« Cet air pur nous a rendus joyeux…» Mario Fresa tradotto in francese

Scritto da , 3 Aprile 2019
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Alcune poesie di Mario Fresa, scrittore e saggista salernitano, sono state ospitate e tradotte da Damien Zalio sul numero di aprile di « Recours au Poème », prestigiosa rivista francese 

Di Raffaele Piazza

Alcune poesie di Mario Fresa, scrittore e saggista salernitano, sono state ospitate e tradotte da Damien Zalio sul numero di aprile di « Recours au Poème », prestigiosa rivista francese diretta da Marilyne Bertoncini e da Carole Mesrobian. Abbiamo rivolto al poeta e critico alcune domande dedicate al rapporto tra la scrittura in versi e la traduzione.

  1. Lei ha dedicato una particolare attenzione alla traduzione poetica, occupandosi soprattutto di autori latini e francesi. Per un poeta, lavorare anche da traduttore può essere un elemento positivo per ampliare la propria coscienza letteraria o può diventare una sorta di arma a doppio taglio?
  2. “Ogni traduttore sentirà di aver guadagnato un po’ di maggiore conoscenza dell’opera studiata, ma avvertirà una distanza ancor più profonda tra sé e la lingua rincorsa. Alla fine, se sarà saggio, metterà da parte i propri calchi, le proprie imitazioni e tornerà agli originali; e poi, daccapo, vorrà di nuovo interrogarli, provando nuovamente a ritradurre ogni parola ogni verso ogni strofa. Così, all’infinito. Una traduzione la s’inizia e non la si conclude mai veramente: essa rimane un gioco del quale si conosce la partenza e mai la conclusione. Il procedimento del suo lavoro è assai vicino a quello di un attore: non soltanto in virtù di una specifica e comune propensione al mimetismo e alla drammatizzazione mimetica; ma anche perché, nell’indossare più volte una maschera e nel provare di continuo, ogni sera, le medesime battute, l’attore cambierà sempre tono, colore, timbro, fraseggio (anche in un modo, forse, non del tutto volontario); e i versi o le battute gli parranno di nuovo nati, o nati appunto in quel preciso istante, e dunque nuovi e inconosciuti (e degnissimi, perciò, d’essere amati, d’essere scoperti)”.
  3. La poesia va letta necessariamente nella lingua in cui è stata scritta?
  4. “Direi di sì, quando è possibile. Se proprio traduzione ci dev’essere, il lettore dovrebbe impegnarsi ad affrontare personalmentel’a corpo a corpo col testo originale; dovrebbe, dunque, tentare di tradurre da sé stesso il testo, rinunciando alle stampelle posticce di un altro commentatore-interprete. Ogni lettore di poesia può esser visto, allora, come un possibile traduttore? Troppa Hybris,per caso? E perché no? Un lettore di poesia che voglia davvero essere tale è sempre una specie di semifolle (è uno, per intenderci, che vuol cercare soluzioni o schiarimenti da chi si esprime per iperboli e straparla: perché il poeta è un medico, alla fine, che resulta più matto del malato). E allora, perché non andare fino in fondo? Perché non essere folli integralmente, identificandoci con colui che scrive e con ciò che si legge, cercando un’alchìmia, una stregata soluzione che possa trasformare una certa parola in un’altra parola, rigenerando la sua medesima forza, la sua stessa carica estrema di energia e di vita?”
  1. Crede che, in qualche caso, sia pure raro, una traduzione poetica compiuta magistralmente possa superare per bellezza, almeno in uno o più dei suoi passaggi, quella del testo originario?
  2. “No, ma alcune soluzioni geniali restano impresse: penso all’intelligenza minacciosa delle Amœnitates belgicæ reinterpretate da Franco Fortini, o alla leggera, verticale, violinistica versione caproniana di certi versi di Apollinaire; penso, ancora, alla energia solenne e disperata (in certi punti più violenta dell’originale) della poesia The Tygerdi Blake nella traduzione di Guido Ceronetti. Ma sono casi, certo, assai rari che, solo per qualche istante, quasi ti fanno dimenticare che lì, con te, non parlano mica Apollinaire o Baudelaire o Blake: ma nobili impostori che si travestono delle altrui spoglie, fingendo con noi di essere altro, e di parlare con una nuova voce (e non è quello che fa un poeta, sempre? Al di là, dico, del tradurre? E cioè mutare, nello spazio di un breve testo, la propria vita e la propria identità? Nascondere sé stesso e giocare ad essere un altro, e un altro, e un altro ancora? Dimenticarsi di sé, del proprio nome?).”

 

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