La Salerno medievale della Fiera del Crocifisso

Oggi sera, sul far della sera, prenderà il via la XXIX Fiera del Crocifisso, nel centro storico di Salerno. Alle ore 17 il corteo in abiti d’epoca, composto da centinaia di figuranti e artisti di strada, partirà da via Duomo al rullo dei tamburi e delle trombe, con i giullari e i canta- storie, i mangiafuoco e le dame, percorrerà in lungo e in largo le strade della parte antica della città. Alle 18.45, in piazza Porta- nova, ci sarà uno spettacolo di strada. Al termine il sindaco di Salerno, Vincenzo Napoli; il maestro di Fiera e della Arti, il celebre “giullar cortese”, Gianluca Foresi e Chiara Natella, della Bottega San Lazzaro cui si deve l’organizzazione della manifestazione, daranno il via ufficiale alla Fiera. La prima novità della Fiera del Crocifisso 2019 riguarda proprio piazza Portanova, al centro della quale verrà allestita una grande in- fiorata che -utilizzando soprattutto le calendule, i fiori simbolo dell’antica Scuola Me- dica Salernitana – riprodurrà il simbolo della fiera, appunto una mano aperta che porge una corolla. L’iniziativa è organizzata con la Coldiretti Salerno. L’Infiorata sarà realizzata dai Maestri Infioratori di Ogliara di Salerno. L’Associazione Parrocchiale e di Promozione sociale “Il Campanile di Ogliara” fa parte della Associazione Nazionale Infiorate artistiche “Infioritalia” ed è attualmente impegnata nella organizzazione della decima edizione del 22 e 23 giugno prossimi. Altra grande novità, di grande valore didattico in una società urbana dove i bambini ignorano del tutto il rap- porto con la terra e la campagna, dove si producono i prodotti primari, è la “Fattoria degli animali”, che verrà allestita in piazza Sant’Agostino, in collaborazione con Coldiretti Salerno: ci saranno conigli, galline ovaiole, poi maialini, bufalotti, agnellini e vitellini. A testimonianza della bontà della manifestazione, ha aderito anche il WWF Italia, presente con uno stand in piazza. Come in tutte le diverse edizioni, ci sa- ranno spettacoli itineranti, in strade, vicoli e piazze. Ma quest’anno, per la prima volta, la piazza dinanzi al tempio di Pomona, accanto al Duomo, fungerà da “palco di corte”. Qui, ogni giorno, in una no stop fino a tarda sera, si potranno ammirare spettacoli di musica, danza, artisti di strada, giullari e cantastorie. Tra le attrazioni, fedeli riproduzioni delle mac- chine della tortura che saranno posizionate in Largo San Pe- trillo, accanto al mercato medievale di arti e mestieri ed il mercato di erbe e fiori a cura di Coldiretti. Ritorna potenziato il concorso di vetrine artistiche “Una vetrina per Barliario”, con gli esercenti che non si limite- ranno ad allestire la loro ve- trina sui temi del Medioevo e della Fiera del Crocifisso, ma si vestiranno in abiti d’epoca, rendendo il tutto ancora più suggestivo. Il premio per la vetrina più bella sarà un’opera cera- mica originale del maestro Nello Ferrigno, una testa-vaso che raffigura la regina Sichelgaita, moglie di Roberto il Guiscardo. Dinanzi al Tempio di Pomona sarà possibile ammirare disegni e caricature medievali, oppure farsi dipingere sul corpo tatuaggi Temporanei Medievali, a cura Scuola grafica Salernitana. Poi spazio ai segreti dell’ impollinazione naturale delle culture protette e dei frutteti mediante l’utilizzo di api e bombi. Gli alunni dell’Istituto “Trani – Moscati” di Salerno, invece, con i loro disegni e i loro modelli, faranno conoscere l’abbigliamento e la moda del Medioevo. Sfilate di artisti di strada congiocolieri, trampolieri, equilibristi, fantasisti, mangiafuoco. Sono soltanto al- cune delle specialità di un altro gruppo leader in Italia nell’allestimento di spettacoli medievali: Circateatro di Urbino. Gli artisti in questione girano il mondo con un teatro di strada e di parola che prende le mosse dall’arte dei saltimbanchi e degli artisti girovaghi medie- vali, proponendo insieme la commedia dell’arte, la giocoleria, l’acrobatica, la clowneria e la danza. La colonna musicale della manifestazione è stata affidata ai “Rota Temporis” eseguono nelle strade e nelle piazze, dal vivo, con strumenti ricostruiti sulla base di quelli del tempo, melodie del periodo Medievale e Rinascimentale. Attraverso l’incantevole suono delle cornamuse e la possente base ritmica di davul, timpani, rullanti, i Rota Temporis accompagnano lo spettatore in un viaggio musicale di un tempo ormai perduto, passando dalla musica celtica, al saltarello e tourdion del XIV e XV secolo.




