Daniel Oren e Lenny Bernstein

Scritto da , 15 Aprile 2019
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Il Direttore artistico del Teatro Verdi ha affermato di aver accettato l’incarico perché convinto che il suo mentore avesse diretto a Salerno, purtroppo, non si è mai esibito in città, né a Ravello.

 Di OLGA CHIEFFI

Ha fatto il giro del web il video a corredo dell’annuncio del concerto in cui Daniel Oren, direttore musicale dell’Arena di Verona Opera Festival e direttore artistico del Teatro Verdi di Salerno, alla testa dell’Orchestra sinfonica dell’Opera di Tel Aviv Rishon Lezion ha incontrato il violino di Pavel Berman, sulle note del celeberrimo concerto in Re Maggiore di Petr Il’ic Cajkovskij, concludendo il programma con la V sinfonia in mi minore, op.64 del grande genio russo, violinista che potremo ascoltare anche noi il 2 dicembre al massimo cittadino, ma in récital con il pianista Roberto Arosio. Nel video, in tre minuti e mezzo Oren si racconta sul Lungomare, assiso sulla gradinata di Salifornia, con in sottofondo gli inconfondibili archi dell’ Orchestra Filarmonica Salernitana, impegnati nell’Intermezzo della Cavalleria Rusticana. Oren ha definito il suo modo d’intendere la musica, di dirigere, anima e corpo, “Body & Soul”, per dirla in musica, che ama Salerno perché ha il mare come la sua Tel aviv, e, naturalmente, la leggendaria accoglienza della gente del Sud. Ma….e qui, evochiamo la Rosina del Barbiere rossiniano, il video inizia con queste lapidarie parole: “La città di Salerno in generale non aveva per me una connotazione eccezionale prima. Un evento a Salerno m’ha fatto un pochino cambiare idea, ed è Leonard Bernstein, che per me è il più grande direttore d’orchestra al mondo, che è venuto a suonare a Salerno, allora sì che ho capito che Salerno porta delle cose di eccellenza”. Sappiamo bene che Daniel Oren è un grandissimo ammiratore di Leonard Bernstein, come noi tutti, e che proprio grazie a lui si esibì per la prima volta in pubblico, appena tredicenne, come voce solista nei suoi “Chichester’s Psalms”, ovvero quella selezione di testi biblici in lingua ebraica, articolata in tre variopinti movimenti, ricchi di effetti e di colpi di scena: dall’incalzante incedere delle percussioni nel brano d’apertura, passando per l’angelico assolo di voce bianca, affidato proprio al giovane Daniel, del secondo pezzo, fino al sontuoso impressionismo sonoro del numero conclusivo. Molto spesso dei propri maestri, dei propri idoli, se ne avverte la presenza alle proprie spalle, nei luoghi amati anche quando non ci sono o dove non sono mai stati. Leonard Bernstein qui a Salerno, purtroppo, non ha mai diretto, né sarebbe servito a dare una connotazione musicale alla nostra città, poiché nel nostro duomo tra il 1987 e il 1992 sono passate le massime bacchette del momento, grazie alla “visione” di Vittorio e Giulia Ambrosio e del loro Salerno Festival. A lume di naso, nel quadriportico della cattedrale hanno diretto Sawallisch, Oliver Messiaen, Mehta, Chung, Tennstedt con la London e un programma tutto wagneriano, Gardiner, Pierre Boulez con la Sagra della Primavera, Janowski, un giovanissimo Franz Welser Most, al quale fu richiesta la IV di Bruckner, abbiamo rischiato anche di ospitare Sergiu Celibidache e i suoi Munchner, tutte bacchette e grandi orchestre con progetti richiesti dalla direzione artistica del Salerno Festival, per non parlare della cameristica, ma il carissimo Lenny è andato solo alle Panatenee di Pompei, nel 1986, ove era anche presidente onorario, per dirigere i suoi Jubil games, scritti per celebrare il cinquantesimo anniversario dell’ Orchestra Filarmonica d’ Israele. Una connotazione, quella di Salerno splendida provinciale della musica e del teatro, che diventa marcata già agli inizi Novecento, quando era una città a misura d’uomo, che vedeva di passaggio nel nostro massimo, grazie all’estrema vicinanza con Napoli, e anche in qualche casa dell’alta borghesia cittadina, nomi quali Carlo Vidusso, Alberto Poltronieri o un giovanissimo Aldo Ciccolini, una Salerno consapevole di essere una piccola città di provincia, ma che ospitò anche Enrico Caruso o il concerto del grande Nathan Milstein, il quale tenne uno dei suoi primi rècital fuori “cortina”, proprio qui, nel corso di una piccola strambata durante una serata al San Carlo.

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