Don Giovanni o il festino di Pietra

Scritto da , 18 febbraio 2016

Questa sera, alle ore 21, il sipario del massimo cittadino si solleverà sull’opera di Moliere con protagonista Preziosi

 

Di OLGA CHIEFFI

Don Giovanni, il Beffatore di Siviglia e il Convitato di pietra, di Tirso de Molina (1616); Don Giovanni o il festino di pietra, di Molière (1665); Don Giovanni o il dissoluto punito, opera di Mozart con libretto di Lorenzo Da Ponte (1787); Don Giovanni e Faust, di Christian Dietrich Grabbe (1829), tra le migliaia di versioni del mito di Don Giovanni (la commedia in versi di Tirso è la prima in assoluto), queste sono quelle che più di tutte hanno contribuito a dare al personaggio la fisionomia con la quale è conosciuto. Il romanticismo ottocentesco scatenerà grandi variazioni nel mito: abbandonato il teatro, Don Giovanni si presterà a letture ed usi disparati, perdendo spesso l’unitarietà della struttura e il preciso legame con gli altri personaggi della vicenda e con il sovrannaturale, per diventare infine, nel Novecento, semplicemente un dongiovanni, decadendo da “mito di situazione” a “mito di eroe”. Questa sera, alle ore 21, sul palcoscenico del Teatro Verdi, Alessandro Preziosi dopo Amleto e l’imperdonabile Cyrano senza naso, si cimenta con un altro personaggio-pilastro del teatro classico, con un’altra sfida, in doppia veste di attore e regista, impavido al rischio dell’ulteriore passo indietro rispetto ai successi precedenti, il Don Giovanni di Moliere. Il Don Giovanni francese è cinico, arido, costruttore di una filosofia di vita complessa e assolutamente poco spontaneo, privo di quell’impeto e di quella gioia, in alcuni tratti sembra quasi stanco e costretto nella sua maschera; in scena non riesce a portare a compimento le sue conquiste, ma non sembra curarsene troppo. E’ un uomo che fa della maschera e dell’ipocrisia una filosofia di vita, non a caso figlio di un Molière amareggiato dalle critiche al Tartuffo e desideroso di scagliarsi contro i suoi ipocriti accusatori. Questo Don Giovanni è filtrato dallo scenario importato dai comici italiani a Parigi: allo schema ridondante di Tirso de Molina viene applicata una maggiore verosimiglianza e aderenza alle regole aristoteliche di unità, ed in questo modo il personaggio emerge con forza maggiore, caratterizzato in modo più dettagliato. L’archetipo della controversia religiosa si evolve in un’opera di difesa della ragione, dove le seduzioni di Don Giovanni sono più evidentemente funzionali alle sue posizioni filosofiche. Le sue azioni, infatti, non sono più burle, ma fatti strategici, rigorosamente discendenti da una filosofia vicina al libertinaggio erudito (cui Molière si era avvicinato tramite l’amicizia con Gassendi): la sua visione del fenomeno amoroso risponde ad una separazione netta tra etica e religione e ad una logica perfetta. Di conseguenza, se il Don Giovanni di Tirso cercava di minimizzare le proprie colpe, il protagonista di Molière le difende come scelta consapevole e paradossalmente onesta; se il primo faceva di tutto per dare un’apparenza di realtà alle proprie menzogne, il secondo ha una condotta assolutamente sincera nella sua coerenza, di cui le menzogne sono solo un velo contestuale. Alessandro Preziosi sul palcoscenico del Verdi avrà al suo fianco Nando Paone nel ruolo di Sganarello, interpreti classici, su di una scena molto cinematografica ritmata dai Pink Floyd e dai Massive Attack, di questo grande e infinito ballo dell’esistenza.

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