno nei confronti dell’Inps quale ente previdenziale tenuto ad erogare le prestazioni di cui trattasi e dell’Inail, quale ente preposto all’attività di accertamento e certificazione del rischio». «Dal 2009 ad oggi – prosegue l’avvocato Amantea – abbiamo ottenuto oltre 300 sentenze favorevoli emesse dagli organi giudiziari succitati a seguito di attenta e scrupolosa istruttoria, nonché rigorosa ricostruzione tecnico-giuridica della fattispecie de qua. L’Inps, inoltre, ha spontaneamente provveduto ad erogare le richieste prestazioni in favore dei pensionati. Purtuttavia l’Ente previdenziale ha incardinato innanzi alla Suprema Corte di Cassazione già un centinaio di cause per ottenere la cassazione delle sentenze sulla base di una mera questione procedurale “improcedibilità-improponibilità” della domanda giudiziaria, ponendo un “quesito di diritto” onde ribaltare totalmente ed a “conti liquidati” le pronunce della Corte di appello di Salerno pur non avendone interesse giacchè ha prestato acquiescenza alle sentenze e, soprattutto, senza contestare alcunché nel merito».

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