Al via il Crocifisso con l’Infiorata di Portanova

Grande attesa per la fiera di primavera il cui allestimento inizierà nella mattinata di domani con oltre cento stand di artigiani provenienti da tutt’Italia

Di Ambra De Clemente

Con il montaggio di un centinaio di stand in legno, già domani comincerà l’allestimento della XXIX Fiera del Crocifisso che da domenica 28 aprile al 1 maggio trasformerà il centro storico di Salerno in un antico borgo medievale. “La città e i mercanti”: questo lo slogan della XXIX edizione della Fiera del Crocifisso Ritrovato, organizzata dalla Bottega San Lazzaro con il Comune di Salerno, la Coldiretti, gli enti e i partener che supportano la manifestazione ormai attestata tra le maggiori fiere medievali d’Italia. Durante i  quattro giorni della kermesse, nei vicoli e nelle piazze della parte antica della città si faranno rivivere la cultura, le tradizioni, i cibi, i giochi, i profumi, i colori, gli abiti e le atmosfere del mondo medievale. La manifestazione, ideata da Peppe Natella, ha superato un quarto di secolo facendo registrare ad ogni edizione numeri da record in termini di presenze. Nel nome del suo ideatore, la Fiera continua con la direzione organizzativa della figlia Chiara e dell’intera famiglia Natella. Sarà un vero e proprio tuffo nel passato tra mercati medievali, rievocazioni storiche, attrazioni, artigianato, degustazioni, mostre, momenti di spettacolo e monumenti aperti. Diversi i siti del centro storico interessati, centinaia gli artisti di strada: per ricreare il clima medievale ci saranno menestrelli, saltimbanchi, giocolieri, trampolieri, mangiafuoco, giullari, cantastorie, artisti di strada, statue viventi. La prima novità della Fiera del Crocifisso 2019 riguarda proprio piazza Portanova, al centro della quale verrà allestita una grande infiorata che –  utilizzando soprattutto le calendule, i fiori simbolo dell’antica Scuola Medica Salernitana – riprodurrà il simbolo della fiera, appunto una mano aperta che porge una corolla. L’iniziativa è organizzata con la Coldiretti Salerno. L’Infiorata sarà realizzata dai Maestri Infioratori di Ogliara di Salerno. L’Associazione Parrocchiale e di Promozione sociale “Il Campanile di Ogliara” fa parte della Associazione Nazionale Infiorate artistiche “Infioritalia” ed è attualmente impegnata nella organizzazione della decima edizione del 22 e 23 giugno prossimi. Altra grande novità, di forte valore didattico in una società urbana dove i bambini ignorano del tutto il rapporto con la terra e la campagna, dove si producono i prodotti primari, è la “Fattoria degli animali”, che verrà allestita in piazza Sant’Agostino, in collaborazione con Coldiretti Salerno: ci saranno conigli, galline ovaiole, poi maialini, bufalotti, agnellini e vitellini. A testimonianza della bontà della manifestazione, ha aderito anche il WWF Italia, presente con uno stand in piazza. Intanto, in questi giorni, fervono le prove d’abito per i negozianti che hanno scelto di servire i propri clienti nei giorni della Fiera in abiti d’epoca. Ritorna anche il concorso di vetrine artistiche “Una vetrina per Barliario. Il premio per la vetrina più bella sarà un’opera ceramica originale del maestro Nello Ferrigno, una testa-vaso che raffigura la regina Sichelgaita, moglie di Roberto il Guiscardo.




