Daniela Cammarano: il violino, la zingara e il persiano

Scritto da , 24 luglio 2017

La violinista in duo con il pianista Alessandro Deljavan, sarà questa sera ospite della piazzetta di Pisciotta per “I concerti del lunedì” firmati dal flautista Mauro Navarra

Di OLGA CHIEFFI

Sarà il duo composto dalla violinista Daniela Cammarano, figlia d’arte di papà Enzo e dell’intero paese musicale di Camerota, e dal pianista di nobili ascendenze persiane, Alessandro Deljavan, a impreziosire, questa sera, alle ore 21,30, la XV edizione de’ “I concerti del Lunedì”, firmata dal flautista Mauro Navarra e dalla sua associazione “Artisti Cilentani Associati”, nel cuore storico di Pisciotta. Il sorriso della violinista, figlia oramai del mondo, incontrerà la tastiera di Alessandro Deljavan, un duo navigato e in continua sperimentazione, su pagine rappresentanti la sintesi romantica e coinvolgente del violinismo ottocentesco. Il programma principierà con il Robert Schumann dei Phantasiestucke op.73, datati1849 un’opera non poco fascinosa, anche se poco eseguita col violino, poiché nata per clarinetto. Si può constatare dall’analisi formale dei brani una notevole coesione interna delle tre parti che lo formano, con forte rigore logico nella costruzione e nell’esposizione dei temi. I Fantasiestücke sono pensati come un unico, ininterrotto discorso musicale, condotto sul filo di un Lied suggerito dalla voce del violoncello e del pianoforte; i movimenti in realtà sono tre, concepiti come una progressiva accelerazione, a partire dal tono elegiaco delle battute del primo movimento, continuando nello Scherzo del secondo, fino al gioco di variazioni brillantemente innescate dall’ultimo movimento. In quest’opera, l’arte di Schumann si eleva e sublima in un fuoco sacro dell’anima, nei tre pezzi in successione, il seguente sempre più veloce del precedente, in un crescendo continuo di tensioni e di conflitti, non solo musicali. Seguirà la sonata n°4 in La maggiore op.162, D.574, composta da Franz Schubert nel 1817, ma pubblicata solo1851, conosciuta ai più come Gran Duo, con il titolo che le dette Diabelli, probabilmente per porre in luce la sua peculiare concezione dialogica. Si tratta di un’opera di grande equilibrio e d’impronta diffusamente lirica, nonostante l’empito vigoroso del Presto, collocato come secondo movimento. Particolarmente suggestivo ed originale l’avvio del primo movimento, Allegro moderato, affidato ai cullanti ritmi puntati del pianoforte. Il trio centrale, annunciato da un’ascesa cromatica del violino, rilassa l’atmosfera preparandola al ritorno di ciò che avevamo già udito. Si manifesta invece nell’Andantino seguente la grande esperienza dell’autore nel campo del “lied” (la poesia musicata per canto e pianoforte tipica della cultura tedesca). L’intreccio strumentale che annoda il materiale tematico a quello armonico ci testimonia l’abilità profonda di Schubert nel saper dipingere la sfumata mobilità delle sensazioni, mentre l’Allegro vivace finale, dal ritmo fresco e scintillante, sembra richiamarsi alle suggestioni melodiche beethoveniane. Finale con la Sonata per violino e pianoforte in la maggiore di Cèsar Frank, composta nell’estate del 1886 e dedicata al grande violinista belga Eugène Ysaÿe, senza dubbio uno dei capolavori della musica strumentale francese del secondo Ottocento.Opera emblematica questa, forse quant’altre mai, non soltanto dello stile del suo autore ma anche, in qualche modo, di un’intera epoca della musica francese, dove convivono e si intrecciano intensità lirica, elegante nitore della scrittura, culto e rigore della forma, pronunciato gusto neoclassico evidente tra l’altro nel ricorso alla tecnica contrappuntistica, linguaggio armonico raffinatissimo ispirato dal cromatismo wagneriano nonché da ripensamenti modali, anelito all’organicità compositiva. Quest’ultimo si riflette anzitutto nel principio costruttivo ciclico tanto caro a Franck e che qui si manifesta a vari livelli: se l’idea ciclica formulata nel primo movimento determina o perlomeno incide sulla conformazione melodica dei temi dei movimenti successivi (decisivo al riguardo è l’intervallo di terza), assumendo via via nuove e cangianti configurazioni, e in ogni caso ricompare ben riconoscibile sotto specie di ricordo o reminiscenza, la sostanza tematica principale e per così dire autonoma del terzo movimento viene a sua volta riutilizzata, in funzione complementare, nel finale. A denotare l’impegno costruttivo e l’ambizione della Sonata, che nella sua poderosità aspira a una dignità estetica paragonabile a quella della grande forma sinfonica, intervengono la ricercata varietà delle soluzioni formali e degli atteggiamenti espressivi dei quattro movimenti, ciascuno dei quali offre una propria definita individualità all’interno dell’insieme complessivo.

 

 

 

 

 

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