Enrico Lo Verso plays Pirandello

Scritto da , 19 Maggio 2019
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Abbiamo incontrato l’attore palermitano che ha impersonato Vitangelo Moscarda al Teatro Nuovo di Salerno, alla vigilia dell’evento

Di GEMMA CRISCUOLI

 Mai sottovalutare i dettagli. Non solo celano più di quanto si sappia cogliere: lo rivelano con spudoratezza sfacciata per aprire falle che non si richiudono più. E cosa accade quando è la percezione di sé a crollare? Rovello che corrode e spiazza, sospeso tra costrizione e desiderio di perdersi, “Uno, nessuno e centomila” di Luigi Pirandello è stato proposto ieri presso il Teatro Nuovo di Salerno, per la regia di Alessandra Pizzi, con un Enrico Lo Verso che ha fermamente creduto in questo progetto. La vicenda è nota: in un giorno qualunque, la moglie di Vitangelo Moscarda gli fa notare che il naso gli pende verso destra. È il primo passo verso l’alienazione: il suo corpo, il suo carattere mutano a seconda dell’osservatore. Soltanto immergendosi nel flusso incontaminabile del vivere, estraneo a vuote sovrastrutture, saprà naufragare nell’unica libertà possibile.

 Come ha costruito un personaggio così complesso?

“Quando si parte da un testo talmente intenso come quello che Pirandello ci ha regalato, si hanno molti punti di riferimento. La riduzione proposta nella messinscena obbedisce a una fluidità e a una consequenzialità che agevolano il percorso logico, rendendo relativamente semplice la teatralizzazione da cui il protagonista emerge con grande naturalezza. Quello che prende corpo non è mai un racconto, ma un incontro tra tanti personaggi descritto da chi vuole condividere con gli amici quel che ha vissuto e che lo ha cambiato per sempre. Gli amici di Vitangelo Moscarda sono gli spettatori che ogni sera compiono insieme a lui questo accidentato percorso verso la serenità”.

Oltre a rispettare lo spirito del testo, la scelta del monologo vuole presentare gli altri come fantasmi che pretendono uno spessore?

“Fantasmi lo siamo tutti. Non è mai semplice doverlo riconoscere. L’opera pirandelliana non risparmia momenti di assoluto dolore. La consapevolezza di Vitangelo richiede un prezzo altissimo. La derisione e l’amarezza lo perseguitano senza che sia intaccata quella lucidità spietata anche verso se stesso, che lo porta a destabilizzarsi, mandando beffardamente in pezzi l’immagine che gli interlocutori hanno, o per meglio dire, credono di avere di lui”.

L’identità è dunque una prigione che diventa liberà distruggendosi. Com’è possibile affrontare oggi questo paradosso?

“Io consiglio sempre Socrate, la sua innocenza tagliente e il suo bisogno vitale di demolire pregiudizi, categorie, facili scorciatoie di un pensiero che non sa rischiare, che preferisce addormentarsi sui luoghi comuni o anche solo su una comoda apparenza. Anche Socrate ha dovuto difendersi da persone incapaci di comprenderlo, che hanno preferito l’ostilità all’empatia. Da una ricerca incessante, tuttavia, da una paziente scarnificazione di quella che è sempre apparsa l’unica strada per comprendere, si giunge a una stabilità che sa fronteggiare tutte le tempeste”.

Il romanzo è a suo modo eversivo. Come può esserlo il teatro ai giorni nostri?

“Dovrebbe essere quello di tremila anni fa. Un’agorà per incontrarsi e respirare quello che proviene dal palcoscenico. Provare emozione per lo spettacolo, discuterne senza filtri con persone estranee fino a un attimo prima, ma negli occhi delle quali si è accesa la stessa scintilla di chi le avvicina, per riflettere su ciò che lo ha arricchito o magari depredato. Dovrebbe essere un’opportunità di unire coloro che non immaginano ancora di provare una sintonia o un salutare conflitto nei confronti di quell’esperienza totale che è il mondo teatrale. Il teatro è e dovrebbe sempre essere un posto in cui conoscere se stessi e regalare alla propria intelligenza nuove possibilità”.

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