Disservizi postali: magistrato querela

Scritto da , 7 novembre 2018
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di Vincenzo D’Amico

E’ sempre la stessa storia, che d’estate moltiplica i propri effetti: la sciatteria organizzativa degli uffici postali, nel periodo feriale aggravata rispetto a quella che tutti gli italiani, specie al Sud, conoscono benissimo. In verità, la cosa riguarderebbe un po’ tutto l’ambito dei dipendenti statali ma quella dei “postali” è divenuta ormai leggendaria: hai voglia a privatizzare, fare, dire se non cambia l’impianto legislativo che trasforma gli impiegati pubblici in querce secolari ineradicabili, da questa palude non si uscirà mai. Dunque, prendiamo il caso di un ufficio postale della Piana del Sele tra Eboli e Battipaglia, anche se la vicenda che andiamo a raccontare sarà comune a chissà quanti altri posti simili. Il 18 luglio scorso un utente va allo sportello per il ritiro di una raccomandata, prassi ordinaria con previo rilascio dell’avviso nella cassetta postale. Sullo scontrino lasciato dal postino (a proposito di innovazione e digitalizzazione, avete notato quanti metri di carta lasciano nelle cassette postali?) c’era scritto che la raccomandata poteva essere ritirata a partire da quella data, dalle 8,20 alle 13,30 circa. L’utente entra, non sono neppure le 12,30 ma una delle due impiegate (ce n’era una allo sportello, l’altra “dirigeva”) precisa che lì la raccomandata non c’è. In qualunque altra parte del mondo civile già questo avrebbe determinato il licenziamento dell’intera filiera (giustamente): state lì apposta, non dovete far altro che riempire registri, digitare tasti su tastiere di computer con programmi semplicissimi, mettere timbri e assicurarvi che pacchi e lettere arrivino a destinazione, possibilmente puntuali, non dovete mica fare trapianti multiorgano a malati terminali. Invece no, l’ineffabile sistema-Italia colpisce sempre e al cittadino viene candidamente detto di risolversi il problema in autonomia, vale a dire rimontare in auto e farsi qualche km per andare alla sede centrale dello smistamento in via Brodolini. Bene, è esattamente quel che fa. Giunto in sede, indovinate cosa gli rispondono? Che ha sbagliato luogo, la raccomandata la trova all’ufficio di Santa Lucia: riepilogata la vicenda, la tensione sale, arriva la “direttrice” che ripete all’utente la litania. Fulmini e saette. Ed ecco, allora, che l’uomo torna di nuovo a Santa Lucia dove, con cortesia, gli fanno presente che la raccomandata non c’è e che in ogni caso la potrebbe trovare il giorno successivo, anche se era quello il giorno indicato. L’utente spiega che non è lui ad essere in difetto bensì l’ufficio e che di tornare non gli sarebbe stato possibile né il giorno successivo né per i prossimi 30 giorni: facile immaginare cosa abbiano pensato nella propria testa gli impiegati del posto nell’udire queste parole. Ora, siccome il diavolo fa le pentole ma spesso dimentica i coperchi, c’è un elemento che giocherà forse un ruolo decisivo in questa italianissima vicenda: l’utente in questione, sballottolato qua e là per conclamato disservizio dell’ufficio, è un magistrato. Il quale si fionda dai carabinieri e stende una dettagliata denuncia per omissione/rifiuto di atti d’ufficio. E, si sa, una cosa è quando una denuncia la fa un magistrato un’altra quando la fa un cittadino non togato. Il guaio vero è un altro: che non si possono mandare a casa per “così poco” i dipendenti pubblici, perché di certo troveranno un collega del magistrato che in qualche modo li reintegrerà nel posto di lavoro. E la guerra continuerà

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