Così rinascono i “Fiori” di Baudelaire

Scritto da , 23 settembre 2017

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E’ in libreria l’ultima opera di Mario Fresa dedicato alle traduzioni dalle pagine del poeta francese

Di Federica Giordano

‘Alfabeto Baudelaire’ (EDB edizioni, 2017) sta alle “Fleurs du mal” come la lucertola sta al coccodrillo. Come poche stelle bastano a tracciare le figure delle costellazioni, così le poesie selezionate e tradotte da Mario Fresa offrono un’impressione esaustiva del percorso poetico e quindi filosofico del poeta francese. La scelta di rendere diretto l’impatto con il testo, oltre che dal metodo traduttivo, è rafforzato dalla mancanza di un’impalcatura critica che si accompagni alle poesie singole e dalla presenza, a chiusura del volume, del saggio “Ars contra vitam” dello stesso Fresa e di “Serre volanti e fondali” di Davide Cortese. Le poesie scelte mettono a fuoco il continuo dialogo tra il poeta e il suo Doppelgaenger, scandagliandone le forze contrastanti che da un lato spingono come impulso vitalistico e seduttivo, dall’altro aspirano a diventare “nulla che sa nulla”. Lo iato che ne viene fuori è ovviamente anche quello immenso ed incolmabile tra valori borghesi e sensibilità da artista, tra l’ansia del possedere e l’ambizione totalizzante dell’essere. La prospettiva di pensiero di Baudelaire è assolutamente nuova e moderna rispetto ai suoi contemporanei. Tuttavia questa novità contenutistica è ben racchiusa, come in una noce, in una forma classica che affida al verso e alla sua misura, quasi una funzione di sana delimitazione. Igor Stravinsky, durante le sue lezioni americane, espone il concetto di “dogma” come presupposto indispensabile per perseguire una reale libertà compositiva. Baudelaire sembra essere un anticipatore di questo assunto ed è “un romantico felicemente prigioniero della forma”, proprio come lo era Brahms agli occhi di Massimo Mila.  Le traduzioni di Fresa lasciano ben intendere questo colore letterario, tanto da fare delle traduzioni delle gemelle italiane delle versioni originali, oppure, se si preferisce, è quasi come se i testi avessero subito un trasporto da una tonalità all’altra.  La lingua di Fresa, che già nella sua produzione critica in italiano mi appare sensibilmente arricchita dalla conoscenza del francese, è opulenta e metamorfica, a tratti volutamente desueta per rendere giustizia all’impressione straniante degli originali. Quello che mi è sembrato interessante rilevare durante la lettura è l’approccio non da studioso, ma da amante del testo nella sua migliore accezione, come Fresa stesso dichiara. Non a caso, Paz parlava del tradurre come di “traghettare cadaveri”, qualora questa operazione avesse avuto come unico obbiettivo il trasporto dei contenuti. Come invece sostiene Benjamin, l’essenziale nella poesia è il “Dichterisches”, ovvero il poetico, che il traduttore può conservare esclusivamente poetando a sua volta.  L’amore di Fresa per queste poesie le ha rese corpi vivi di vita propria, che fanno anche dell’imprecisione consapevole una scintilla di maggiore vicinanza al testo e di puro estro linguistico. Infine mi sembra opportuno sottolineare che la sensibilità musicale di Fresa, esperto non solo di letteratura, ma anche di musica, gli fornisce un ulteriore strumento di azione. Oltre ad avere effetto diretto sul verso, il mondo musicale si configura quasi come un libro “scritto sotto” tutto ciò che con l’arte e la creazione ha a che fare.

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