Dal Genoa allo Spezia: la voglia matta di gol di Massimo Coda

Scritto da , 15 settembre 2015

di Marco De Martino

SALERNO. 345 giorni senza gol: un digiuno lunghissimo per uno come Massimo Coda. Undici mesi durissimi, tutti in salita, trascorsi tra la sala operatoria, studi fisioterapici e, soprattutto, senza il pallone tra i piedi. L’attaccante della Salernitana non timbra il cartellino dal lontano 5 ottobre 2014, giorno in cui mise a segno il momentaneo 1-1 nel match di serie A al Tardini tra Parma e Genoa (poi conclusosi con la vittoria dei liguri per 2-1). Un’assenza dal tabellino dei marcatori dovuta soprattutto al lungo infortunio subito durante la gara di campionato tra il Parma e l’Inter del 1 novembre dello scorso e che l’ha tenuto fermo in pratica per tutto il campionato (il rientro ci fu in Cagliari-Parma 4-0 del 4 maggio scorso). Dopo la lunga estate che l’ha portato, proprio negli ultimissimi giorni di mercato, alla Salernitana, l’attaccante nativo di Cava de’ Tirreni sta lentamente cercando la condizione migliore. «Potrà trovarla soltanto giocando con continuità», aveva detto Torrente alla fine del derby contro l’Avellino in cui Coda disputò i secondi 45 minuti subentrando all’infortunato Eusepi. A Brescia altri 58 minuti ed una sola, nitidissima occasione, fallita. Ora Coda ha intenzione di riprovarci. Da una ligure ad un’altra, dal Genoa allo Spezia, il centravanti spera di interrompere il suo lungo digiuno proprio sabato prossimo contro la formazione allenata da Bjelica. Torrente è intenzionato a riproporlo al centro dell’attacco della Salernitana, e non solo perché Eusepi è ancora ai box. Coda ha bisogno di fiducia, in primis da parte dell’allenatore ma anche da parte della tifoseria. L’aver fallito una chance, seppur semplice da trasformare in rete, non può bollare subito il centravanti ex Cremonese e Parma. Non era facile metterla dentro dopo una galoppata di quaranta metri, per uno che fino a pochi mesi fa non s’allenava nemmeno. Massimo Coda scalpita e già sabato prossimo all’Arechi cercherà di cancellare gli ultimi undici mesi trascorsi più in infermeria che sul campo e, soprattutto, senza poter esultare.

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