Il Giovedì Santo dei Salernitani

Grande concorso di pubblico nei vicoli del Centro Storico per la visita ai sepolcri nelle chiese, lo struscio, gli incontri, l’ultima cena prima del periodo di penitenza. La tradizione del “veccillo”, il tortano dolce di brioche con le uova, che offre la Dolceria Pantaleone

Di OLGA CHIEFFI

La visita ai Sepolcri del Giovedì Santo è una tradizione cara ai Salernitani. Sull’imbrunire, le famiglie unite escono di casa per  questa lunga passeggiata nel nostro centro storico, una riconciliazione, con i tempi, i luoghi, i profumi di una città fatta a misura d’uomo. Altissimo è il significato cristiano di questo giorno, che in qualche momento sfugge a causa dei negozi aperti, del profumo di primavera, del voler forse già guardare oltre all’oscuro e dolente Venerdì santo. Tre, cinque, sette, i numeri dei sepolcri da omaggiare, sempre in numero dispari. Personalmente mi è caro il numero sette, le sette madonne della Salerno longobarda, sette le spade dell’Addolorata. Ma basterebbe ricordare che, come raccontato nella Bibbia, Dio impiegò sette giorni per realizzare la Sua Creazione e che sette sono i giorni della settimana che lo ricordano all’Uomo, che sette sono le note musicali che producono l’Armonia, una parola di sette lettere, per intuire il carattere esoterico di questo numero. Il percorso in genere parte dalla parrocchia d’appartenenza, per poi andare in pellegrinaggio nelle diverse chiese, altari addobbati con fiori banchi e verde pastello, simbolo di rinascita, interamente dedicati alla ricerca della Luce, le reti, a perpetuo ricordo di un Gesù Pescatore di anime, la grande speranza della Chiesa. Bisognerà gettare le reti in pieno mare, quando meno si ha fiducia di raccogliere, con grande abbandono in Gesù, ed allora la rete si colmerà e la Chiesa si rivelerà nel suo vero trionfo, che è amore. Chiese molto accorsate San Pietro in Camerellis, una parrocchia molto unita che si è stretta con letture e canti intorno all’altare fino a tarda notte e l’Annunziata la chiesa “nobile” cara ai Salernitani. Oggi, il Venerdì trascorrerà sui ritmi lenti e sforzati dei riti della via Crucis, della adorazione della Croce e delle Tenebrae,  sono gli uffici degli ultimi tre giorni della Settimana Santa. Le candele spente rappresentano l’ amore verso il Redentore, amore terreno che si fa sopraffare dalla paura, dal dolore, dalla cupidigia, dalle debolezze umane: «È l’ora delle tenebre», ma dietro l’altare la luce è eterna. Ieri sera non solo preghiera, ma anche musica, con lo Stabat Mater di GiovanBattista Pergolesi tra le antiche pietre di Santa Maria De’ Lama. Il Conservatorio “G.Martucci” di Salerno ha messo in scena il capolavoro del compositore jesino, affidandolo alle voci di Irma Tortora e Clarissa Piazzolla sostenute dall’Ensemble Artemus diretto da Alfonso Todisco. Una Madonna speciale, Irma Tortora docente di canto dell’istituzione, si è posta sulle tracce di Irene Papas, la madonna dello storico Stabat di Roberto De Simone, attorniata da Valeria Feola, Carla Genovese e Giulia Moscato, per la regia di Enzo Di Matteo. In quest’opera, tutto sorregge il canto ed è funzionale al risplendere delle due voci femminili, e già dall’introduzione si delinea un clima commovente e malinconico, la musica prende vita forma e ha il compito di far percepire la terra, il terreno, come un principio di assorbimento e, insieme di nascita: abbassando, si seppellisce e si semina, e, nel medesimo tempo, si dà la morte per, poi, ridare nuova luce, nuova vita. Chiudiamo il nostro percorso come da tradizione nell’antica Dolceria Pantaleone. La tradizione è quella del “veccillo”, un tortano di pasta brioche (unici due giorni dell’anno per assaggiare una brioche unica), profumatissimo, naturalmente con inserti di uova e granella di zucchero, da bissare il Sabato Santo. E’ questo il dolce per provare il forno prima di porre in cottura le celeberrime pastiere, che scioglieranno le campane della Risurrezione, unitamente alla speranza e all’incalzante Primavera.




