Concessi i domiciliari ad Attanasio

Scritto da , 12 Gennaio 2019
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Crolla davanti al Riesame l’impianto accusatorio che portò al clamoroso arresto di Giovanni Attanasio, recluso nel carcere di Piacenza in isolamento. L’imprenditore di Pontecagnano, difeso dall’avvocato Giovanni Chiarito, ha ottenuto i domiciliari nella sua città, essendo cadute le accuse più gravi nei suoi confronti: concorso esterno in associazione camorristica, salta così l’aggravante dell’articolo 7 e l’ipotesi di auto riciclaggio. Restano le accuse minori legate a reati fiscali così come non sono state ritenute credibili le false attestazioni di lavoro su cui si basava parte dell’impianto accusatorio. Il Riesame ha restituito ad Attanasio anche quadri, gioielli e liberati tre conti correnti, tutto sequestrato all’atto dell’arresto. Riesame anche per Sergio La Rocca, il factotum del “Presidente che passa dai domiciliari ad una misura interdittiva di 12 mesi dove non potrà svolgere alcuna attività imprenditoriale e ricoprire cariche sociali. Ha rinunciato al Riesame l’avvocato Gargiulo difensore di il boss Enrico Bisogni, già detenuto per altre vicende giudiziarie. L’arresto di Attanasio avvenne dopo le dichiarazioni di due pentiti Raffaele Del Pizzo e Sabino De Maio, che lo indicarono come al servizio delle famiglie camorristiche Pecoraro e Renna. Accuse consistenti per gli investigatori ma evidentemente non ritenute sufficienti dai giudici del Riesame.

Un impero milionario, secondo l’accusa, messo su grazie all’evasione delle imposte che l’imprenditore Picentino auto-riciclava in società ed investimenti anche all’estero: Danimarca, a Copenaghen, e in Estonia, a Tallin. L’attività investigativa del Gico, coordinate dal pm antimafia Vincenzo Senatore, ha  ricostruito il vasto patrimonio (societario, immobiliare, finanziario) accumulato da Attanasio e l’associazione per delinquere (quindici sono gli indagati) che gli avrebbe consentito il precoce arricchimento in questi anni.

Secondo le accuse al centro dei movimenti finanziari c’era sempre lui, direttamente o attraverso una rete di prestanome, a volte anche dello stesso ambito familiare, ai quali intestava i beni.

Denaro che transitava da un conto all’altro, da una società all’altra, in Italia e all’Estero, rendendo complicata anche la tracciabilità delle movimentazioni bancarie.

 

Enrico Bisogni, uno dei “gemelli” di Bellizzi, considerato il referente del gruppo che aveva assunto l’eredità del clan Pecoraro-Renna, risulta alle dipendenze della coop “Sva” (Servizio Verifica Appalti), dal 2012 al 2016, come addetto alla distribuzione di abbigliamento antinfortunistico. Le indagini hanno rivelato che Bisogni aveva un’autonomia decisionale soprattutto nel reclutamento e impiego del personale nelle varie società di Attanasio.

Non solo appoggi, ma anche solidarietà in occasione di arresti. Un’ipotesi accusatoria che non ha retto il vaglio del riesame.

 

 

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