E’ morto Mimì Santacroce, il giudice anticamorra

Scritto da , 8 dicembre 2012
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 “E’ arrivato!”, diceva uno. “Chi ? … ‘a Volpe”, chiedeva un altro alludendo al Giudice Istruttore Giovanni Volpe. “No … no”, rispondeva quello di prima “E’ don Mimì”. Nasce così, semplicemente, per bocca di alcuni camorristi detenuti nelle vecchie carceri di Salerno, il mito di Domenico Santacroce, prima pm, poi giudice istruttore e infine capo della Procura della Repubblica di Sala Consilina per diversi anni. Ma il vociare nel carcere continua: “Già –osserva un terzo- chillo tene chillo piezzo abbascio ‘e celle”. Il pezzo era nientemeno che Salvatore Serra, detto Cartuccia, che il pm Santacroce si apprestava ad interrogare dopo il primo di una lunga serie di arresti. Siamo nel 1979 e la figura del magistrato Domenico Santacroce balza imperiosamente agli onori della cronaca per aver determinato la cattura del boss più potente dell’intero agro nocerino-sarnese. Presto diventa il “giudice anticamorra”, fenomeno che combatte decisamente e che studia fin nei mini dettagli divenendo, presto, un profondo conoscitore di tutti gli intrecci e di tutti gli interessi malavitosi e delle sue ramificazioni nelle istituzioni e nel mondo della politica. Nei primi anni ’80 gli vengono affidati casi eclatanti: il 2 maggio 80 vengono uccisi i coniugi Luigi Di Lorenzo e la moglie Maria Rosaria Pandolfi, il 16 luglio dello stesso anno cade Antonio Caiazzo (pericoloso pregiudicato), il 29 luglio sempre dell’80 viene ucciso l’avvocato Giorgio Barbarulo e l’ 11 dicembre 1980 è la volta dell’avvocato Marcello Torre che  è suo grande amico. Qualche mese prima Torre gli aveva consegnato una lettera riservata che Santacroce ha aperto ovviamente soltanto dopo la barbara uccisione dell’ex sindaco di Pagani, nella lettera Torre avanzava dubbi e sospetti anche verso alcuni compagni di partito che era la D.C.. Indaga anche sulla strage camorristica in cui trovò la morte l’avvocato Dino Gassani e il suo segretario Pino Grimaldi, era il 27 marzo 1981 e la Città fu terribilmente scossa dagli eventi malavitosi. Segue attentamente l’omicidio di Massimo Scarpa, detto Scarpone, di Eboli; gli serve per entrare nel tempio dei “venditori di soldi” (la famiglia Marrandino e il deus Cosimo D’Andrea) che abbatte senza pietà e senza guardare in faccia a nessuno. Dal 18 aprile 1982 inizia la sua inchiesta più importante; quel giorno venne ucciso nell’ospedale di Via Vernieri a Salerno il famigerato boss Alfonso Rosanova e qualche mese dopo tutto l’incartamento arriva a lui, il giudice anticamorra. Neri mesi successivi si interessa dell’uccisione di Simonetta Lamberti (figlia del procuratore della repubblica di Sala Consilina, Alfonso), è il giorno 29 maggio 1982. Questi ultimi due casi, insieme all’omicidio di Virginio Colangelo del 9.10.82 (gelido killer del gruppo facente capo a “don Raffaele Cutolo”) danno a Santacroce la possibilità di entrare per la prima volta nel mondo della politica, insomma parte all’attacco del terzo livello e sfida l’allora potentissimo on. Enrico Quaranta, sottosegretario di stato e padre padrone dei socialisti dell’intera provincia di Salerno e non solo. Un pentito di camorra, Aniello Olivieri (fratello del boss Peppe Saccone), racconta di aver sentito da altri camorristi che una sera in una cena particolare c’erano sia Alfonso Rosanova che l’on. Enrico Quaranta; è forse la prima confessione per “de relato” di un potente camorrista che  viene puntualmente ucciso la sera del 23 settembre del 1982. Ma Santacroce ha già la dichiarazione, forse confermata da altri, e la pubblica nell’ambito del processo a carico dei presunti assassini di Rosanova. Succede il finimondo. Il sottosegretario di stato, Enrico Quaranta, fa tappezzare l’intera provincia di Salerno con manifesti contro il giudice anticamorra accusandolo di aver estorto artatamente quelle dichiarazioni. Parte l’inchiesta del CSM e Santacroce viene trasferito in Sicilia. Tutto questo consegna, però, nelle mani di Domenico Santacroce un bagaglio informativo sugli intrecci politica-camorra che gli servirà, qualche