Vincenzo Albano: come MutareVerso dopo la pandemia?

Il Governo ha ignorato a oggi il Terzo Settore e la configurazione giuridica di Erre Teatro, così come di tanto associazionismo territoriale, che non rientra nella tutela delle politiche centrali. Siamo inesistenti, pur lavorando per rendere vivi i territori e le città che abitiamo.

Di VINCENZO ALBANO

In molti hanno sottovalutato, in un primo momento, la portata degli accadimenti e hanno fatto non poca fatica ad accettare il blocco delle attività. Mutaverso Teatro non ha fatto eccezione. Ho creduto di poter allontanare la paura dell’epidemia, o almeno, di poterle tener testa a quel metro di distanza senza mandare in fumo mesi di lavoro, già di per sé funambolici. Poi le consequenziali decisioni, gli inevitabili provvedimenti, le giuste restrizioni, che a quanto pare andranno ben oltre i tempi previsti. È un momento di incertezza terribile, per tutti, per la salute pubblica prima di ogni cosa. Per quanto il tempo della quarantena possa essere anche quello di un piacevole ozio, non nascondo una certa operosità del pensiero. Non posso negare come stia trascorrendo questo tempo lento e dilatato pensando ad arginare i danni subiti e immaginando altri modi per ricominiciare sotto ogni punto di vista, personale e professionale. Mi auguro si tratterà di questo e non di riprendere da una certa “normalità”, lo dico senza retorica. Detto ciò, il Governo ha ignorato a oggi il Terzo Settore e la configurazione giuridica di Erre Teatro, così come di tanto associazionismo territoriale, che non rientra nella tutela delle politiche centrali. Siamo inesistenti, pur lavorando per rendere vivi i territori e le città che abitiamo. Se dunque concordo con chi scrive di questo tempo come di un tempo “non finale”, anzi fa bene dirselo e crederci, è altrettanto vero che di non poco conto sarà la vicinanza delle amministrazioni locali, cui rivolgo un invito approfittando di questo spazio. Ne va della possibilità di tenere in piedi quanto finora costruito. In qualche occasione, ho rivendicato il diritto di veder crescere i frutti di un lavoro che ha dimostrato di avere solide basi a dispetto dei venti contrari, ma a questa bufera nessuno era preparato, me compreso. Ci sarà bisogno di dialogare più di quanto accaduto in precedenza e di rispettare intanto gli impegni presi. Sono fiducioso, almeno su questo. Ammetto di esserlo un po’ meno sulla capacità di fare cerchio da parte dei teatranti salernitani, o almeno alcuni di essi, più intenti a fare abuso delle tecnologie digitali per promuoversi come i primi della classe. Non trovo necessario parlare a tutti i costi e pur comprendendo la mobilitazione, onestamente mi disturba un certo protagonismo teatrale nell’emergenza, per non dire di certe apparizioni egoriferite e fuori luogo. Tutti leggono, recitano, cantano, ballano dal salotto della propria casa, dalla cucina e dal balcone. Non credo faccia male alla nostra passione rinnovare senza chiasso le nostre energie per ripartire tutti già in estate. Pensiamoci e lavoriamoci, nonostante le incertezze. Quanto a Mutaverso Teatro, ora è solo una pagina digitale, da leggere, in linea con gli obiettivi della Stagione interrotta. Al momento sono cinque gli spettacoli annullati e i quattro del mese di aprile avranno lo stesso destino, purtroppo, considerando le ultime ordinanze. Ne restano sei a maggio, ma attendiamo gli eventi e soprattutto rispettiamo le regole per risolvere questa emergenza. Ora la priorità è questa. Nel frattempo anche #iorestoacasa e provo a fare “dell’ozio una terapia”, citando le parole di un’amica. Sento la mancanza di molte cose e anche il teatro mi manca, ma sopperisco a questa mancanza attraverso le sue pagine scritte. Io e Stefania Tirone abbiamo ripreso sui nostri canali di comunicazione l’invito a un “teatro da leggere”, convinti che esso possa agire, se non sul palcoscenico, intanto nella nostra sensibilità di lettori. Parole, brevi stralci da testi e autori che amiamo, che abbiamo incontrato e proposto in questi ultimi anni. Li condividiamo guidati dal sentire del giorno e non secondo un calendario predeterminato. Le parole sono soglie, passerelle testarde capaci di tenere avvinti, aspettando il nuovo che sarà.




Il mondo dello spettacolo live in ginocchio

Sta per nascere un’associazione che raccoglierà le aziende di service campane poichè, nel nostro paese vi sono pochissime tutele per i lavoratori di questo settore

