Clan Sant’Anna: viaggio nel quartiere in cui nacque tutto

Scritto da , 1 giugno 2015

di Carmine LANDI

BATTIPAGLIA. I ragazzi dello zoo di Sant’Anna.

Il maxi-blitz di venerdì scorso, con gli 87 arresti che hanno sconvolto la città, ha riacceso nuovamente i riflettori sul più popoloso tra i rioni periferici battipagliesi: il quartiere Sant’Anna.

Molti dei personaggi al centro della vicenda, in effetti, vengono proprio da questo rione. E ci tengono, tant’è che l’associazione a delinquere di presunto stampo camorristico non rappresentava semplicemente una prosecuzione del clan Giffoni. Il legame c’era, per carità, e infatti pare che sia stata proprio Lucia Noschese, figlia di Bruno Noschese e nipote di Biagio Giffoni, a proporre a Paolo Pastina, Pierpaolo Magliano e Cosimo Podeia l’istituzione di un sodalizio criminoso che, col beneplacito dei padrini al 41 bis, assumesse il controllo del territorio garantendo pure dei contributi per i detenuti dello storico clan. Tuttavia, i capi della nuova associazione a delinquere avevano scelto un nome nuovo: clan Sant’Anna.

Sant’Anna, con le sue 18mila anime, è un popolosissimo fazzoletto di terra, in periferia, che fa da cerniera tra il centro cittadino e quella via delle Calabrie che congiunge la città del Tusciano alla vicinissima Eboli. Un rione cresciuto in un batter d’occhio: dapprima, il fulcro era dalle parti di via Confalonieri, nella zona soprannominata “Sant’Anna vecchia”. Poi, tra gli anni Settanta e Ottanta, il cuore del quartiere si spostò tra via Etruria e viale della Libertà, dove esplose l’edilizia popolare con i palazzi grigi e quelli gialli.

Un’area popolosa e popolare. E i ragazzi del clan Sant’Anna, da bambini, inseguivano un pallone sull’asfalto dell’oratorio e dei campetti Cngei, o nel terriccio di via Colombo, o sui polverosi campi dell’opera Bertoni. Proprio quei giovani, magari, andando in centro, si sentivano chiedere, come accadeva fino a qualche anno fa, “vai a Battipaglia?”

Un quartiere complicato, dove la forbice sociale è ampiamente divaricata tra i ricchi e i nullatenenti. Un rione spesso al centro di meste pagine di cronaca nera. Qui, però, il cuore della gente si fa sentire più della voce delle istituzioni: molte delle aiuole di via Alpi, ad esempio, realizzate pochi anni fa dal Comune – che poi pare averne dimenticato l’esistenza – vengono spontaneamente curate da alcuni ragazzi delle case popolari. E proprio a Sant’Anna furono occupati abusivamente gli alloggi popolari di viale Manfredi, ché lì, per la legge del quartiere, i reali assegnatari non erano legittimi.

Nei quartieri popolari, allora, il richiamo della criminalità è forte. Ma lo Stato, che spesso non si cura di urlare – e di offrire – di più, può essere assolto?

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