Cavalleria e Pagliacci: tutto il “nero” del palcoscenico

Scritto da , 29 aprile 2016

 

I due manifesti del verismo italiano ritornano da questa sera al teatro Verdi di Salerno per la regia di Riccardo Canessa.

 

Di Olga Chieffi

Dopo cinque anni ritorna sul palcoscenico del teatro Verdi, l’amato binomio verista Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni e Pagliacci di Ruggero Leoncavallo. Bacchetta affidata a Carmine Pinto che sarà alla guida di un ancora rinnovata orchestra Filarmonica Salernitana e due cast di tutto rispetto, a cominciare da Violeta Urmana, che darà voce a Santuzza, affiancata da Natalia Verniol, (Lola), Dario Di Vietri (Turiddu), Alberto Mastromarino (compare Alfio) e Francesca Franci (Mamma Lucia), mentre Pagliacci segnerà il ritorno di Piero Giuliacci , il quale vestirà la giubba di Canio, con a fianco la giovane Valeria Sepe, che sarà Nedda, mentre Alberto Mastromarino, avrà il ghigno di Tonio, Francesco Pittari vestirà i panni di Beppe, Raffele Raffio quelli di Silvio, e Angelo Nardinocchi comparirà quale contadino. Da questa sera, alle ore 21, con repliche il 1° e il 4 maggio, il sipario del massimo cittadino si leverà su due titoli che piombarono come una folgore non annunciata, aprendo un contenzioso durato a lungo nella musicologia italiana e internazionale. In apertura di serata Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni che non elude i riferimenti alla sua stringatezza di fuoco, alla estrema funzionalità delle elementari armonizzazioni, tutte giocate sul senso infallibile dei gradi fondamentali, tonica-dominante-sensibile, che non sono in debito né con il francese opèra-lyrique, né coll’opera scapigliata nazionale. Ma il diverso modo di aggredire la fisionomia del vecchio melodramma è racchiuso in uno strumento espressivo fin qui ignoto, quello del “grido” al posto della nota e della disperata sensualità che in genere lo sorregge. Si tratta, né più né meno, di un diverso concetto di vocalità: un canto ampio, sfogato, inclinante talora allo stornellare toscano (la serenata a sipario chiuso di Turiddu, il “fior di giaggiolo” di Lola), fondato sulla strenua valorizzazione del “medium” e sul repentino esplodere, non più del piccolo intervallo, ma del puro e semplice scatto nevrotico. Un canto, insomma, che delinea in modo fulminante quell’iperbole sentimentale in cui le nuove falangi della borghesia italica imprendevano a giocarsi la carta di un desiderio di crescita nazionale. Questo astuto transfert sarà la mossa che consentirà all’operismo che fu detto verista, di attestarsi per un abbondante decennio tra gli uditori umbertini, vogliosi, a parole, di provocazioni, ma nei fatti solo di gratificazioni sentimentali, di valori eterni della morale perbenista e pacificatrice, tali da perpetuare la memoria del grande melodramma antico, coll’unico ma geniale espediente di ridurne la drammaturgia a semplice meccanismo della stessa. “Cavalleria rusticana” è la quintessenza di tutti gli archetipi eterni, amore, gelosia, passione, tradimento, morte, duello. Un coacervo di forze oscure e belligeranti, di componenti primordiali, che lambiscono livelli di fascino e di esotismo, di vera e propria vertigine. Dentro ci stanno tutti gli elementi folklorici, antropologici, come il morso all’ orecchio, il parlare per accenni, il codice cavalleresco, di una cavalleria rusticana appunto, che colpisce subito ed efficacemente l’ immaginario del pubblico di tutte le latitudini. Il regista Riccardo Canessa, per la scena della processione si è ispirato alla cerimonia della Madonna Vasa Vasa, celebrata a Modica la domenica di Pasqua. Durante la mattina le statue del Cristo e della Madonna vengono portate in processione per le vie del paese. La Madonna, che indossa un mantello nero in segno di lutto, inizia subito la ricerca del figlio. L’incontro avviene a mezzogiorno nella piazza principale ed è noto con l’espressione di Madonna Vasa Vasa, proprio perché le due statue si avvicinano per un bacio, realizzata come un tableaux vivants. Grande momento corale con le masse preparate da Tiziana Carlini e Silvana Noschese. Si passerà, quindi, a Pagliacci di Ruggero Leoncavallo. Scarni ed elementari i fatti su cui l’opera si fonda, ma non davvero il progetto strutturale che stava a cuore all’autore. Soluzione intellettuale con il Prologo a sipario chiuso, la cui finzione di distanziamento dalla finzione teatrale è palese. Segue quindi l’opera vera e propria e in terza istanza la rappresentazione di una commedia che intreccia il suo plot con quella dell’opera fin che l’attore-cantante non commette il doppio omicidio e consente l’inserzione nel binario dell’opera in quel teatro rappresentato. E qui i conti non tornano del tutto, poiché la risoluzione della fosca vicenda fa spesso annegare la musica nel pantano di una vociferazione assai poco consona a quelle mire, rinviando, invece ai canoni più consueti della sfogatezza emotiva. Qui il regista Canessa ha preso spunto da un quadro della pittrice Maria Papale “Le marionette”, datato 1952, un realismo magico il segno della sua ava, circondato da un alone di bon-ton salottiero, in netto contrasto con la storia vera che intende far toccare con mano il nostro Riccardo, la polvere, il nero, le miserie del teatro tutto, quel “gelo” che Eduardo citò nel teatro di Taormina, nella sua ultima apparizione.

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