Di OLGA CHIEFFI

In questi giorni, in cui sembra che il mondo stia crollando davvero, perlomeno in gran parte del nord Italia, i “teatranti”, commedianti, musicanti, tecnici o più in generale lavoratori dello spettacolo, dalle bande da giro, ai grandi spettacoli di piazza con artisti nazionali e internazionali, sono stati messi al bando: da quando l’epidemia di Coronavirus ha colpito il Paese, i conseguenti provvedimenti cautelativi, hanno determinato la chiusura di teatri, cinema, nonché dei locali, con l’ovvio annullamento di spettacoli e concerti, in tutte le regioni colpite maggiormente dal virus. E se per molte categorie ciò ha significato lo smart working, la malattia, la riduzione delle ore di lavoro, non per tutte ovviamente, per i lavoratori dello spettacolo è significato perdita di lavoro e di danaro in toto.  Si è già scritto molto riguardo al possibile impatto negativo delle misure per contenere il Covid-19 sul turismo, l’industria, il commercio e i prodotti di esportazione. Tra i settori più colpiti però, c’è anche quello della cultura e degli spettacoli dal vivo. Finora, ne hanno sofferto i teatri, i cinema, le sale da concerto. Secondo le prime stime dall’Agis (Associazione generale italiana dello spettacolo), basate sui dati della Siae, in Italia nei giorni scorsi sono stati cancellati 7.400 spettacoli. Nel settore musicale è stata registrata una perdita di 10,5 milioni di euro. Assomusica, l’Associazione degli organizzatori e produttori di spettacoli di musica dal vivo, ha stimato che nel solo settore musicale è stata registrata una perdita di 10,5 milioni di euro e sulle città che avrebbero dovuto ospitare gli eventi cancellati c’è stata una ricaduta negativa di almeno 20 milioni di euro. Dietro i performer ci sono i services, ovvero professionisti altamente specializzati e invisibili, tecnici del suono, tecnici delle luci, attrezzisti, coloro i quali montano e smontano quei super palchi nelle piazze o negli stadi. Erano invisibili, usiamo l’imperfetto, perché tra breve non lo saranno più poiché: sta per nascere l’Associazione Service Campania, proprio per stilare un piano d’azione collettivo e condiviso per uscire dal dimenticatoio. “La crisi del Coronavirus – afferma Raffaele Vitale – ha portato allo scoperto ancora una volta la fragilità del nostro comparto lavorativo, fatto di troppe differenze contrattuali, troppo deboli e senza nessuna garanzia. Ancora una volta lo abbiamo constatato sulla nostra pelle a partire dal 24 febbraio scorso, quando è stata sospesa per decreto qualsiasi “manifestazione e iniziativa che comporti l’afflusso di pubblico”. Da quel giorno ci siamo ritrovati in migliaia senza reddito, senza la possibilità di far fronte alla quotidianità, senza nessuna prospettiva di attraversare dignitosamente questo momento di emergenza; un’emergenza per noi cronica che si è semplicemente acuita e che subito si è trasformata in profonda crisi. Questa proposta di associazione, con un valido statuto e un direttivo, nasce da un’idea mia, subito condivisa da aziende quali la Ruotolo Service, la Faraso Service, la Landi, e il cartello ora include ben 130 soci, coi quali c’impegneremo per superare questo momento nero e farci regolarizzare, quando riprenderemo a lavorare”. Infatti, la maggior parte delle lavoratrici e dei lavoratori del settore hanno contratti a intermittenza, ferie non garantite, permessi, malattia ed infortunio. E’ questo un settore che patisce endemicamente la precarietà del lavoro, che non garantisce in alcun modo la continuità salariale e nessun accesso agli ammortizzatori sociali. La sfortunata contingenza di questa crisi deve essere il punto di non ritorno per immaginare, elaborare e costruire un nuovo modello per il comparto lavorativo del mondo dello spettacolo, dell’intrattenimento, dell’arte e della cultura. Un modello nuovo che abbia al centro la dignità della vita dei lavoratori e delle lavoratrici. Questo è il momento giusto per imporre sull’agenda pubblica l’annosa problematica che, si deve trasformare in una proposta e in una piattaforma di rivendicazione, a cominciare dall’ accesso ai fondi di cassa integrazione in deroga emanati dal Governo per far fronte ai primissimi tempi di crisi da Coronavirus, all’introduzione di un reddito di quarantena immediato per tutte le lavoratrici ed i lavoratori colpiti dalla crisi, da articolare in forme di indennizzo, agevolazioni fiscali e contributive, sostegno al pagamento delle spese e delle scadenze come bollette e mutui.




Una Stagione lirica particolare

Lira Tv apre i suoi archivi e offre cinque titoli andati in scena sul palcoscenico del teatro Verdi tra il 2008 e il 2015. Sabato alle ore 22,30 la Traviata firmata da Franco Zeffirelli con la coppia Massis e Bruson

