Daniel Oren e il concerto del Destino

Scritto da , 14 Luglio 2020
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E’ stato un nuovo debutto quello che ha salutato il direttore artistico del nostro massimo ritornare alle scene dopo il lockdown, all’arena del mare di Salerno. Un concerto funestato dal vento ma, durante il quale, si è andati tutti oltre la musica. Primo omaggio a Ennio Morricone in assoluto tributato da un’orchestra.

Di OLGA CHIEFFI

Emozione palpabile da parte di tutti, pubblico, orchestrali, direttivo del teatro Verdi per questo concerto simbolo, che ha segnato la ri-partenza della musica “seria” per dirla con Wiesengrund Adorno, dall’Arena del Mare di Salerno, da dove si è intrapreso un nuovo viaggio, con la passione di sempre. Il vento ha, purtroppo, funestato la serata, mettendo fuori uso i microfoni panoramici, creando turbini di spartiti che hanno inondato la platea, ma non vogliamo ostinarci in prospettive esclusivamente musicali, poichè domenica si è andati tutti oltre la musica. Il concerto “eroico” lo abbiamo fatto noi, con  Daniel Oren che ha attaccato “Il canto degli Italiani”, del quale difronte all’avversità, alla Morte, alla sofferenza, si è tornati a far nostra l’essenza. Poi, quei tre mi di ottoni e fagotti ripetuti due volte, della sinfonia de’ “La forza del destino” di Giuseppe Verdi, col suo tema mugghiante, che porta ad ascoltare il silenzio tra le note, dipingendo immediatamente una atmosfera carica di pathos, per sottolineare  il respiro di quel fato incombente che riflette la realtà circostante e annuncia la catarsi, ha aperto a sorpresa il concerto. La ripetizione è stato il motivo conduttore della serata, due incipit ardui da interpretare, come quello della sinfonia della Forza del Destino e, a seguire, quello della Quinta Sinfonia di Ludwig Van Beethoven, ai quali noi non vogliamo attribuire questo o quel significato, questo o quell’effetto. E’ l’interprete, ma anche l’ascoltatore che è un interprete a suo modo, che deve decidere quale dei tanti significati possibili sia il più giusto, il migliore, il più bello. Le ripetizioni della V sono state all’Arena, come il roteare di una fionda, da cui si è staccato il fulmineo sasso, il mulinare di una girandola di fuoco, un passo innanzi verso un punto d’arrivo atteso, clamoroso e luminoso. In Beethoven l’orchestra si ingrossa progressivamente, da pochi a tanti strumenti, la scelta di un progressivo scatenarsi dell’energia, mediante una ripetizione con significato progressivo, ha comportato una scelta che è la discriminante dello stile di Oren, quella di muovere maggiormente il tempo quando si è a piena formazione. Difatti, mai i passaggi con pochi strumenti (legni in particolare, ma anche archi, quando rimangono soli come all’inizio dell’Andante, sono apparsi così teneramente carichi di presagi, o di desideri di riflessione, nel bel mezzo dello scatenamento dell’azione. La dinamicità vitalistica , leggera, poi degli ultimi due movimenti ha schizzato per Oren, un’immagine solare di Beethoven, un Michelangelo pulito dai fumi di candela e dalle muffe, in cui il nostro direttore ha riscoperto il nerbo delle muscolature, il nervosismo dei contrasti di colore. Applausi scroscianti per una rilucente gemma della letteratura sinfonica, per poi attaccare la prima e la quinta delle danze ungheresi di Johannes Brahms , in cui Daniel Oren ha posto in luce, in un contesto di straordinaria morbidezza e naturalezza espressiva, le invenzioni ritmiche e timbriche di un linguaggio musicale tanto sofisticato e organicamente organizzato, quanto carico di tensione emozionale. Dopo il saluto del Maestro al suo pubblico, che ha rincontrato dopo quattro mesi di distanza, in cui ha confessato di essergli venuto a mancare il “pane”, che è quello studio faticoso, anche disperato, per la “scadenza”, la “data”, l’esibizione, il confronto con la platea, la tensione, l’applauso, l’Ouverture-Fantasia in Si Minore Romeo e Giulietta di Per Ilic Cajkovskij è stata sostituita da un Tribute to Ennio Morricone. Arrangiamenti discutibili, per una vera e propria “cavalcata” tra le melodie più intense del genio italiano, passando per le “lungaggini” di “Nuovo Cinema Paradiso” e “C’era una volta in America”, dello struggente Gabriel’ oboe di Mission, conclusa con gli ululati dei coyote de’ “Il buono, il brutto, il cattivo”, bissato, al seguito di una entusiasta standing ovation. Grazie a questa sferzata di energia la sfida continua e il 9 settembre ci ritroveremo tutti in teatro.

 

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