Il Giovedì Santo dei Salernitani

di Olga Chieffi

La visita ai Sepolcri del Giovedì Santo è una tradizione cara ai salernitani. Sull’imbrunire, le famiglie unite escono di casa per questa lunga passeggiata nel nostro centro storico, una riconciliazione, con i tempi, i luoghi, i profumi di una città fatta a misura d’uomo. Altissimo è il significato cristiano di questo giorno, che in qualche momento sfugge a causa dei negozi aperti, del profumo di primavera, del voler forse già guardare oltre all’oscuro e dolente Venerdì santo. Tre, cinque, sette, i numeri dei sepolcri da omaggiare, sempre in numero dispari. Personalmente mi è caro il numero sette, le sette madonne della Salerno longobarda, sette le spade dell’Addolorata. Ma basterebbe ricordare che, come raccontato nella Bibbia, Dio impiegò sette giorni per realizzare la Sua Creazione e che sette sono i giorni della settimana che lo ricordano all’Uomo, che sette sono le note musicali che producono l’Armonia, una parola di sette lettere, per intuire il carattere esoterico di questo numero. Il percorso in genere parte dalla parrocchia d’appartenenza, per poi andare in pellegrinaggio nelle diverse chiese, altari addobbati con fiori banchi e verde pastello, simbolo di rinascita, interamente dedicati alla ricerca della Luce, le reti, a perpetuo ricordo di un Gesù Pescatore di anime, la grande speranza della Chiesa. Bisognerà gettare le reti in pieno mare, quandomeno si ha fiducia di raccogliere, con grande abbandono in Gesù, ed allora la rete si colmerà e la Chiesa si rivelerà nel suo vero trionfo, che è amore. Chiese molto accorsate San Pietro in Camerellis, una parrocchia molto unita che si è stretta con letture e canti intorno all’altare fino a tarda notte e l’Annunziata la chiesa “nobile” cara ai Salernitani. Oggi, il Venerdì trascorrerà sui ritmi lenti e sforzati dei riti della via Crucis, della adorazione della Croce e delle Tenebrae, sono gli uffici degli ultimi tre giorni della Settimana Santa. Le candele spente rappresentano l’amore verso il Redentore, amore terreno che si fa sopraffare dalla paura, dal dolore, dalla cupidigia, dalle debolezze umane: «È l’ora delle tenebre», ma dietro l’altare la luce è eterna. Ieri sera non solo preghiera, ma anche musica, con lo Stabat Mater di Giovan Battista Pergolesi tra le antiche pietre di Santa Maria De’Lama. Il Conservatorio “G.Martucci” di Salerno ha messo in scena il capolavoro del compositore jesino, affidandolo alle voci di Irma Tortora e Clarissa Piazzolla sostenute dall’Ensemble Artemus diretto da Alfonso Todisco. Una Madonna speciale, Irma Tortora docente di canto dell’istituzione, si è posta sulle tracce di Irene Papas, la madonna dello storico Stabat di Roberto De Simone, attorniata da Valeria Feola, Carla Genovese e Giulia Moscato, per la regia di Enzo Di Matteo. In quest’opera, tutto sorregge il canto ed è funzionale al risplendere delle due voci femminili, e già dall’introduzione si delinea un clima commovente e malinconico, la musica prende vita forma e ha il compito di far percepire la terra, il terreno, come un principio di assorbimento e, insieme di nascita: abbassando, si seppellisce e si semina, e, nel medesimo tempo, si dà la morte per, poi, ridare nuova luce, nuova vita. Chiudiamo il nostropercorso come da tradizione nell’antica Dolceria Pantaleone. La tradizione è quella del “veccillo”, un tortano di pasta brioche (unici due giorni dell’anno per assaggiare una brioche unica), profumatissimo, naturalmente con inserti di uova e granella di zucchero, da bissare il Sabato Santo. E’ questo il dolce per provare il forno prima di porre in cottura le celeberrime pastiere, che scioglieranno le campane della Risurrezione, unitamente alla speranza e all’incalzante Primavera.