Di OLGA CHIEFFI

Il mondo della musica classica non si arrende e non si ferma, nonostante il coronavirus. Teatri grandi e piccoli, in Italia e all’estero, stanno trasferendo i loro concerti online e invitando a partecipare, gratuitamente, un pubblico virtuale. Dalla Metropolitan Opera House di New York alla Filarmonica di Berlino fino alla Fenice di Venezia: tante le opere e gli spettacoli fruibili comodamente dal divano di casa. Un modo per combattere l’isolamento e sentirsi meno soli.  “Anche il teatro Verdi di Salerno – ha affermato il M° Antonio Marzullo – ha pensato di mettere in onda un florilegio delle più applaudite produzioni andate in scena sul palcoscenico del massimo cittadino tra il 2008 e il 2015. A pochi giorni dal 10 aprile, in cui si sarebbe risollevato il sipario del Morelli sulla grande musica, la decisione da parte della direzione artistica del Teatro Verdi di donare una stagione “televisiva” ai melomani salernitani, con la messa in onda di alcune opere liriche che l’emittente Lira Tv aveva ripreso ed ha disponibili nei propri archivi. Un augurio affinchè ci si possa riabbracciare al più presto nel salotto culturale di Salerno”. Il debutto è in programma domani alle ore 22.30 e replica domenica 29 marzo alle ore 18.00  con la indimenticabile edizione de’ “La Traviata” firmata dal binomio Zeffirelli-Oren, datata 2008. Riprendendo un’idea già sperimentata, Zeffirelli fa alzare il sipario sullo struggente preludio mostrandoci la morente Violetta che nel letto del dolore rivive in un lungo flashback la propria esistenza. Di qui il doppio binario su cui scorre visivamente l’opera: da un lato le scene festose, di massa, dall’altro quelle intime, dell’amore vero, tanto nude e spoglie quanto le altre sono rutilanti, gremite, movimentate e volutamente volgari, forse perché nel ricordo tutto si esalta e si ingigantisce. Ecco perciò l’eccesso di comparse, di figuranti, di luci, di cuscini, di candelabri, di tendaggi nella casa di Violetta al primo atto e, nel secondo, in quella di Flora, affollata sapientemente non soltanto da matadori e zingarelle, ma anche da maschere della Commedia dell’Arte, giocolieri, funamboli, spiantati nobiluomini, ricchi borghesi, donnine allegre e compiacenti in fantasiosi costumi, il tutto in una luce rossiccia diffusa da una fantasmagoria di globi rutilanti e caleidoscopici. Qui rivive la Violetta immersa “di voluttà nei vortici” mentre l’altra, la santa per amore, si purifica nella spoglia semplicità della casa di campagna, fino ad apparire, quasi estatica, vestita di una candida tunica ed immersa in una luce celestiale nel finale del secondo atto, dopo il violento insulto di Alfredo. Ma è ancora il letto del dolore ad accoglierla nell’ultimo atto dell’opera e della sua esistenza, con taglio oreniano secco sulla caduta in terra di Violetta sulla parola “oh gioia!”. La Violetta di Annick Massis ci riporterà vicino all’arte del prendere i fiati, di governarli più per segreta intelligenza che per tecnica, per il senso, l’espressione corporea della sua voce, per il suo gioco d’emissione, le difficili colorature. Non manca ad Alexey Dolgov, il quale indossa i panni di Alfredo, la baldanza tenorile, ma non la coloritura delle ombre, tristemente presaghe nelle dolorose riflessioni cromatiche sin dall’inizio. La Traviata vivrà il suo momento più alto certamente nel secondo atto, in cui troneggerà su tutto e tutti il Giorgio Germont di  Renato Bruson, che rinnoverà il sempre più raro piacere di sentir cantare sui fiati, facendo veleggiare la voce sul respiro, rendendola duttile e docile ad ogni sfumatura espressiva, che avrà il suo picco in “Piangi…..piangi!”. Daniel Oren ha l’ istinto e la razionalità dei giusti tempi sia in senso strettamente musicale sia sotto il profilo drammatico sia, infine, nel rapporto con la tradizione; la sua tendenza alla sobria o concitata serratezza si accompagna alla rara capacità di dar aria al canto, nel rallentare e impellere in ciò che è accompagnamento solo di nome. Il complesso salernitano ha acquisito sotto la sua guida e, con i dovuti rinforzi esterni, il rango di grande orchestra sinfonica; di rifinitissimo suono le prestazioni dell’ oboe e clarinetto soli, come dei flauti. Il cartellone di Lira Tv ci accompagnerà fino al 26 aprile con altri quattro titoli. Il 4 e il 5 aprile, si potrà assistere la Tosca del 2015, l’ 11 e il 12 aprile, Cavalleria e Pagliacci del 2011, il 18 e il 19 aprile il Barbiere di Siviglia 2010 e gran finale, il 25 e il 26 aprile con la  Carmen del 2010.




L’eredità di Claudio Tortora e Renata Tafuri

Ai figli d’Arte Gianluca e Valentina il compito di schizzare gli eclettici genitori in punta di penna

