Cinecittà nel sentire di Christian De Sica

Scritto da , 5 marzo 2015
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Lo showman ritorna questa sera, alle ore 21, al teatro Verdi di Salerno, con uno spettacolo dedicato alla magia di quegli studi che hanno ben settantotto anni e hanno punteggiato l’intera sua vita. Abbiamo raggiunto il M° Riccardo Biseo pianista solista e conduttore della big band per una riflessione sulla musica dello spettacolo. I tromba un salernitano Antonio Baldino

 Di OLGA CHIEFFI

 Quando mi domandano: “Quale è la città in cui preferirebbe abitare?” E mi dicono: “Londra, Parigi, Roma”. E io dico “Alla fine, se devo essere sincero, dovrei dire Cinecittà, è l’unica città dove proprio vorrei abitare”. Così rispondeva Federico Fellini a quanti chiedessero lui sul suo luogo dell’anima e, di questo spazio d’elezione che ha scritto la storia del secolo breve d’Italia, racconterà al pubblico del teatro Verdi, in questo week-end, da stasera sino domenica, Christian De Sica nel suo “Cinecittà”. Nella fabbrica dei sogni Christian ci è entrato a sette anni, stringendo la mano di suo padre Vittorio che stava girando nel 1959 “Il generale della Rovere” per la regia di Roberto Rossellini. Di lì Cinencittà entra “dentro” a Christian e viceversa. Il protagonista, prendendoci per mano a sua volta, ci coinvolgerà nel suo amarcord, i suoi aneddoti, che provengono dalla famiglia, in particolare dal padre e dall’incontro con altri indimenticabili divi che hanno fatto la storia del cinema, Anna Magnani, Sofia Loren, Gina Lollobrigida, Marcello Mastroianni, Anthony Quinn, ma anche Audrey Hepburn, Cary Grant e Gregory Peck. De Sica è da sempre innamorato del “vecchio jazz” e il fil rouge di questo spettacolo sarà proprio lo swing, musica brillante e altamente comunicativa. Sul palco, al fianco di Christian, tra paillettes, piume di struzzo, frac, glamour, tre giovani ed eclettici attori, Ernesta Argira, Daniele Antonini e Alessio Schiavo, e un corpo di ballo di sei elementi che interpretano le coreografie, stilizzate alla Bob Fosse, di Franco Miseria per la regia firmata da un grande protagonista del teatro e della televisione italiana come Giampiero Solari. Ma si sa il nostro pensiero vola sempre alla musica e abbiamo raggiunto il pianista, solista e conductor della big band di ben diciannove elementi, diretta dal M° Marco Tiso, Riccardo Biseo, che sarà ulteriore attrazione dello spettacolo, poiché questo tipo di formazione suscita emozione anche al solo vederla schierata sul palcoscenico di un teatro.  “ E’ sempre un piacere lavorare con Christian De Sica. Al di là del grande insuperabile istrione – ha rivelato il M° Biseo – incontrastato padrone dello spazio teatrale, è un eccezionale crooner, una splendida voce, la sua, che racchiude la levigatezza di Mel Tormè e lo scat sapido di Sammy Davis”. E’ una big band “allargata” quella che ascolteremo stasera? “ E sì la formazione classica conta quindici elementi, ma qui avremo le tastiere aggiunte, per evocare gli archi e una chitarra. Brillantissime le sezioni con la prima tromba che proviene dal prestigioso vivaio di fiati salernitano, Antonio Baldino, il quale, aprirà lo spettacolo ingaggiando un vero e proprio duel, retaggio del Kansas City Style, con il sassofono di Alessandro Tomei, sulle note di “Ma ‘ndo Hawaii se la banana non ce t’hai” versi leggeri, con musica di Piero Piccioni, che schizzeranno il ritratto e l’omaggio a Zio Alberto. E ancora con questa dance band di lusso, per usare i termini con cui Glenn Miller definiva la sua formazione, dall’impasto perfetto tra ance e ottoni e carica di un forte potenziale dinamico, in quali altri titoli sosterrete Christian? “ Non posso svelarle tutto, poiché annullerei l’effetto sorpresa. Ma il M° Tiso ha preparato un bel medley di successi di Frank Sinatra, un portrait di Sammy Davis una “New York, New York”, in doppia versione, dove io dialogherò e, non solo in questo brano, con Christian, e qualche bella canzone italiana di quegli anni”. Un repertorio vasto, senza tralasciare il nero del song italiano che pone Christian anche quale musicista a tutto tondo appartenente ad un genere, grazie all’amore per il jazz del compianto Manuel, in quella lettura particolare che è quella del livello “intramusicale”, in cui i musicisti dialogano tra di loro sulla base di sensibilità e competenze condivise generanti quello scambio comunicativo e sociale complesso, in cui l’Uomo mette in gioco le proprie idee, unitamente a quelle dell’ascoltatore attraverso un costante signyfin(g), ovvero appropriazione, rielaborazione e restituzione commentata – non di rado in forma di rovesciamento risignificante – di un materiale appartenente al proprio o ad un altro universo culturale.

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