Due gemme per archi e pianoforte

Scritto da , 5 giugno 2014

Oggi, alle ore 20, giro di boa per la I edizione del Festival di Musica da Camera Sant’Apollonia. Un evento, questo, nato dalla sinergia del conservatorio di Musica “G.Martucci” di Salerno, con un progetto del Dipartimento di Musica d’Insieme, presieduto da Francesca Taviani, da un’idea di Anna Bellagamba e la Bottega San Lazzaro del professore Giuseppe Natella che ospita la rassegna nella cornice della Chiesa di Santa Apollonia. La serata sarà dedicata a due gemme della letteratura per “Archi e pianoforte”. Valeria Iacovino al pianoforte, Luca Gaeta al violino, Giuseppe Giugliano alla viola, Annabruna Corrado al cello  proporranno il Quartettsatz in La Minore di Gustav Mahler. Il Quartetto, ha un grande valore documentaristico, in quanto rappresenta una delle poche testimonianze che ci sono giunte del periodo in cui Mahler studiava al prestigioso Conservatorio della “Gesellschaft der Musikfreunde” di Vienna (dal 1875 al 1878). Al Conservatorio Mahler era iscritto ai corsi di pianoforte di Julius Epstein, di armonia e contrappunto di Robert Fuchs e di composizione di Franz Krenn. Dei tre pedagoghi fu forse Epstein ad avere maggiore influenza anche sullo studente di composizione, se non altro per avergli trasmesso l’interesse e la conoscenza di un certo tipo di repertorio pianistico e cameristico, in particolare di Schubert e Brahms. In quegli anni ebbero poi grande influenza, su tutti gli studenti di composizione, le esecuzioni della tarda produzione cameristica di Beethoven da parte del Quartetto Hellmesberger, il cui primo violino, Josef, era anche direttore del Conservatorio viennese. Tuttavia, nonostante un ambiente musicale indubbiamente stimolante, Mahler giudicò a posteriori insoddisfacente e incompleto il suo periodo di studi. Pur trattandosi di un lavoro giovanile frutto di un solo anno di studi di composizione, il Quartettsatz rivela una notevole padronanza di tecniche compositive. L’impianto di forma-sonata e l’interessante scrittura pianistica dimostrano la confidenza di Mahler col grande repertorio per pianoforte, da Beethoven a Schubert, Chopin, Schumann e Brahms. Ed è proprio l’influenza brahmsiana quella che si percepisce con chiarezza nel tema di apertura del movimento, lirico e ben equilibrato, mentre il secondo gruppo tematico viene presentato in una nuova area armonica segnata da un deciso cambiamento di tempo, tratto che diventerà distintivo nella successiva evoluzione dello stile compositivo mahleriano. La raffinata elaborazione tematica dello sviluppo rivela una notevole disinvoltura e inventiva ed uno stile già originale. Nella ripresa, riproponendo il cambiamento di tempo, Mahler introduce un’inaspettata escursione armonica nella tonalità di fa diesis minore, per poi giungere ad una melanconica conclusione, preceduta da una sorta di breve cadenza per violino. Il brano si presenta dunque particolarmente ricco di interessanti dettagli che infrangono le convenzioni classiche nel trattamento della forma e dell’armonia, tanto da anticipare il clima espressivo della prima produzione cameristica di Schönberg. Seguirà Il Quintetto «La trota» con la stessa formazione ma aggiungendo il contrabbasso di Leonardo Cafasso e il violino di Andrea Montella in sostituzione di Luca Gaeta, composto da Franz Schubert nel 1819. La nascita di questo capolavoro, unico quintetto dell’intera produzione schubertiana, fu piuttosto casuale e si deve all’incontro del suo autore con Sylvester Paumgartner, ricco mecenate di Steyr con la passione per la musica, che gli commissionò un quintetto per pianoforte e archi che utilizzasse la melodia di un famoso Lied schubertiano, Die Forelle (La trota), scritto due anni prima. Il compositore, su suggerimento dello stesso Paumgartner, violoncellista dilettante, non utilizzò il classico quartetto d’archi, ma introdusse il contrabbasso eliminando il secondo violino: ne nacque una delle pagine più popolari e amate dell’intero repertorio cameristico. In questa celeberrima composizione le idee melodiche sgorgano serene e fluenti, prive di complesse elaborazioni motiviche, in un clima generale di serena contemplazione. L’Allegro vivace si apre con un arpeggio ascendente del pianoforte: è un’immagine musicale aperta e solare che permea di sé l’intero movimento. Dopo poche battute, nelle quali sembra quasi che il materiale sonoro debba trovare ordine e organizzazione, sorge dalle corde del violino il primo tema, spensierato e quasi naif nella sua semplicità. L’Andante è costituito da tre temi: il primo, disteso e cullante, viene esposto quattro volte in alternanza fra pianoforte e violino; la terza volta Schubert lo propone nel tono della sottodominante, come aveva fatto nel primo movimento. Il secondo tema è condotto in terze da viola e violoncello con quel velo di malinconia che ricorda alcune delle sue migliori pagine pianistiche; il terzo tema è caratterizzato per contrasto da un insistente ritmo puntato che richiama l’inizio dello sviluppo dell’Allegro vivace. Lo Scherzo presenta un tema principale ritmicamente scattante, quasi “nervoso” nelle vibranti terzine ascendenti di violino e viola, che contrasta fortemente col tema del Trio centrale, danzante e quasi popolaresco nell’andamento melodico parallelo di violino e viola. Il cuore del Quintetto è sicuramente il quarto movimento, costituito dal tema del Lied Die Forelle seguito da cinque deliziose variazioni. A conclusione del movimento troviamo un Allegretto, nel quale il pianoforte fa udire l’accompagnamento originale del Lied Die Forelle, mentre la vox humana del violoncello intona per l’ultima volta la melodia del tema. Il Finale (Allegro giusto) è bipartito: la prima parte presenta due temi, il primo dallo spiccato carattere di danza paesana, il secondo più cantabile esposto in imitazione fra violoncello, violino e viola. La seconda parte è costituita dalla ripresa quasi letterale della prima, con un percorso armonico-tonale inverso: ovvero si parte dal primo tema alla dominante per giungere al secondo tema conclusivo nel tono d’impianto.

 

Olga Chieffi

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