Di Gianluca e Valentina Tortora

Claudio Tortora, l’eterno portatore di un linguaggio, quello del teatro, che è più ampio dei limiti del mondo, come deve essere l’ anima, lo sguardo di chi è sottomesso unicamente all’arte, che riesce soltanto ad intendere priva di ogni scopo, libera, universale, pura, che conosciamo quale patron del Teatro delle Arti e ideatore del Premio Charlot, con al suo fianco Renata Tafuri da ben quarantatrè anni, una coppia inscindibile, anche perché nata sulle tavole del palcoscenico, e assimila nel proprio percorso artistico elementi e sfumature mediate dal proprio vissuto, riappropriandosi delle proprie “ragioni native”, sono i soggetti di un particolare ritratto che oggi affidiamo alla penna dei figli d’arte Gianluca e Valentina, i quali ci porteranno a “fare parte della scena”, allestita dai loro genitori.   “Un periodo così non si dimentica – scrive Gianluca – è un momento che ti distrugge e fortifica allo stesso tempo. Nella mia vita, credo di non essere mai rimasto a casa per più di mezza giornata, il lavoro frenetico e tutta la routine che, tre settimane or sono, faceva parte della mia vita, non mi ha mai permesso di fermarmi un attimo. Oggi, sono a casa con la mia famiglia e i miei figli, il lavoro bloccato e i pensieri che si affollano nella mente, pensieri che, credo, appartengono a tutti noi. Non nascondo che, all’inizio, ho avuto un po’ di paura per tutto questo, ma voglio pensare positivo e credere che presto ne usciremo. Supereremo l’anno orribilis, sicuramente non indenni lavorativamente, ma ricchi di amore e affetti. Ringrazio, però, chi da sempre mi ha insegnato ad apprezzare tutto questo, ad apprezzare la famiglia e i figli, che mi hanno insegnato che soldi e lavoro sono solo una infinitesima parte della nostra vita, quella materiale e futile, che il valore aggiunto lo danno gli affetti che ti circondano. Il mio ringraziamento è diretto, quindi, a mia madre e mio padre, persone opposte ma uguali che, con i loro pregi e i loro difetti hanno reso di me l’uomo che sono oggi. Essere “figlio d’arte”, si sa, non è facile. Si ha la responsabilità incombente del cognome che porti e si è sempre preda del terrore di non essere all’altezza delle aspettative. Papà non mi ha mai reso la vita facile e “per fortuna”, quelli che potevano essere piccoli errori per gli altri, a me sono stati sempre aumentati del 50%. Ho iniziato a lavorare al Premio Charlot prestissimo come pony express: portavo i volantini per lidi e locali, oggi, ne sono parte integrante in direzione artistica e organizzazione. Mio padre mi ha insegnato che nella vita nessuno ti regala niente, quindi bisogna impegnarsi al massimo, studiare e solo allora potrai raggiungere i tuoi obbiettivi e vedere i tuoi sogni realizzati. Mamma, invece, è il mio grillo parlante, la persona saggia che con filosofia e dolcezza ti dice che stai facendo una sciocchezza e ti aiuta a capire la strada giusta da intraprendere. Non vedo i miei genitori dalla prima decade di marzo, quando con la mia famiglia abbiamo deciso di #restareacasa e di non muoverci, se non per la spesa. E’ dura non poterli vedere e abbracciare, ma abbiamo insegnato loro come utilizzare skype e, così, ci divertiamo a fare le videochiamate tutti insieme. Mi si stringe il cuore vederli tramite un computer, ma è per  il loro bene, dobbiamo solo  aspettare che tutto finisca. Continuo, così a far tesoro di ogni loro parola e insegnamento, sperando che un giorno i miei figli possano far lo stesso con me”. “Mamma… papà … i due grandi amori  della vita mia – rivela Valentina – pilastri fondamentali, rifugi sicuri e sereni, presso i quali poter scappare sempre, anche  a 40 anni, sposata, e con figli. Ho la fortuna di avere due genitori presenti, ma non ossessivi, attenti ma non invadenti, amorevoli ma sempre discreti e delicati, sono la mia ricchezza più grande, ovviamente insieme ai mie figli. Quando si diventa mamma si apprezzano ancora di più i genitori perchè riesci a comprendere e a valutare ragionamenti e atteggiamenti che, casomai, una ragazzina in fase adolescenziale non riesce a capire, oggi da mamma riesco a interpretarli, stando dall’altra parte e questo me li fa amare ancora di più. Mamma e papà hanno due caratteri completamente differenti, mamma, logica e matematica, razionale (razionalità che perde solo quando si tratta dei suoi quattro nipotini) sempre con i piedi per terra, precisa, selettiva, amorevole, ma solo con chi e quando dice lei, testarda, caparbia. Non è proprio semplice tenerle testa, amante della vita e delle gioie della vita, in coppia con mio padre sognatore, pasticcione, caotico, lunatico eterno sognatore con un animo da eterno bambino, ma nello stesso momento determinato, caparbio, ambizioso, desideroso sempre di progettare, creare. Insieme sono una miscela esplosiva e, a tratti, quasi ricordano gli amati Sandra e Raimondo, sempre lì pronti a battibeccarsi a punzecchiarsi, ma nella realtà dei fatti poi, si completano e sarebbero nulla l’uno senza l’altro. Una coppia, la loro, che dura da quarantatrè anni e che non può non essere, per noi figli, un valido esempio da seguire, giacchè oggi, più che mai, il concetto di famiglia, sta svanendo sempre più. Da mia madre ho ereditato, e ne vado fiera, proprio il senso della famiglia, la bellezza di poter condividere in famiglia le vicissitudini di ogni membro dal più piccolo al più grande, l’importanza di riunirsi a tavola durante i pasti per poter parlare e discutere, anche di semplici banalità, purchè si sia tutti  insieme. Oggi, più che mai, in questo momento scuro e buio della nostra vita, gli insegnamenti della mia famiglia tornano preziosi. Sono, ormai, circa quindici giorni che questo virus bastardo ci ha reclusi in casa privandoci del lavoro, degli amici, delle uscite, dei ristoranti, delle passeggiate, degli affetti più cari, (ormai sia io che mio fratello vediamo mamma e papà grazie a skype) insomma sopravviviamo. Eppure, da qualche parte, sto recuperando la forza, per andare avanti e trasmettere forza anche a loro e ai miei bambini, cosi trascorriamo le giornate riscoprendo la bellezza dello stare insieme, senza dover necessariamente correre travolti dalla frenesia della vita quotidiana, riscopriamo la bellezza di fare un dolce o una pizza insieme tutti e quattro, o il divertimento di fare una partita a carte senza barare. Oggi, se riesco a fare tutto questo, senza cadere nello sconforto e nella depressione, se riesco, con la mia determinazione, a tranquillizzare  gli sguardi intimoriti dei bimbi che, con i loro visini ingenui, vorrebbero capire il perchè di tante cose che restano, purtroppo, inspiegabili, è proprio grazie ai miei genitori e ai loro insegnamenti che mi hanno resa la donna che sono.

 




Sull’ isola con Elio Germano

Non convince a pieno l’esperimento virtuale dell’ attore ospite della stagione Mutaverso di Vincenzo Albano, che ha proposto “Segnale d’allarme -La mia battaglia”

