Cum sertum: futuri solisti, piccola orchestra

Scritto da , 3 luglio 2015
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Convincenti i giovani talenti del Conservatorio di Salerno che si sono esibiti al teatro Augusteo proponendo pagine di estrema difficoltà per assieme e interpretazione

 

Di OLGA CHIEFFI

 Poter vedere, e non solo ascoltare, un’esecuzione musicale, significa per il pubblico fare un’esperienza più piena e completa di quell’esecuzione. Ciò che vediamo può amplificare certe qualità dell’interpretazione, come l’eleganza, la chiarezza, oppure sottolineare drammaticamente questo o quel difetto dell’esecuzione della pagina. La serata di San Giovanni è stata impreziosita dal concerto dei migliori talenti sfornati dal Conservatorio “G.Martucci” di Salerno, gli allievi che hanno meritato il “sertum” di alloro: il sassofonista Michele D’Auria, il violinista, iscritto solo al VI anno di corso Giuseppe Gibboni, la violoncellista Raffella Cardaropoli, il pianista collaboratore Giuseppe Anello, sostenuti dall’orchestra dell’istituto, diretta da Massimiliano Carlini e accompagnati dal racconto musicale di Concita De Luca. Scaletta interessante quella stampata sul programma con tre capisaldi della letteratura musicale europea, il concertino da camera di Jacques Ibert per sax alto e undici strumenti, il “doppio” concerto per violino e pianoforte di Felix Mendelssohn Bartholdy e il primo concerto di Camille Saint-Saens per violoncello, una scelta di pezzi che ha attirato un folto ed esigente pubblico, tra cui Corrado Lembo, Procuratore della Repubblica in città. Due soli mesi di prove per affrontare pezzi particolari e di raro ascolto, come il concertino di Ibert, per il quale dobbiamo tributare il nostro doppio plauso a Michele D’Auria, gemma del magistero di Roberto Favaro, in primo luogo per averlo eseguito nella scrittura originale, con i diversi passaggi in “fuori registro”, anche se, secondo Marcel Mule, l’autore non giudicava indispensabile l’esecuzione nel registro sovracuto, ma se la scelta fosse appunto caduta sulle vette, spigliatezza, grazia, dolcezza, rotondità di suono in un legato perfetto, così come erano stati pensati per il dedicatario della pagina Sigurd Rascher, avrebbero dovuto essere le caratteristiche dell’esecuzione, in secondo luogo per aver portato a termine il pezzo, secondo le proprie, personali intenzioni, a lungo valutate, studiate, decantate, anche se con qualche certamente evitabile spigolosità negli acuti, nonostante la totale inesperienza dell’ensemble che lo ha accompagnato in questo viaggio rischiosissimo, che vuole lo strumento per ricerca, sperimentazione timbrica, esuberanza, giocare tra la versatilità di un arco e la potenza di un ottone. In cattedra è salito, poi, il più giovane dei tre solisti, Giuseppe Gibboni, figlio d’arte di papà Daniele, stesso maestro, Maurizio Aiello e già, a soli quattordici anni, stesso suono di famiglia, pieno, un po’ guascone, perfetto per l’avvolgente temperie romantica ed oltre. Piglio alla Heifetz, impassibile, viso serio, controllo tecnico stupefacente, in un concerto quale è il “doppio” di Mendelssohn per violino e pianoforte, in cui c’è anche un forte risvolto cameristico, poiché diventa un duo e bisogna riuscire a dialogare con l’altro solista, che è stato Giuseppe Anello e l’orchestra, sposando le stesse intenzioni interpretative, gli stessi staccati, le stesse sonorità. La magia non è purtroppo avvenuta, poiché proprio il pianoforte è venuto meno al compito. Scelta errata da parte del direttore, in questo caso, poiché nessuno ha inteso fare umilmente un passo indietro, in rispetto della pagina e della musica, ognuno ha suonato per conto suo, trasformando un mondo di certezze e di equilibri, quale è quello mendelssohniano, in smarrimenti continui, prevaricazioni di suono, sensibilità e fantasia, lasciando solo nel tempo lento venir fuori un’idea interpretativa unica e convincente, sorretta da un degno respiro del fraseggio sia del violino, sia del pianoforte. L’unica selezione veramente indovinata è risultata quella del brano finale, che ha salutato assoluta protagonista Raffella Cardaropoli, pupilla di Liberato Santarpino, stavolta con la formazione ben presente e agli ordini. La solista, carismatica in ogni suo passaggio, danzante sul suo splendido M.Albanus del 1702, si è cimentata con il primo concerto per violoncello e orchestra op.33 in La minore di Camille Sain-Saens, in cui ha lasciato intendere l’influenza di Schumann, nell’esordio affidato alle corde del solista, lo stile tipicamente francese del tono da romanza del secondo tema, un’idea che sembra rubata a una scena del Roméo et Juliette di Berlioz, la sorprendente spontaneità nel breve recitativo del solista per voltare la pagina che conduce al minuetto con gli archi in sordina che sembra appena uscito dalla corte settecentesca degli Esterházy. Anche l’apparizione dell’ultima sezione con quell’irruenza che è la stessa dell’apertura, è stata capace di alimentare una chiusura drammatica e ricca di contrasti. Applausi per tutti e appuntamento al 6 ottobre con gli strumentisti “Cum sertum” del nostro conservatorio.

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