Chi ha ucciso Aldo Moro?

Scritto da , 13 marzo 2016

 

L’on. Gero Grassi racconta le vicende del Presidente DC rapito e ucciso dalle Brigate Rosse

Di Davide Naimoli

 Sono trascorsi quasi 38 anni dalla morte dello statista democristiano e sul caso è stata istituita una nuova Commissione bicamerale d’inchiesta, che si occuperà di indagare per 2 anni su ciò che è accaduto senza che venga opposto il segreto d’ufficio. Si è tenuta sabato 12 marzo, a Palazzo Sant’Agostino, la presentazione del lavoro che l’onorevole Gero Grassi ha concluso nella Commissione Parlamentare sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro. Con la presenza del Presidente della Provincia, Giuseppe Canfora, e del segretario provinciale del Pd, Nicola Landolfi, si è dato vita ad un appuntamento emozionante e carico di significato, non solo storico, ma anche politico per la Nazione, oltre al tentativo di far luce sui tragici eventi verificatisi alla fine degli anni '70. Chi e perché ha ucciso Aldo Moro? La verità resta ancora avvolta da molti dubbi e l’unica certezza è racchiusa nel titolo di un articolo, pubblicato il 16 marzo 1979 sul Corriere della Sera, scritto dal Rettore dell’Università di Siena Carlo Bò che definì l’omicidio di Moro “Delitto di abbandono”, perché Aldo Moro fu abbandonato da tutti al suo ineluttabile destino, iniziando dal Parlamento che durante i 55 giorni di rapimento non gli dedicò nemmeno una seduta. Così si è espresso Gero Grassi, che ha raccontato tramite l’analisi dei documenti ufficiali, sia del rapimento del Presidente della Democrazia Cristiana sia dell’omicidio dei 5 uomini della sua scorta, nonché del ritrovamento a Roma, in via Caetani, della Renault rossa con il corpo senza vita di Aldo Moro. Grassi ha ripercorso “fatti e non opinioni” emersi dallo scrupoloso e attento lavoro della commissione parlamentare riassumendo in maniera efficace circa due milioni di pagine, per un totale di otto processi, quattro commissioni d’inchiesta su terrorismo, stragi e una commissione sulla P2. Da quanto è emerso dalle indagini, dispiacevoli conseguenze legate alla dedizione di Moro, erano state annunciata già molto tempo prima dell’effettivo rapimento e omicidio, infatti già nel 1964  i settori deviati dell’Arma dei Carabinieri avevano concepito il “Piano Solo”, un golpe, poi sventato grazie all’intuito di Saragat, che prevedeva il rapimento e l’uccisione di Moro. Nel 1974, invece, l’allora segretario di stato americano Kissinger, ammonì Moro dicendogli di smetterla dialogare con i comunisti, altrimenti l’avrebbe pagata cara. Nello stesso anno, Moro salì e fu fatto scendere pochi minuti dopo dal famigerato treno “Italicus”, quello che fu fatto saltare in aria con la stessa polvere delle stragi di piazza Fontana, di Bologna, di piazza della Loggia, oltre al giornale “Op” diretto dal piduista Mino Pecorelli, che già in quegli anni dedicò tre pagine a un allora ipotetico delitto Moro , senza che nessuno intervenisse. Successivamente, infatti, Moro fu rapito il 16 marzo del 1978 e ad agire fu un commando di brigatisti che uccisero i cinque uomini della sua scorta e che diedero inizio al sequestro di 55 giorni che tennero col fiato sospeso l’intera nazione, fino a quando il corpo senza vita del presidente della Democrazia Cristiana fu ritrovato a Roma, in via Caetani, nel bagagliaio di una Renault rossa. Dalla ricostruzione di Grassi emergono punti oscuri e strane coincidenze che si collegano tra loro, infatti, la pattuglia in cui viaggiava Moro, ricevette una telefonata e cambiò improvvisamente tragitto. Un cambio di tragitto che fu fatale. Quel giorno, in via Fani, in base a quanto sostiene la magistratura con sentenze definitive, c’erano persone non riconducibili alle Brigate rosse e che sarebbero uomini dei servizi segreti. Del delitto di Moro sono stati accusati i brigatisti Valerio Morucci, Mario Moretti, Adriana Faranda con la complicità di altri comunisti combattenti come Franceschini e Casimirri, secondo Grassi gli esecutori materiali, anche se restano dubbi a riguardo, ma i mandanti sono altri. L’onorevole Grassi ha chiuso il suo intervento citando Pasolini “io so ma non ho le prove”, affermando in questo caso di sapere ma non di avere a disposizione ancora tutte le prove, esortando di  raccontare la vita e la morte di Aldo Moro per dare ai futuri figli e nipoti un’Italia più civile, più sicura e più democratica.

 

 

 

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