Di OLGA CHIEFFI

Questa coda d’inverno ha visto Elio Germano assoluto protagonista. Cosa lega il trionfatore della 70ma Berlinale, premiato con l’Orso d’argento da miglior attore per la sua straordinaria perfomance in “Volevo nascondermi” di Giorgio Diritti, e Salerno la nostra città? “Segnale d’allarme -La mia battaglia”, monologo filmato a Riccione scritto da Elio Germano e Chiara Lagani, proposto in forma virtuale per la regia di Omar Rashid, da Vincenzo Albano, quale evento della V Stagione Mutaverso Teatro, all’Auditorium del Centro Sociale di Salerno. “Se il teatro fosse una nave alla deriva e gli spettatori si ritrovassero nella condizione di naufraghi su un’isola deserta cosa accadrebbe?”. Questo l’incipit dello spettacolo di Germano, racchiuso in una scena essenziale, ove il bianco domina i pochi oggetti sul palcoscenico: una bottiglia, un leggio ed uno sgabello. mentre il pubblico reale con cuffia e mascherina si sente quasi “galleggiare” a mezz’aria nel teatro di Riccione, cercando di inseguire faticosamente un Elio Germano che attraversa nervosamente il corridoio centrale della platea. Nel suo discorso parla, infatti, immaginando il teatro come una grossa nave che sta naufragando, dove i sopravvissuti – il pubblico – approdano in un’isola deserta. E lo fa sciorinando battute su battute, molti luoghi comuni, suscitando l’ilarità dello spettatore, coinvolgendolo in discorsi in cui spesso ci si avventura, naturalmente con grande tecnica comunicativa. Germano intende conquistare la fiducia dello spettatore, ed iniziando a compiacere sempre di più il pubblico, questo lo riconosce come vicino alla propria mentalità ed inizia ad applaudire ogni qualvolta l’attore affermi un nuovo luogo comune. Sottolinea le criticità del nostro tempo, in cui i rapporti sono codificati dalle regole dei social, in cui l’importante è piacere, essere apprezzati dalla maggioranza; così anche la politica non privilegia le persone competenti, ma quelle in grado di convincere la massa del loro valore. Si diletta a discorrere di cucina, di meritocrazia, di qualità della gente, del dissesto economico e politico che stiamo attraversando. Disserta delle figure politiche di oggi con rimandi impliciti, parla di scuole, di insegnamenti buoni e pacifici per costruire una società modello, che sia migliore per il futuro dei nostri ragazzi e dei nuovi giovani che verranno, delle fughe di cervelli all’estero, del gorgo della disperazione e della crisi in cui siamo precipitati. Sull’ isola nasce, così, una comune dove tutti devono assumersi le proprie responsabilità e mettere sul piatto le proprie vere competenze, per sopravvivere bisogna sconfiggere l’indifferenza che ci attanaglia. Dovrebbe nascere la vera democrazia, la realizzazione dell’utopia del comunismo. Ma non è così. In un crescendo che ci ha ricordato la Calunnia rossiniana, il “venticello” della parola distorta, del linguaggio malato, quello condannato da Antonio Gramsci in “Odio gli indifferenti”, “che insensibile, sottile, leggermente, dolcemente, incomincia a sussurrar. Piano piano, terra terra, sottovoce, sibilando, va scorrendo, va ronzando; nelle orecchie della gente s’introduce destramente. E le teste ed i cervelli fa stordire e fa gonfiar”. Così è stato. Verso la fine della serata Germano inizia a farsi sempre più serio, lasciandosi sfuggire affermazioni fuori luogo su ebrei, musulmani e stranieri, inspiegabilmente approvate da una parte del pubblico per la maggior parte composto da claque preparata. Lentamente, risulta però chiaro il suo intento provocatorio di mettere in scena un comizio nazista. Il tono si fa più incalzante e le affermazioni più estremiste in un crescendo di angoscia e tensione che travolge gli spettatori fino al culmine della provocazione. Balenano tanti flash dinanzi ai nostri occhi. Uno è il film di Leni Riefenfstahl “Il Trionfo della volontà”, simbolo dell’idea hitleriana di “sangue e terra”, la fede intensa in ciò che egli chiama “natura”. Rivedere quel film come vedere lo spettacolo di Germano, anche se in questo esperimento virtuale, un po’ sfilacciato e con non poche forzature, nonostante l’eccellenza della performance attoriale, può far capire quali siano i mezzi usati per convincere, dare speranze, instillare sentimenti riuscire a gestire uomini provati dagli eventi. Dopo la Grande Guerra e tutto ciò che ne è conseguito, dalla Grande Depressione ai lunghi periodi di instabilità sociale, questo è quello che molti hanno voluto: la fine delle divisioni. La propaganda parla splendidamente allo stomaco, mai alla testa, non concedendo prove reali, ma chiedendo prove di fede. Conosciamo bene il prezzo che tale comunicazione ha fatto pagare ad altri e che oggi ancora scontiamo. Bisogna rendersi conto che la nostra cultura può essere svuotata del suo significato reale ed essere distorta, soprattutto ora, in un momento di difficoltà come questo, in una crisi economica che sembra non avere fine. Potremmo ricadere nella antica trappola di aver bisogno di qualcuno che risolva i nostri problemi, perché potremmo convincerci che noi non siamo in grado di farlo decidendo con la nostra testa, e qualche simbolo oscuro potrebbe ritornare. “Lo volete voi?” “No!”.




Drama teatro sulla scia dei nostri grandi umoristi

Marco Manchisi e Stefano Vercelli hanno evocato ne’ “La vecchia, commedia malincomica” il segno ironico di Campanile e Flaiano, ospiti di Mutaverso teatro, ai tempi del “CoronaVirus” al Piccolo Teatro del Giullare

