Davide Gaeta: «Rischio la mia vita per gli altri»

Scritto da , 14 Gennaio 2020
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di Erika Noschese

E’ uno dei personaggi più attivi e conosciuti in Italia nel settore del salvataggio in acqua. Davide Gaeta, 25enne salernitano, ha coltivato la sua passione fin da piccolo, anche grazie alla sua famiglia, fino a fare del life guard la sua professione che oggi lo porta a viaggiare in tutta Italia e a conoscere nuove realtà. La sua esperienza tecnica, dai soccorsi effettuati con la moto d’acqua tra le onde del litorale ebolitano agli interventi a bordo delle motovedette della Guardia Costiera di Salerno, si integra a quella didattica espressa nei corsi e nei seminari del settore cui partecipa come relatore. Da alcuni anni in servizio per la Croce Rossa, non smette di dedicare tante ore in piscina e in mare, ad allenarsi, aggiornarsi e sperimentare innovazioni col fine ultimo sempre la salvaguardia della vita umana in mare. Sei un istruttore di life guard, la tua missione è il salvataggio in acqua. «Sì, la finalità del life guard porta alla salvaguardia della vita umana in mare, soccorso ai bagnanti, alla prevenzione ed eventualmente al soccorso della persona in acqua». Come nasce questa tua passione, divenuta col tempo la tua professione? «Ho iniziato da piccolo con la scuola nuoto. La mia famiglia è stata sempre vicina al mondo acquatico, mio fratello è stato in marina, mio padre era un istruttore subacqueo. Dopo aver preso il brevetto di salvataggio ho continuato in questo settore». E’ un lavoro delicato. Ci sono stati momenti difficili, interventi particolari che ti hanno, in qualche modo, segnato? «Ad oggi penso che tecnicamente, gli interventi che posso aver reputato più rischiosi siano quelli nelle correnti di ritorno nella costiera ebolitana, effettuati a 18 anni come semplice bagnino di salvataggio. Dal punto di vista tecnico, sono gli interventi che sembrano più semplici ma in realtà sono più difficili perché le correnti non sono semplici da gestire tanto che ogni anno c’è qualche salvataggio e purtroppo anche qualche decesso, proprio per via di questa problematica». Sei un soccorritore professionista, tra i più richiesti nel tuo settore. «Sì, da un po’ di anni lavoro con la Croce Rossa Italiana che ha una sua componente di soccorritori acquatici che si chiama Opso (operatori polivalenti di salvataggio in acqua). Trovandomi in questo settore fin da piccolo e avendolo vissuto in lungo e largo capita spesso che vengo richiesto anche per convegni attinenti al settore della sicurezza in acqua». A chi vorrebbe seguire le tue orme cosa consigli? «Quello che consiglio è scegliere dove formarsi ed effettuare questa scelta non esclusivamente utilizzando come parametri i tempi e i costi perché trattandosi non solo di una qualifica ma di un’abilitazione che ti mette in mano la vita di altre persone, scegliere una buona formazione che duri di più, che sia più difficoltosa e di conseguenza anche più onerosa è il valore aggiunto. Per fare questo è importante scegliere dove andarsi a formare. Quello che fa la differenza è che non è tanto il marchio, il brand o la didattica ma il singolo istruttore che riesce a formarti e a farti appassionare anche in base alle sue esperienze e alla sua passione verso questo settore». Credi che, in questo senso, Salerno possa offrire una buona formazione? «Io per questa professione ho sempre viaggiato molto su tutto il territorio nazionale e ho avuto modo di confrontarmi con diverse realtà. Adesso, per lavoro, mi trovo principalmente in Toscana, in una zona prossima alla Versilia, dove il life guarding è più incentivato rispetto ad altre zone ma c’è da dire che Salerno, nell’arco degli anni, si è costruita una discreta realtà attorno a questo settore. La professionalità non deve partire da chi te la deve riconoscere ma devi essere tu ad auto riconoscertela, sapendo che questa mansione non può essere vista come un lavoro stagionale o hobby ma deve essere vissuta, anche volontariamente, appieno perché l’ambiente tecnico è estremamente difficile. C’è la vita umana di mezzo, quella del soccorritore anche e purtroppo la cronaca ci riconosce è che spesso chi va a soccorrere, non avendo determinati standard e conoscenze, viene a mancare durante l’intervento». Quella del soccorritore è una figura particolare. Pensi che Salerno abbia qualcosa da invidiare ad altre realtà? «E’ una bella domanda. Il panorama non cambia tanto tra città e città, ma anche tra una scuola e un’altra. Non è tanto la città ma il posto dove lavori. Prendendo ad esempio i bagnini di salvataggio, nella nostra zona, ho notato che c’è un’enorme differenza tra chi lavora su uno stabilimento e chi lavora sullo stabilimento limitrofo, oppure il servizio spiagge gestito da un Comune e dall’altro. Non è tanto la località in sé ma il contesto in cui si lavora».

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