Così funziomava il “sistema” Santoro

Scritto da , 28 Ottobre 2012
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Quello messo in piedi dall’ex comandante della Forestale di Foce Sele, il maresciallo Marta Santoro, presenta le caratteristiche del classico sistema organizzato.
C’era l’utilizzo disinvolto e spregiudicato del potere conferito dalla divisa; c’era lo stato di soggezione psicologica costante dei soggetti avvicinati; c’era la scelta scientifica del giorno, il luogo e l’ora in cui colpire; c’erano familiari che beneficiavano dei suoi metodi, consapevolmente o meno; c’erano connivenze estese ad altri apparati pubblici; c’era qualche sgherro senza divisa ed in odor di delinquenza che si muoveva per suo conto incassando tangenti. E molto altro ancora. C’è chi spara, incendia e fa attentati (si chiama camorra) se non tiri fuori soldi, e chi a colpi di sigilli, carte e documenti fa esattamente la stessa cosa. Se tutto ciò che si legge negli atti della magistratura venisse confermato definitivamente, ci troveremmo dinanzi ad un gigantesco meccanismo di abusi e violenze in danno degli operatori economici incappati nelle grinfie di questa signora, descritta «insofferente ai dettami della legge come ha già ampiamente dimostrato» si legge in una delle ordinanze. Il ruolo del convivente (non è il marito) Antonio Petillo, omologo della donna a Capaccio, è stato valutato dai magistrati come secondario, subordinato cioè alle decisioni della Santoro, perciò è stato spedito ai domiciliari. Un mero esecutore insomma che, se ne deduce, partecipava ai benefici dell’attività familiare parallela per cifre che, messe in fila, arrivano ad alcune centinaia di migliaia di euro.
Ad oggi sono una quarantina i soggetti che accusano Marta Santoro, dopo l’iniziale gruppo di imprenditori cilentani che, stremati dalle estorsioni (usano spesso questo termine i magistrati), hanno dato il via a tutto.
La caratteristica di fondo era questa: ci si inventava un esposto contro un’azienda, ci si presentava in sede a volte preceduti da una telefonata e, a seconda dei casi, si sigillava tutto (anche quello che non poteva essere sigillato) oppure si manifestava interesse alla «pratica» sostenendo di essere prima o poi obbligati a procedere. A questo punto il gioco era fatto: l’imprenditore cadeva preda del terrore -anche perché i metodi usati dalla Santoro erano notoriamente brutali e schizoidi- e, nella speranza di poter continuare la propria attività senza altri fastidi, pagava. Il guaio è che anche quando cedeva -come accade con i clan- la storia non finiva. Mai. Le richieste di danaro viaggiavano a ritmo vertiginoso, come sintetizzato negli altri servizi in pagina. Dai duemila ai diecimila euro per volta. Una corda destinata a spezzarsi, ovviamente. Marta sceglieva con cura le vittime, spesso frequentava le stesse persone che sottoponeva ad angherie di ogni tipo: ad esempio, nel caso del noto ristorante Le Trabe a Capaccio, la signora avrebbe per almeno 5 o 6 volte pranzato a sbafo in compagnia di circa dieci familiari, andandosene via senza pagare il conto. E questo prima, durante e dopo che già aveva incassato danaro. Non solo: la famiglia Chiacchiaro, gente per bene che ha realizzato un centro di primo livello nel panorama delle ricettività salernitana a suon di sacrifici ed investimenti coraggiosi a Capo di Fiume, subiva indirettamente la pressione della Santoro facendo eseguire lavori edilizi ai suoi fratelli, tutti costruttori, perché «era risaputo che se dovevi fare dei lavori e non li affidavi alle ditte dei fratelli Santoro avresti avuto guai con la Forestale» dichiarano agli atti quasi tutte le parti offese.
O come nel caso di un altro pezzo di storia del territorio schiacciato dalle prepotenze della donna, il ristorante albergo Mandetta in località Torre a Paestum: qui la Santoro aveva addirittura festeggiato la promessa di matrimonio, spesso frequentava il posto e si manifestava perfino amichevole, salvo poi spedirvi -secondo quanto si legge in atti- tal Giuseppe Esposito detto «‘o tubo» a ritirare una tangente da 10mila euro. Sono solo alcuni dei tanti esempi già accertati dagli inquirenti.
In altri casi Marta Santoro è arrivata al punto di falsificare le deleghe per le indagini. A casa sua la mattina del blitz i carabinieri ne hanno trovato diverse con la firma del sostituto procuratore Massimo Lo Mastro: «firma apparente del dottor Lo Mastro» dicono gli inquirenti.
La Santoro durante il primo interrogatorio ha ammesso  la falsificazione: «L’ho fatto perché volevo dimostrare alle persone indagate per abuso edilizio che avevo ricevuto la delega dalla procura». Aggiunge di non averle utilizzate mai. Della qual cosa, però, non c’è ancora riscontro.

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