Di Aristide Fiore

Con “La vecchia, commedia malincomica”, Mutaverso Teatro, la rassegna ideata da Vincenzo Albano e giunta alla quinta edizione, si è spostata al Piccolo Teatro del Giullare di Salerno per proporre uno spettacolo dal carattere intimo, realizzato da Esecutivi per lo spettacolo, Drama Teatro, con Marco Manchisi e Stefano Vercelli, nel quale la drammaturgia e la regia Rita Frongia si esprimono in un contesto intimo, essenziale, un microuniverso costituito da due attori intorno a un tavolino nel quale si trattano temi profondi veicolati col tocco leggero dell’ironia. Si tratta della formula adottata nella Trologia del tavolino, della quale questo lavoro fa parte. Un mago rigattiere in un piccolo garage di periferia legge i tarocchi a un poeta inquieto, che cerca di capire da dove venga il dolore che lo prende allo stomaco ogni mattina. Un’atmosfera tra il misterioso e il picaresco pervade gli incontri fra i due. Il romanesco del ciarlatano (Vercelli, che usa in scena dei tarocchi particolari di sua invenzione) e il napoletano di Manchisi (che ha collaborato anche alla stesura del copione), linguaggi vicini fino a un certo punto, ognuno dei quali ovviamente accompagnato dal rispettivo retroterra culturale, filosofico, denotano, insieme a tanti altri indizi, l’incontro tra due mondi compatibili ma non completamente affini, che sembrano accordarsi intorno a una credenza, a una speranza forse, assecondata certo per interesse dal presunto indovino, al punto che i due sembrano raggiungere a poco a poco una perfetta armonia attraverso uno strano rituale di purificazione, fino a fondersi fra loro nell’esecuzione di un improvvisato raga indiano, eseguito utilizzando un curioso strumento elettronico che imita il suono del tabla, imitato vocalmente dal mago. Naturalmente la lettura delle carte, realmente mescolate in scena, necessita il ricorso all’improvvisazione, implicando il collegamento immediato fra le varie figure in una narrazione dotata di un minimo di coerenza, proprio come in una vera lettura dei tarocchi. Sotto questo aspetto, quindi, ogni rappresentazione si configura, almeno entro un certo grado, come una performance irripetibile, che, nel suo ruotare almeno in certe fasi intorno a un canovaccio, recupera il gusto della commedia dell’arte. Gira tutta intorno all’idea della morte, della scomparsa, di un indefinito malessere interiore, questa pièce, ma si ride. Si applaude divertiti ai tanti espedienti con i quali il sedicente santone risponde agli interrogativi e ai desideri del cliente, ma resta anche il dubbio su chi sia, tra i due, il vero mistificatore, o piuttosto ci si potrebbe chiedere se non lo siano entrambi. Che dire, infatti, di questo sedicente poeta, che forse cerca solo di dare un senso spirituale a un malessere fisico, tentando di nobilitare la sua sofferenza citando con tono fin troppo enfatico dei versi di Rimbaud? Sembrerebbe piuttosto rivelarsi non meno impostore della sua controparte, come sottolineato dalla consuetudine di presentargli curiosi aggeggi tecnologici (l’orologio digitale giapponese che indica pure il punto di rugiada e l’allenatore di tabla elettronico), o di offrirgli pasti frugali presentati come prelibatezze che in realtà non riescono a spiccare nemmeno nella miseria dell’antro del mago. Il tutto culmina poi nel gustoso intermezzo di una telefonata surreale, che sembra ispirarsi a Achille Campanile, incentrata inizialmente su una ricetta elementare, a quanto pare discussa per anni, per poi passare alle lodi dei servigi del santone, come per cercare conferma della propria scelta da un interlocutore non troppo sveglio. Forse però il poeta non ha solo bisogno di blande conferme, nella sua ricerca. Vuol vedere qualcuno vivere al posto suo, gustando magari quei piccoli bocconi semplici che a lui ormai sono preclusi a causa del male che lo tormenta. Solo in un momento, forse, lo si ritrova nella sua autenticità: quando, certo, nel modo a lui consono, sceglie di esprimersi attraverso le parole di Antonin Artaud, che seppe dare voce alla sofferenza, facendone il cardine della sua poetica ma anche del suo riscatto: “Sul confine di una sofferenza/Ai margini di un muto dolore/S’installa il castello segreto/Dove la cenere del cuore si espande.” (Da “22 settembre”). La svolta della vicenda è legata al significato della Vecchia, una carta che, nell’ambiguità propria di ogni vaticinio, può significare morte o cambiamento. Una volta scoperta la vera causa del dolore che lo attanagliava quotidianamente, e che equivale a una sentenza di morte, non un dolore spirituale che si riverberasse nel fisico, ma l’esatto contrario, paradossalmente il poeta ritrova la serenità. Si tratta più di piena accettazione del destino che di rassegnazione. Il suo orizzonte coincide ormai con la scelta del trattamento post-mortem, per favorire la quale il “maestro” non esita a offrire per l’ultima volta i suoi servigi, vantando conoscenze vere o millantate. L’ultima lettura dei tarocchi, offerta invece gratis, come dono di commiato, ha un esito finalmente fausto. Ma è il momento del commiato; nonostante tutto, quello della liberazione. Non occorre che trovare il coraggio di lasciar perdere la magia e imparare finalmente, in extremis, a guardare in faccia la realtà. Alla fine anche il ricorso a un ciarlatano si è rivelato utile. Anche la strada sbagliata, per chi persevera, può portare a una rivelazione.




Kohlhaas, il cerchio spezzato

Successo per Marco Baliani splendido interprete del racconto di Von Kleist, ospite del cartellone di teatro civile del massimo cittadino

Di Gemma Criscuoli

Se pensate a un’immagine che evochi l’idea di giustizia, sarà molto probabilmente un cerchio a venirvi in mente. Ma cosa accade quando il cerchio è spezzato, calpestato, vilipeso? Amara e vitale riflessione sui meccanismi ambigui e rovinosi innescati dal sopruso, Kohlhaas di Marco Baliani, proposto alla Sala Pasolini per la regia di Maria Maglietta, non dimostra i suoi trent’anni e l’interprete, narratore appassionato e appassionante, dedica oggi come ieri la pièce “ai compagni che negli anni Settanta si fecero giustizieri per un ideale di giustizia”. La Germania del XVI secolo (che rivive nel racconto di Von Kleist da cui la rappresentazione è tratta) non è poi così distante dall’Italia degli anni di piombo: in entrambi i contesti il sistema esiste per umiliare e stritolare il Kohlhaas di turno, che sogna un pacifico equilibrio aperto anche agli animali, preziosi perché oggetto di cura e d’amore, un cerchio in cui basti essere se stessi. Il protagonista è, infatti, un allevatore di cavalli, orgoglioso di due morelli, che un barone riduce pelle e ossa, facendo anche picchiare un servo, solo per il piacere di imporre il suo potere. Quando l’uomo vedrà morire sua moglie per una fatalità legata agli avvenimenti e, pur di vendicarsi, devasterà intere città alla testa di sbandati, si comprenderà come la giustizia sia una moneta falsa, un inganno che muta forma a seconda degli interessi in gioco. Coincide con la violenza e il doppiogiochismo dell’imperatore, l’ambizione del principe di Sassonia, l’egocentrismo dello stesso allevatore, che, sacrificando tutto alla propria ossessione, finisce col parlare lo stesso linguaggio del suo acerrimo nemico. Perfino il sant’uomo che aiuta Kohlhaas sulla via del ravvedimento è funzionale allo status quo, in cui nulla deve turbare la distanza tra chi comanda e chi subisce. Un’ironia crudele percorre il racconto, che Baliani vivifica con una gestualità e un linguaggio talmente concreti e intensi da far vivere la storia in tutta la sua immediatezza. Colui che ha osato ribellarsi è utile alla repressione, perché la legittima e gli improvvisi  tentativi del principe di liberarlo, per chiarire l’esito di una profezia, dimostrano come l’egoismo sia la sola legge che gli esseri umani sono disposti a difendere. Eppure esiste un modo per sottrarsi a questo copione stantio. Kohlhaas farà la scelta giusta anche se gli costerà la vita, lasciando di sé un ricordo che oscurerà i potenti. In questo mondo arido, la giustizia è un miraggio. Inseguirla è l’unica occasione per non essere vittime o carnefici o, peggio ancora, indistinguibili tra le une e gli altri. 

