Ero tra i più grandi imprenditori italiani. Ora ho perso tutto

Scritto da , 16 Dicembre 2018
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Una storia lunga e complessa che ha inizio nel 2007. Antonio Di Cunzolo, uno dei più grandi concessionari al mondo di ricambi Iveco, con sedi in Sardegna, Campania, Sicilia, Calabria, Russia, Polonia, Libia, viene accusato di contraffazione e ricettazione. Ha inizio un lungo processo che lo vede assolto fino al terzo grado di giudizio. Nel frattempo però è costretto a chiudere l’azienda e a licenziare 150 operai più 600 dell’indotto. Oggi, è un pensionato nullatenente ma la Iveco, l’azienda che lo ha portato sul lastrico, gli deve ancora qualcosa: con loro ha un conto in sospeso perchè ancora oggi l’ingegnere Di Cunzolo si sente responsabile per quanto accaduto ai suoi figli, costretti a lasciare la città per lavorare e ai suoi dipendenti, molti dei quali finiti sotto ad un ponte.
Ingegnere, 12 anni di battaglia cosa è accaduto?
«E’ una storia lunga e complessa: una causa civile in corso perché la guardia di finanza già nel 2009 aveva riconosciuto la mia estraneità a fatti criminosi ma il pm ha comunque ritenuto di rimettermi a giudizio. La sentenza di primo grado mi ha assolto pienamente da qualunque fatto criminoso, la Corte d’Appello ha confermato la sentenza condannando la controparte alle spese e poi c’è stata la sentenza della Cassazione che ha confermato. Il fatto risale al 2007, sono stato accusato di contraffazione, ricettazione»
Dopo le accuse che le sono state lanciate lei ha perso tutto.
«L’azienda è in liquidazione, c’è un liquidatore fallimentare che sta svendendo le proprietà. I miei figli, ingegneri,stanno sparsi per l’Italia a lavorare per conto terzi. L’attività che era il fiore all’occhiello della Borbonia, mi passi questo termine, rispetto ai Savoia creava invidie non indifferenti e la mia azienda è andata».
Le sedi all’estero sono tutte chiuse e lei non ha più nulla, ora
«Io sono nullatenente, pensionato. Cerco di dare una mano ai ragazzi, cerco di sistemare un po’ i dipendenti più bisognosi».
Da uno dei più grandi imprenditori italiani, dunque, a nullatenente in pensione per una vicenda il cui reato non sussiste.
«Si, il fatto non sussiste e non c’è mai stato alcun reato. Io sto scrivendo un libro “La mia verità” ed ora è in revisione e racconto ciò che è accaduto. Stavo per andare sotto i ponti ma non ci sono andato; di questi 150 dipendenti più 600 dell’indotto parecchi sotto ai ponti ci sono andati, oltretutto in un periodo di crisi come questo».
Non vi ha distrutto la crisi ma lo ha fatto l’Iveco
«Si, la giustizia c’è. E’ lenta ma c’è e lo posso assicurare».
Dal 2010, intanto, è in corso una causa civile contro l’Iveco. Nonostante sia sul lastrico, cerca di aiutare i suoi dipendenti sistemandoli presso aziende che all’epoca erano suoi dipendenti, nonostante l’età media di circa 37 anni.
Lei ora si sente un vincitore o ha un conto in sospeso?
«Io ho un conto in sospeso e lo devo alla mia famiglia, ai miei dipendenti. Mi sento responsabile di quanto accaduto ma i miei dipendenti, pur dovendo avere soldi da me, non hanno mai prodotto istanza di fallimento, così come i fornitori e la comunità locale. Devo tutto a loro». E a chi lo ha ridotto sul lastrico dice: «Avete lo scrupolo di 15o famiglie buttate in mezzo ad una strada. Io sono un professionista e loro stesso mi hanno definito il miglior concessionario mai avuto».

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