E’ morto l’imprenditore Michele Mastromartino

Scritto da , 23 Dicembre 2019
image_pdfimage_print

di Michelangelo Russo

 

Un banale, tragico incidente domestico, si è portato via ieri il più geniale imprenditore di Salerno, Michele Mastromartino. All’età di 82 anni era attivo come nei tempi migliori; un paio di mesi fa mi raccontò che voleva aprire un altro grande magazzino in centro. Melfitano orgoglioso della sua origine lucana, aveva dato vita alla piu’ grande azienda di distribuzione dell’Italia Meridionale con centinaia di dipendenti. Serioso, burbero all’apparenza, instancabile nel lavoro e invincibile nelle trattative di affari, era in realtà un uomo semplice senza grilli per la testa. Amava le cose di ogni giorno, senza rincorrere lussi o capricci di moda che la sua capacità imprenditoriale e il suo ruolo avrebbero ben potuto consentirgli. Una volta, nei tantissimi colloqui familiari che avevo di continuo con lui, gli chiesi come mai non si fosse comprato una barca di lusso. “Sono un campagnolo” mi rispose “E poi, quando da te dipendono centinaia di famiglie, non puoi correre appresso le cose futili”. Di tutti i mezzi a motore che ebbe, credo che quello che gli piacesse di piu’ era il suo trattore; che guidava con perizia da contadino. Comprò un giorno una grossa Mercedes di cilindrata smisurata. Gli chiesi che dovesse farne, visto che non amava le esibizioni. Mi disse “non mi serve la Mercedes potente per fare buffonate. Il fatto è che il trattore tante volte si impantana. Questa ha quattro ruote motrici, e ce la fa benissimo a tirarlo fuori!”. Ti lasciava sconcertato per le sue risposte inaspettate. Ma a ben vedere tutta la sua logica ruotava intorno alla sua visione razionale dell’economia aziendale, che nulla aveva da invidiare ad un Amministratore Delegato di una multinazionale. Non sbagliava mai un investimento con questo spirito di patriarca frugale che si rivelava di continuo nelle narrazioni che gli piaceva intrattenere dal suo posto di comando all’ingresso di uno dei suoi stabilimenti, nemmeno il piu’ grande. Ti colpiva e ti affascinava quel suo dialetto melfitano, fatto di pochissime parole, che usava con le persone che gli erano familiari. Conoscevo quella lingua arcana, che evocava sapori di ruralità antica e spartana. Era la lingua di mia nonna materna, che non ne parlò mai un’altra. Cosi’ sono fatti questi italici tosti e flemmatici della Lucania interna. Sono come i tedeschi, senza complimenti che sprecano tempo, e senza svenevolezze che sprecano denaro. Il denaro per Michele era una sicurezza da raggiungere non per le necessità economiche, che poco gli bastava per la quotidianità, ma per assicurare all’azienda quella liquidità utilissima nelle transazioni per spuntare i prezzi migliori. Era abilissimo in questo. Una dote posseduta fin dalla giovinezza, quando volle emigrare in Venezuela spinto dalla voglia di avventura. E che avventura, degna di un film! Entrò nelle grazie del capo assoluto del commercio di Caracas, Benein, un ebreo risoluto che guidava il boom economico della capitale. Apprese l’arte del commercio tanto da iniziare, appena ventenne, un’azienda propria. Trovo’ nuovi mercati, portando i prodotti nel cuore delle foreste venezuelane, arrivando nei villaggi sperduti a bordo delle piroghe con le quali risaliva il pericoloso corso del fiume Orinoco. “Viaggiavo al centro del fiume, perché dalle rive partivano le frecce degli Indios, pericolosi come i pirati”. Ma non c’era pirata che potesse fermare Michele Mastromartino. Riusciva, in quelle foreste impenetrabili, a vendere di tutto. Lo stimolavo a raccontare, per accumulare ricordi straordinari da raccontare a mia volta. Tra quegli affari conclusi nell’afa della giungla, ce ne fu uno che ricorderò sempre. “Con un camion zeppo di cinture per pantaloni attraversai un giorno una parte sconosciuta della foresta. Nei tre o quattro villaggi incontrati, vendetti tutte le cinture per pantaloni “. Gli chiesi: “ma allora aspettavano te per tirarsi su i pantaloni?”. Mi rispose “No! Perché quelli nella giungla i pantaloni nemmeno li avevano!” Michele avrebbe venduto ghiaccio agli eschimesi! Con un fiuto eccezionale, come quando capì che il bolivar, la moneta venezuelana, stava per crollare. E allora via, a Miami Beach a cambiare in dollari i bolivar in procinto di diventare carta straccia. Potrei raccontarne tanti di questi ricordi. Ma mi piace concludere con i rapporti che teneva in famiglia con i figli. Attaccatissimo ai figli, non poteva fare a meno di vederli comunque come suoi dipendenti. Una mattina stava infuriato con tutti e tre perché arrivavano tardi a lavoro. Prese davanti a me il telefono e sbraitò verso il primo dei tre che gli capitò “domani mattina tutti e tre alle 7.30 in azienda. Guai se mancate all’appello, perché se no io vi licenzio in tronco!” Ne sarebbe stato capace, senza discutere. Con la moglie Lina ebbe una sintonia totale per tutta la vita. Erano il motore sincronico di un’azienda grandiosa nel deserto imprenditoriale del Sud. Il segreto del successo stava proprio in quella frugalità vincente come le antiche diete del popolo lucano. Un esempio di quella frugalità lo ebbi in un giorno di novembre, in cui non lo trovai al suo posto di lavoro. Mi risposero i dipendenti che era andato a godersi una vacanza di sette giorni a Montecatini. In novembre, è la prima volta che si fosse concesso una vacanza. Economo nel vivere, era generoso senza che nessuno lo sapesse. Ha dato tantissimo per l’Africa attraverso le Missioni. Adesso, tocca ai figli far si’ che la sua azienda prosperi nel solco di quello che lui ha insegnato.

 

Consiglia

Cronaca

Attualità

Spettacolo e Cultura

--sidebar-wrapper-->