 




Esorcizzare la Morte

A Mutaverso Teatro, tra risate e malinconia, “La Vecchia”, della Compagnia Artisti Drama, ospite questa sera e domani alle ore 21 del Piccolo Teatro del Giullare

 Di OLGA CHIEFFI

“Carte, cavall’ e ddonne fànno chello che vvònno” recita un vecchio adagio napoletano e chi non ricorda Carmen che legge la sorte nel III atto del capolavoro di Georges Bizet “Voyons, que j’essaie à mon tour. Carreau, pique…la mort !J’ai bien lu…moi d’abord. Ensuite lui…pour tous les deux la mort !En vain pour éviter les réponses amères, en vain tu mêleras; cela ne sert à rien, les cartes sont sincères et ne mentiront pas! Dans le livre d’en haut si ta page est heureuse, mêle et coupe sans peur, la carte sous tes doigts se tournera joyeuse, t’annonçant le bonheur. Mais si tu dois mourir, si le mot redoutable est écrit par le sort, recommence vingt fois, la carte impitoyable répétera : la mort! Encor! encor! Toujours la mort!”. “La vecchia”, la comare secca, l’arcano, principe dei tarocchi ,sarà protagonista questa sera e domani, sul palcoscenico del Piccolo Teatro del Giullare, alle ore 21. E’ “La vecchia” il secondo tassello della cosiddetta trilogia del tavolino, composta da “La vita ha un dente d’oro” e “Gin Gin” perché i personaggi di queste pièce siedono intorno a un tavolino, cercando di esorcizzare la morte parlando della vita con leggerezza. La stagione Mutaverso, per mano di Vincenzo Albano, ci regala in questa V edizione l’incontro con la scrittura di Rita Frongia, che dirige in scena Marco Manchisi e Stefano Vercelli, una produzione della compagnia Artisti Drama  Due attori e un tavolino, il comico, un copione che istiga all’improvvisazione, un cadavere, luci discrete, musiche assenti. Gli attori, seduti a un tavolino, tentano di sconfiggere la morte. Un rigattiere legge i tarocchi a un poeta. Il poeta, che vorrebbe essere Rimbaud, consulta il mago per conoscere l’origine del dolore che gli contorce lo stomaco a ogni risveglio. Ovviamente chi ha davanti non ne conosce le ragioni, va a tentoni, fa finta di saperne in profondo le ragioni. Le carte parlano attraverso la voce del mago, rivelano scenari, prevedono sparizioni, richiedono un rito magico. Ma sarà poi finalmente lo stesso poeta a capire le motivazioni, abbandonando l’imbroglione davanti alla carta ferale: La Vecchia, l’arcano maggiore, il 13, la morte. La Morte, infatti, è uno dei Tarocchi più temuti per l’ovvio significato che tanto ovvio non è. Difatti questa carta non si riferisce, nella maggioranza dei casi, a una morte fisica ma a un processo di cambiamento profondo o alla fine di qualcosa. Quando esce in una lettura si riferisce al bisogno di abbandonare vecchie abitudini, vecchi schemi, vecchi modi di fare che sono ormai controproducenti per una qualsivoglia evoluzione. Quindi, indica un forte mutamento interiore o la necessità che questo avvenga. L’aspetto positivo della Morte interiore è che essa è seguita dalla Rinascita e, quindi, rappresenta la prova, in senso lato, iniziatica, superando la quale possiamo giungere a una nuova condizione di vita più conforme alla nostra essenza. Una tragedia , l’uscita della Vecchia, solleverà il poeta dal dolore dell’anima. Una commedia malincomica in cui le risate si mescolano alla malinconia, portando ad un confronto schietto sull’esistenza.




Kohlhaas compie trent’anni

Questa sera, alle ore 21, la storica pièce portata in giro da Marco Baliani sarà ospite del cartellone di teatro contemporaneo della Sala Pasolini