anno dopo, non solo per dare la caccia ai socialisti ma anche per guidare da vero “padrino della giustizia” la tangentopoli salernitana grazie ai suoi due allievi prediletti: i pm Vito Di Nicola e Luigi D’Alessio. Ritorna presto dalla Sicilia, nell’84 Enrico Quaranta muore prematuramente, e per Santacroce si spalancano le porte della Procura della Repubblica di Sala Consilina che nel frattempo è rimasta orfana di Alfonso Lamberti che dopo l’uccisione della figlia finisce in un mare di guai giudiziari. Dalle stanze della Procura di Sala Consilina “don Mimì” pilota gran parte della tangentopoli salernitana. Prima della tangentopoli, però, arriva un altro successo grazie al capitano dei Carabinieri Domenico Martucci; insieme indagano e individuano il covo dei due camorristi (De Feo e D’Alessio) che il 12 febbraio 1992 avevano ucciso i due Carabinieri (Arena e Pezzuto) a Faiano. La cattura, però, spetta alla Procura di Salerno con il pm Alfredo Greco; nel covo il primo ad entrare è Martucci. Un bel successo, non c’è che dire. E’  negli uffici di Sala Consilina che nell’aprile del ’93 viene portato Alberto Schiavo, la gola profonda della tangentopoli, e sottoposto ad un interrogatorio fiume da parte dei pm salernitani Di Nicola,. D’Alessio e Scarpa in presenza dello stesso Santacroce. Subito dopo partono gli avvisi di garanzia per l’ex ministro Carmelo Conte e per l’ex sottosegretario Paolo Del Mese e viene formalizzato il primo ordine di cattura internazionale a carico del mitico Gaspare Russo che fugge prima in Sud America e poi a Parigi. Incredibile il modo in cui Gasparone sfugge alla cattura. Era salito su un aereo a Francoforte, aereo che senza scalo atterra a Capodichino, ma Gasparone non c’è e il plotone di Carabinieri pronti sulla pista per ammanettarlo restano con un palmo di naso. Nell’autunno del ’93 il suo capolavoro investigativo. Convince il suo caro amico Vincenzo Ritonnaro a farsi microfonare con alcune microspie e lo induce ad avvicinare altri suoi amici imprenditori (tra i quali Gerardo Satriano e tanti altri) a raccontare circa le presunte cessioni (alias mazzette !!) che erano stati indotti (ovvero costretti !!) ad elargire in favore del Partito Socialista e del famoso “Il Giornale di Napoli”. La vicenda è quasi alla “007-James Bond”;  Ritonnaro incontra uno per volta gli amici imprenditori e con loro viaggia in una macchina lungo la litoranea mentre un auto civetta dei Carabinieri li segue ed intercetta tutto quanto i due si dicono volta per volta. Molti personaggi dell’epoca vengono letteralmente stritolati, come Franco Amatucci e Raffaele Galdi (i due compassi d’oro) che vengono indicati come i messaggeri del partito socialista e direttamente del ministro Carmelo Conte. Sempre nel ’93 a Santacroce viene anche affidata una parte importante dell’inchiesta sul rapimento del politico Dc Ciro Cirillo. Forse è la goccia che fa traboccare il vaso; difatti qualche mese dopo il giudice anticamorra viene messo sotto protezione, si teme per la sua incolumità fisica e per la sua stessa vita. Portato in una località segreta riemerge dopo qualche mese e ritorna nella sua Procura. Non smette mai di coltivare il suo innato senso di “educare i giovani pm” e trova, a Sala Consilina, il soggetto adatto: Raffaele Casto, giovanissimo pm che il vecchio ed esperto capo lancia all’assalto di quello che resta della tangentopoli e semina il panico in tantissime amministrazioni comunali del Vallo di Diano. Ma l’astro di Santacroce è ormai al tramonto; i ricorsi contro i due arrivano al CSM che, per la seconda volta, si interessa del “giudice anticamorra” che dopo questa nuova disavventura incomincia a mollare la presa. Fino a lasciare la magistratura ed a dedicarsi all’attività forense con notevole indubbio successo. Lascia dietro di se un’opera preziosa, un libro “I miei giorni della camorra” nel quale racconta con linguaggio sapiente e comprensibilissimo la vera storia della malavita salernitana. Per tredici anni, tra il 1974 e il 1987, è stato giudice istruttore a Salerno, poi capo della Procura di Sala Consilina.

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