Danio Manfredini e la Vocazione del “puro folle”

Scritto da , 25 Giugno 2019
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I classici del teatro nella riflessione sulla “chiamata” dell’attore hanno impreziosito Salerno Letteratura, grazie alla indovinata scelta di Vincenzo Albano di Mutaverso Teatro

Di OLGA CHIEFFI

Il duro disincanto di Canio, nella sua “Vesti la giubba…” la crisi dell’identità dell’uomo che non riesce a “consistere” se non fingendosi una “parte” e recitandola, la sofferenza di essere attore, si lega al leitmotive dell’ultima cena dei cavalieri del Parsifal con la sua linea spoglia che rappresenta la sfera del Graal, la coppa umile, simboleggiante l’eterna ricerca, che solo il “puro folle”, termine positivo del dolore stesso di esistere, del desiderio, del rimorso della “Vocazione”, può trovare. Colta la scelta musicale per l’incipit della performance che ha salutato sul palcoscenico del Teatro Verdi Danio Manfredini e Vincenzo Del Prete, ospiti di MutaversoTeatro di Vincenzo Albano, il quale ha firmato il preludio di Salerno Letteratura, conclusasi dopo dieci giornate di persone ingreggiate  nel centro storico, tra incontri, presentazioni di libri, infradito e bermuda, afrori estivi, borse di cotone, barattoli di vetro per conserve, crediti, punti e punticini, capaci di scambiare per vicoli e piazzette anche la platea del nostro massimo, la cui soglia è forse stata da qualcuno, sciattamente varcata per la prima volta.  Scelta indovinata quella di Vincenzo Albano, il quale ha puntato su di uno spettacolo che è un sapiente florilegio di pagine teatrali, volte ad una riflessione, di non facile tessitura, di figure di teatranti non in ascesa ma in declino, alle prese coi propri fallimenti, soli di fronte alla vecchiaia e alla morte. Danio Manfredini è riuscito, con estrema semplicità a passare dalla Nina de’ “Il gabbiano”, che si sente simile ai liberi uccelli che volteggiano sul lago di fronte alla villa, crede nel suo mestiere, di attrice, accettandone tutte le dolorose, umilianti fatiche, pur di “ricominciare” ogni sera, ai fantasmi, evocati in palcoscenico:  dal Minetti di Thomas Bernhard allo Svetlovodov di Cechov, passando per il Sir Ronald di Harwood, al «Parsifal» di Mariangela Gualtieri, un giovane straordinariamente bello e forte, seppur ingenuo, che, infine compie il proprio destino salvando il regno di Amfortas e recuperando il Sacro Graal, un «vecchio», non estraneo al Re Lear che monologa balbettando, delirando sulla propria inadeguatezza, ma anche «entusiasta» per «amore», che non patisce il tempo della finitezza ed abita l’incrinatura dove le cose accadono, in un non sapere tutto affacciato sull’agire. E ancora, il famoso monologo di un «Amleto» allucinato, «Un anno con tredici lune» di Fassbinder, «Il teatrante» (sempre di Bernhard), «Lo zoo di vetro» di Tennessee Williams e «Conversazione con la morte» di Testori. Le sonorità percorse sono divenute partitura per l’attore, che ha posto la sua voce al servizio dell’intensità semantica di ogni singola parola. Il risultato è stata l’esecuzione di uno splendido “spartito” linguistico e letterario, – attraverso la creazione di un flusso sonoro e discorsivo che ha stregato l’uditorio. Danio Manfredini ha salutato il pubblico salernitano nelle vesti di Samira, il travestito di «Cinema Cielo». La luce, elemento prezioso, che vuol essere propinata avaramente come un filtro, ha schizzato un quadro in cui i personaggi, questi prigionieri di un teatro potente e visionario, che credevamo, forse, perduto, hanno compiuto il loro viaggio, che ha scosso e spaesato una plaudente platea.

 

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