Di OLGA CHIEFFI

Torna a Salerno Marco Baliani e lo fa con uno spettacolo cult che ha debuttato nel 1990, “Kohlhaas” la rilettura di un racconto  di Heinrich von Kleist nella riduzione dello stesso attore e Remo Rostagno per la regia Maria Maglietta, una produzione di Trickster Teatro ospite domani sera, con inizio alle ore 21, del palcoscenico della Sala Pasolini, gemma della sezione di teatro civile del massimo cittadino. “Lungo le rive dell’Havel viveva, intorno alla metà del sedicesimo secolo, un mercante di cavalli di nome Michele Kohlhaas, …uno degli uomini più giusti ma anche più terribili del suo tempo”. La laconicità con cui Kleist nell’incipit definisce Michele Kohlhaas, contiene già quella che è la cifra dell’intero racconto: la compresenza di opposti che non si escludono ma convivono generando un’ambivalenza apparentemente contraddittoria, in realtà forsennatamente coerente. Kleist prende spunto da un reale fatto di cronaca avvenuto nel sedicesimo secolo in Germania. Lo eleva e lo trasfigura in una lezione universale sulla giustizia, drammatizzando come fosse una sua personale richiesta di diritto e dovere quel che dovrebbe essere proprio della comunità. Ma qui, purtroppo, il torto diventa diritto, come quasi sempre accade nelle questioni legali in cui prevalgono i meccanismi di potere della classe politica dominante. Lo scritto di Kleist non ha paragoni per struttura e contenuti nella letteratura tedesca. Il racconto narra la vicenda di Michael Kohlhaas, uomo probo e giusto che per il sopruso di un nobile si vede requisire, o meglio, rubare ingiustamente, dei cavalli. A questo punto  scatta la sua sete di giustizia che genera accadimenti tortuosi e fatali, portando il poveretto a una ribellione feroce: si fa bandito e per vendetta, a sua volta, genera nuove ingiustizie e lutti. Il dramma si conclude tragicamente, il povero Kohlhaas viene giustiziato. Ma il riconoscimento del diritto e della legge degli uomini ci lascia con l’amaro in bocca. Si susseguono quindi nel racconto tre stadi: il sopruso che genera la sete di giustizia di Kohlhaas, la svolta tragica che suscita nel protagonista la drammaticità del dolore e che genererà, a sua volta, la sua sete di vendetta, l’irrompere di catene di eventi via via sempre più irrazionali, che introducono nella vicenda una dimensione fatale di cui sarà al tempo stesso interprete e vittima. Ed è proprio questo passaggio che trasforma la vicenda da un accadimento di ordinaria prepotenza e di abuso di potere in una storia di ordinaria follia che è il segreto e al tempo stesso la sovraeccitata potenza di questo racconto. Perché se la profanazione del diritto subita da Kohlhaas è per intero dentro la logica del suddito su cui si può infierire bellamente e, quindi, dentro una logica in sé corrotta e basata sulla manipolazione della verità, la profanazione del diritto che, nella sua reazione, attuerà il protagonista, è al contrario tutta dentro una logica di autoinvestitura per rimettere ordine e giustizia nel mondo, come se egli fosse in preda ad una fede da affermare e ad un’idea e a un compito di pulizia e di verità da realizzare. E, non a caso, Kleist attribuirà a Kohlhaas le vesti e la furia di un Angelo sterminatore: “L’ angelo del Giudizio piomba così giù dal cielo” scriverà Kleist riferendosi all’apparire di Michele nel castello di Venceslao di Tronka, il nobile che gli ha prima requisito e, poi, utilizzato, sfiancandoli e trasformandoli in due esangui ronzini i suoi due morelli, che Kohlhaas aveva dovuto lasciare in pegno presso il castello, per motivi rivelatisi poi delle “angherie illegali”. Kohlhaas è la storia di un sopruso che, non risolto attraverso le vie del diritto, genera una spirale di violenze sempre più incontrollabili, ma sempre in nome di un ideale di giustizia naturale e terrena, fino a che il conflitto generatore dell’intera vicenda, cos’è la giustizia e fino a che punto in nome della giustizia si può diventare giustizieri, non si risolve tragicamente lasciando intorno alla figura del protagonista una ambigua aura di possibile eroe del suo tempo. Le domande morali che la vicenda solleva e lascia sospese, si trasformano in uno strumento per parlare degli anni ’70, per parlare di quei conflitti in cui la generazione del ’68, in nome di un superiore ideale di giustizia sociale, arrivò a insanguinare piazze e città.




Il difficile cammino di Anna Cappelli

Buon concorso di pubblico al Moa di Eboli per la rilettura dell’opera di Annibale Ruccello da parte di una magnetica Annamaria Troisi

Di Gaetano Del Gaiso

“Inizio dal cuore o dal cervello?”. A poco più di trent’anni dalla scomparsa dell’antropologo e drammaturgo napoletano Annibale Ruccello, deceduto tragicamente all’età di soli trentasei anni, la sua più fragile e migliore creatura, Anna Cappelli, torna a parlare e a far parlare di se attraverso il pregevole lavoro di adattamento dell’opera omonima dell’autore campano realizzato da un’ispiratissima e commovente Annamaria Troisi, ragionando su quella porzione di umanità la cui esistenza è governata e definita dalla violenza, dall’ignoranza e da quella patina di densa oscurità che viene a generarsi nella dissennatezza della superstizione e della precarietà mentale propri di una società che sembra non voler concedere emancipazione a una donna il cui unico desidero è proprio quello di affrancarsi del suo status di donna ipso facto, creatura dipendente e poco avvezza all’autosufficienza, alla costante ricerca di quella presunta stabilità emotiva che possa riunire i tasselli di un percorso esistenziale composto da rinunce, dinieghi, sacrifici e compromessi. Tutti conosciamo Anna. Tutti riscopriamo in Anna quella parte di noi che forse più detestiamo e cerchiamo di soffocare, quella più fragile, insicura, terrorizzata dal confronto a cui deve necessariamente sottoporsi con la sig.ra Tavernini di turno, rappresentazione allegorica degli occhi vigili ma al contempo distanti di una società che sentenzia e lascia soli, che accuratamente frolla e insaporisce la carni dei suoi individui più fragili e mansueti, cuocendone poi le fibre nel lento fuoco dell’ossessione e della depressione, alimentandone la fiamma con illusioni fugaci e relazioni unidirezionali e annichilenti, quale quella che Anna intrattiene con il ragioniere Tonino Scarpa. La perentoria troncatura di questa relazione, infine, altro non rappresenta che il nadir del declino psico-fisico della giovane donna, che si tramuta, a sua volta, in quella stessa bestia che è la società da cui ella stessa proviene ed è modellata, pronta a riservare il suo corpo a un ultimo, oscuro sacrificio di sangue che ne definirà, per un tempo non meglio specificato, il modo di vivere e reagire ai vapori tossici di un’esistenza asfissiante. La performance della Troisi si presenta in un momento della mia vita in cui l’instabilità e l’amorfismo rappresentano i principali pivot attorno a cui flette il mio divenire. L’ho sentita dentro, l’ho sentita mia, l’ho percepita nella sua nuda integralità, e non credo che vorrò sbrigarla in maniera veloce e distratta così come si fa con un caffè bevuto al bar prima di dare inizio a una giornata. La preziosa scelta di Luigi Nobile si è riconfermata quale meravigliosa arca di esperienze memorabili grazie anche allo staff del Museom of Operation Avalanche di Eboli.