Cutolo. La fuga dall’ospedale psichiatrico la latitanza ad Albanella e l’arresto

Scritto da , 18 Febbraio 2021
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Pina Ferro

Nel 1979 in un casolare di Albanella finì la latitanza di Raffaele Cutolo. Nel comune della Piana del Sele il boss della Nuova camorra organizzata si era rifugiato nel ’78 scappando dall’ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa. Evase teatralmente e in modo violento, grazie all’aiuto di Giuseppe Puca: una carica di nitroglicerina piazzata all’esterno dell’edificio squarciò le mura permettendo la fuga del boss. Con il falso nome di Prisco Califano, Cutolo girò l’Italia. Fu poi ad Albanella che il boss trovò rifugio per più di anno. Il 15 maggio 1979, venne catturato in un casolare ad Albanella. All’epoca, a esaudire ogni suo desiderio e a proteggere la sua latitanza ci sarebbe stato il camorrista della zona, Giovanni Marandino. A raccontare la cronaca dell’arresto di Raffaele Cutolo, sulle colonne de “Il Mattino”, all’epoca fu il giornalista Gino Liguori il quale raccontanto quei momenti scrisse: L’operazione è scattata di notte: 100 caraninieri in pieno assetto di guerra, caschi e giubbotti antiproiettili tute mimetiche gli hanno teso una trappola. Lui, il boss il capo riconosciuto della «mala» campana Raffaele Cutolo, 38 anni, 24 anni per omicidio ed un ricovero all’ospedale psichiatrico criminale di Aversa non attentato minimamente di opporsi alla cattura. Ha cercato, per un momento solo, una via di scampo attraverso il finestrino della stanza da bagno. Poi si è arreso. Quando lo hanno ammanettato era in pigiama. Un elegante pigiama di flanella rosso mattone a strisce beige che s’era un po’ sciupato nel tentativo di abbandonare il casolare nel quale era nascosto per la via meno dignitosa per un boss della sua fama e della sua temerarietà. Raffaele Cutolo al colonnello Barrio di carabinieri che dirigeva le operazioni ha chiesto soltanto di potersi rivestire. Gli è stato consentito: un po’ di decoro doveva pur salvarlo, lui che era stato protagonista della camorra fuga dal manicomio Aversano, quando a liberarlo a suon di dinamite accorsero, in forze, i suoi scherani, che, ieri mattina, nelle campagne di Albanella, tra gli uliveti che sovrastano la Valle dei templi di pesca Paestum non c’erano. prima di calarsi dal finestrino del bagno Raffaele Cutolo aveva assicurato i carabinieri di essere pronto ad arrendersi senza opporre alcuna resistenza: «ditemi quello che devo fare e io vi obbedirò. Non sparate. Sono un uomo inerme». Poi aveva eseguito scrupolosamente le disposizioni del colonnello Bario che con un megafono, ne aveva guidato la breve marcio fino ad un cespuglio dove una pattuglia di carabinieri del gruppo di Salerno lo haammanettato. Albeggiava appena quando i carabinieri Hanno accerchiato il casolare per disporsi all’ultimo atto di un’indagine che era già scattata concretamente qualche giorno addietro quando «don» Raffaele aveva telefonato ad un giornale per far sapere del rapimento del piccolo Gaetano Casillo. I carabinieri tacciono, come d’abitudine sul modo in cui sono riusciti ad arrivare al nascondiglio, ma ammettono che il boss vesuviano si spostava frequentemente dalle campagna di Albanella per incontrarsi con i suoi picciotti ed anche per qualche summit nel quale continuava ad esercitare la sua autorità di indiscusso padrino. Ad Albanella aveva riunito un po’ della sua famiglia. C’erano con lui una sorella più anziana Rosa ed un ragazzo Roberto Liguori, 17 anni, che don Raffaele non nega di considerare «a giusta ragione» un suo figliuolo. Mentre scendeva dal cellulare per raggiungere la caserma a chi gli chiedeva il perché della presenza del giovane ha risposto a strappacuore: «Perché i figli vanno addò stanno ‘o pate e ‘a mamma!». Ad ospitarlo erano invece Giuseppe lettieri, 53 anni, ed Elvira Lisi, 49 anni arrestati per favoreggiamento. A catturarli sono stati i carabinieri del nucleo operativo di Salerno al comando del maresciallo Ucci. Hanno sfondato la porta del casolare e li hanno bloccati. Non hanno opposto resistenza neppure loro. Quando, nell’interno, il colonnello Bario e i capitani Raggetti Conforti, Gentile e Merenda hanno fatto un inventario delle cose da sequestrare il bilancio è stato ragguardevole: sei pistole di cui una munita di silenziatore, due fucili munizioni per tutte le 8 armi e una bustina di cocaina: 10 grammi in tutto.

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