Concussione, giudice indagato ma il fascicolo è sparito

Scritto da , 22 Maggio 2022
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di Peppe Rinaldi

 

La vicenda è nota, si tratta del caso dell’ex ufficiale giudiziario di Vallo della Lucania, Carmine Testiera, finito in manette qualche anno fa per ordine della procura cilentana. Sul capo del dirigente una gragnuola di accuse scaricata come un sacco di noci, dalla concussione al falso all’abuso al peculato, che lo vedono oggi ancora sotto processo. Per aiutare il ricordo, parliamo dell’ufficiale «colto in flagranza di reato mentre all’interno del suo ufficio intascava una tangente di 50 euro appena consegnati da un avvocato» secondo le previsioni iniziali del pubblico ministero e secondo la rituale strombazzata copia incollata che ne fecero i mezzi di comunicazione. Testiera dovrà rispondere, in buona sostanza, del fatto che, dopo un previo accordo con gli avvocati interessati, avrebbe concesso sine titulo ad un numero imprecisato di debitori insolventi (gli inquirenti ne hanno individuate diverse decine) di rateizzare il dovuto, traendone i relativi vantaggi. Ha fatto bene, ha fatto male, poteva farlo, non poteva farlo, è un reato, una minore condotta illecita o chissà cos’altro, lo si vedrà nel prosieguo. Non è questo, ora, il cuore del problema perché se la denuncia, già notificata al Csm e al ministro della Giustizia oltre che alla procura di Napoli, a quella generale di Salerno e al presidente del tribunale salernitano, trovasse i riscontri immaginati, saremmo dinanzi a un fatto ben più grosso, e grave, delle pur pesanti contestazioni elevate nei confronti del funzionario dello stato. Sì, perché ce ne sarebbero almeno altri due di pubblici dipendenti, forse tre, dal peso specifico di certo superiore a quello di Testiera, che rischiano (in linea teorica) spiacevoli conseguenze: il pubblico ministero titolare del fascicolo, Vincenzo Palumbo, e il procuratore capo di Vallo, Antonio Ricci. La storia è intricata ma può essere riassunta in questo modo. Essendo Carmine Testiera indagato in concorso con molti avvocati del distretto, quando si è scoperto che tra questi vi era un Giudice di pace operante nello stesso tribunale di Vallo (sic!) come avvocato, Raffaele Romanelli, c’era una sola cosa da fare, peraltro imposta dalla legge (il famoso art. 11 cpp): fermare tutta la baracca e consegnare faldoni e fascicoli alla procura di Napoli. Punto. Invece? Invece il processo è ancora in corso a Vallo, il che, ci insegnano da sempre, non sarebbe possibile. Non solo, ma secondo quanto denunciato in un esposto depositato a Palazzo dei Marescialli e a via Arenula da parte dello stesso indagato principale, cioè Testiera, dall’elenco degli indagati/imputati è sparita la specifica vicenda Romanelli/Testiera. Cioè: gli altri capi di imputazione contestati all’ufficiale giudiziario in concorso con decine di avvocati ci sono tutti, solo quello che riguarda il giudice Romanelli non c’è più. Si dirà: il pm avrà fatto un provvedimento di stralcio perché si sarà accorto della propria incompetenza, un atto necessariamente fondato su una precisa motivazione, “dettaglio” questo fondamentale che avrebbe consentito al Testiera – e a chiunque si trovi in analoghe condizioni- di potersi difendere a norma della famosa Costituzione più bella del mondo. Ed è proprio qui che l’affare si ingrossa, nel senso che questo provvedimento non si trova, non si capisce che fine abbia fatto, dove sia potuto finire, il che è un gran bel problema visto che lo stralcio non poteva avere che un’unica motivazione: c’è un giudice di questo distretto coinvolto (in ipotesi), noi a questo punto come ufficio dobbiamo per forza fermarci, Testiera e gli altri indagati avranno modo di controbattere alle accuse dei magistrati di Napoli che d’ora in avanti gestiranno il tutto, qui a Vallo non possiamo più muovere neppure uno spillo. A quel punto, indagati ed imputati avrebbero avuto il proprio giudice naturale e la legge sarebbe stata rispettata. Testiera ha chiesto più di una volta, nelle forme di legge o anche in via informale attraverso i propri difensori, sia al pm Palumbo che allo stesso Ricci, che fine abbia fatto il provvedimento. Risparmiamo i particolari del lungo ping pong al quale sembrerebbe (secondo la denuncia) esser stato destinato l’ex ufficiale giudiziario travolto dallo scandalo, si dica solo che la sensazione sfiora gli antichi adagi del “mandare a comprare il pepe” o la “corrente elettrica”. Di questo stralcio non c’è traccia, o almeno di ciò si duole Testiera, e, in effetti, rivoltando da cima a fondo il corposo faldone, del provvedimento non v’è manco l’odore, né risulta essere a Napoli (poteva essere finito per sbaglio in un altro fascicolo, ad esempio) né altrove. Ma dov’è? Eppure all’inizio c’era in elenco, però il caso Testiera/Romanelli d’improvviso scompare mentre tutti gli altri restano lì dov’erano, solo quello che riguarda il giudice/avvocato sembra essersi volatilizzato. Cane non mangia cane o cane che non vuole mollare l’osso? Ipotesi e suggestioni, peraltro offerte su un piatto d’argento, si sprecano.

Per inciso, la vicenda ne presenta anche altre, tutte da riscontrare s’intende, desumibili da una lettura un po’ più attenta della documentazione, come ad esempio un sequestro di cinque anni (sic!) dell’ufficio vallese di Testiera con dentro i fascicoli delle procedure esecutive stranamente mai rivendicati in tutto questo tempo dagli avvocati (molti dei quali non coinvolti ma tuttora silenti) e dai clienti interessati, la caccia ad un fascicolo “scottante” che in cinque anni gli inquirenti non hanno trovato salvo poi scoprire che era sulla scrivania di Testiera in bella mostra, oppure le dichiarazioni in ciclostile di testimoni e persone informate sui fatti rese in fase d’indagine dinanzi alla polizia giudiziaria delegata. Elementi che meriteranno una trattazione a parte.

Ed ora? In teoria dovrebbe succedere la fine del mondo, in pratica…vedremo.

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