Dante Santoro, tour nell’alto Sele: «Un viaggio nel passato»

Iniziativa di promozione del territorio realizzata dal consigliere provinciale Dante Santoro. Viaggio nelle bellezze e nelle tradizioni. “Il mio viaggio nella Provincia d’Amare” è il titolo dell’iniziativa di promozione del territorio realizzata dal consigliere provinciale Dante Santoro, che a poche settimane dalla sua elezione in provincia lancia questo progetto: «E’un’idea nata per valorizzare e far scoprire i tesori che natura e storia ci hanno regalato – dichiara convinto Santoro – la conoscenza e la consapevolezza dell’immenso patrimonio che abbiamo sono il presupposto per creare nuove economie e ricchezza con iniziative di promozione del territorio». La prima tappa del viaggio è Colliano, suggestivo comune dell’Alto Sele, e inizia con visita alla terrazza panoramica naturale offerta dalla bellissima frazione Collianello, con il sindaco Adriano Goffredo nelle vesti di guida. Posizionato ai piedi del Monte Marzano e distribuito lungo le sue pendici, questo delizioso centro abitato di oltre tremila abitanti domina la Valle del Sele da 630 metri d’altezza sul livello del mare: il nome “Colliano” deriva, forse, dall’espressione ‘Gens Collia’, riferita ad un gruppo di persone che lo abitò in epoca romana (ma la zona dovette essere frequentata in epoca ancor più remota). In epoca alto-medievale il nucleo urbano posto alle pendici del monte andò consolidandosi, in quanto vi convennero gli abitanti di molti villaggi distribuiti nella Piana (che furono abbandonati dalla popolazione, preoccupata di sfuggire ai pericoli di guerre e razzie). Il nome “Colliano” compare comunque, per la prima volta, in un documento di Papa Innocenzo III del 1200 e, successivamente, nel 1220, in documenti della signoria normanna. Il centro fu feudo dei Sanseverino, dei Gesualdo, dei Blanco e, infine, dei Caracciolo. Dal punto di vista archeologico, si segnalano il sito di Bisigliano e le notevoli testimonianze nelle località San Priscolo e San Vittore. Le risorsee i beni ambientali hanno, a Colliano, una notevole e rilevante valenza: parchi, boschi, aree protette e oasi naturali costituiscono, da sempre, un forte richiamo per turisti e amanti della natura. Tra i prodotti tipici più importanti si segnalano, in primis, il rinomato tartufo di Colliano – per la cui promozione il comune e la Pro Loco istituiscono annualmente la frequentatissima “Mostra Mercato Nazionale” – come ricordano durante il viaggio i consiglieri Scaglione e Cavallo – e, poi, patate di montagna, formaggi (in particolare, caciocavallo silano e pecorino), fragole di bosco, fagioli, segale, taralli, pane, carni ovine e bovine, olio evo, noci, castagne, marmellate e miele. Di grande rilievo è il caratteristico centro antico di Collianello, recentemente restaurato: mirabile esempio di urbanistica e architettura medievale, con i resti del Castello normanno e le tante caratteristiche stradine ed abitazioni, dalla cui terrazza panoramica si gode di una suggestiva veduta sulla Piana del Sele. Nel centro storico di Colliano si trovano poi palazzi gentilizi (tra cui spicca il rinomato Palazzo Borriello), la Chiesa di S.Maria del Borgo e, soprattutto, la splendida Chiesa dei SS. Pietro e Paolo. Nella visita non poteva mancare il cordiale e gioioso incontro con i tanti cittadini radunati in Piazza Epifani (principale spazio pubblico comunale). I presenti hanno ricordato gli eventi religiosi collianesi: la festa del Santo Patrono San Leone a luglio, la festa di Bisigliano, ad agosto la Madonna dell’Assunta a Collianello e San Rocco a settembre. La tappa di Dante Santoro termina con la scoperta di un’altra tradizione che ha radici lontane a Colliano: la zampogna, suonata per l’occasione dall’eclettico consigliere Mario Cavallo, accompagnato dal figlio Mirco. Il viaggio di Dante Santoro è dunque iniziato e proseguirà con l’obiettivo di rimettere al centro le aree più belle ed i tanti piccoli e splendidi centri abitati della nostra straordinaria provincia, che ne costituiscono la vera ricchezza,ma che, per tanti motivi, sono stati dimenticati in questi anni dalle Istituzioni. «Dare pari dignità a tutti i territori sarà la nostra battaglia, il nostro “fiato sul collo” – ha assicurato Santoro – per chiedere interventi urgenti, finalizzati specialmente alla riqualificazione delle strade provinciali dissestate dell’Alto Sele sarà una prerogativa. La missione di rilanciare le bellezze del posto e darle visibilità è compiuta, ora collaborando con chi vuole il bene del territorio porteremo avanti tante altre iniziative. E’ solo l’inizio…”.




