Dedicato a Stefano Cucchi

Scritto da , 18 marzo 2017

Week end alla Sala Pasolini con Luci della Città di Pino Carbone interpretato da Francesca De Nicolais, oggi alle ore 19 e domani alle ore 18

 Di OLGA CHIEFFI

Uno spettacolo forte, per non dimenticare, prodotto da ONG Teatro, ex Asilo Filangieri, dedicato alla tragica vicenda di Stefano Cucchi, un ragazzo di 31 anni, morto mentre era sotto la custodia dello Stato. Casa del Contemporaneo ospita a Salerno, sul palco della Sala Pasolini, una storia simbolo di tante ingiustizie. In scena oggi alle ore 19, e domani alle 18, “Luci della città/Stefano Cucchi”, testo e regia di Pino Carbone, con Francesca De Nicolais. Il lavoro di Pino Carbone, regista napoletano del 1978, che già da qualche tempo si sta affermando come una delle voci più ispirate del nuovo teatro italiano. Lo spettacolo “Luci della città / Stefano Cucchi”, è un lavoro duro e a tratti struggente che affronta la tragica vicenda del giovane romano morto nel 2009 durante la custodia cautelare. Luci della città racchiude in sé molti degli elementi centrali del teatro di Carbone: si tratta di uno spettacolo “piccolo” e agile dal punto di vista produttivo con una sola attrice, la bravissima Francesca De Nicolais che è anche coautrice della drammaturgia, pochi oggetti di scena e solo le luci indispensabili. È uno spettacolo “pensato per essere realizzato ovunque, anche in luoghi non teatrali, improvvisati, senza alcun tipo di sostegno produttivo”. Il regista ha fatto così di un limite un punto di forza dando forma a spettacoli asciutti, essenziali, diretti. E’ il racconto di una sconfitta, la sconfitta di Stefano Cucchi che è messo a margine dalla società, la sconfitta di un popolo intero che tace di fronte alle ingiustizie di stato, la sconfitta della stessa società. E’ teatro di emozioni e di forti sensazioni. Lo spettacolo non si sviluppa attraverso il sogno, ma la cronaca in tutta la sua crudezza. L’autore si serve della metafora del ring e di un incontro di pugilato, ma la realtà dei fatti resta quella ben nota a tutti. Deve rimanere tale e, anzi, essere gridata sotto forma di una denuncia costante. Stefano Cucchi muore a soli 31 anni il 22 ottobre del 2009, mentre è in custodia cautelare. Vale a dire, quando si trova nelle mani dello Stato. Una settimana prima viene arrestato per detenzione e spaccio di stupefacenti, processato per direttissima e trattenuto nel carcere di Regina Coeli. In soli sette giorni, Stefano perde una decina di chili; al momento del decesso, sul suo corpo vengono trovate lesioni ed ecchimosi alle gambe, al viso (inclusa una frattura della mascella), all’addome, al torace, due fratture alla colonna vertebrale e un’emorragia alla vescica. Dopo 7 anni ancora nessuno risulta colpevole della scomparsa di Stefano, che stando agli atti si è lasciato morire. L’autore si domanda a gran voce: cosa significa lasciarsi morire? Chi può avere il coraggio di mettere su carta una formula tanto vuota e agghiacciante davanti all’immagine di un cadavere martoriato come quello di Stefano? Chiunque avrebbe diritto a una seconda possibilità, figuriamoci un giovane. A Stefano la possibilità di rialzarsi, dopo essere stato messo prima all’angolo e poi al knock out dalla vita, è stata negata. Abbandonato a se stesso e agonizzante, è stato torturato, picchiato e ucciso. In fondo, non era che un tossico.

Consiglia