Dieci anni fa l’addio a Giordano Il sindaco (dimenticato) della svolta

di Andrea Pellegrino

Sono trascorsi dieci anni dalla morte dell’ex sindaco socialista Vincenzo Giordano. Una figura legata a questo giornale, non solo per i suoi editoriali, ma anche per la considerazione che non è mai mancata rispetto ad un lavoro che è stato compiuto durante il suo sindacato. Tant’è che nel 2013 da queste colonne partì la forte e sostenuta battaglia per l’intitolazione di una piazza o di una strada che lo ricordasse. Battaglia che in parte convinse l’allora sindaco Vincenzo De Luca, che al suo predecessore ha riconosciuto uno spazio pubblico a pochi metri dalla sua storica residenza a Mariconda. Giordano, oltre ad essere stato protagonista di una stagione amministrativa e politica della città di Salerno (che vide tra gli altri anche l’attuale primo cittadino Vincenzo Napoli), fu drammatico protagonista della tragica stagione della tangentopoli salernitana, conclusasi poi con le assoluzioni. Una pagina buia, uno stop di un percorso politico e amministrativo, ripreso da Vincenzo De Luca che negli anni non si è mai voltato indietro, riconoscendo meriti ed onori anche quando la giustizia aveva appurato l’estraneità del suo predecessore. Oggi – a distanza di dieci anni – la figura di Giordano viene ricordata e omaggiata. «Fu il sindaco della svolta», dichiara l’ex governatore Stefano Caldoro. Fu il sindaco, infatti, che consentì il miracolo socialista a Salerno, mettendo, per la prima volta, nonostante i numeri a suo sfavore, all’opposizione la Democrazia Cristiana. Fu colui che a capo di un laboratorio urbanistico disegnò la nuova Salerno: a partire dall’ormai famoso “Corso da Re” oggi completamente abbandonato tra buche e assenza di manutenzione, perfino quella più ordinaria. Poi l’intuizione della lungoirno e di una cittadella giudiziaria che doveva nascere, però, fuori dalle mura cittadine. La visione era quella di una Salerno metropolitana, che uscisse fuori dai confini cittadini ponendosi al centro di un’area vasta. Un progetto in parte ripreso da Vincenzo De Luca senza mai svelarne la vera e propria paternità. Progetto che nel tempo è stato sostenuto – dimenticando il passato – dagli stessi socialisti o da quanti in quell’epoca erano parte integrante della giunta Giordano. Oggi i socialisti uniti ricordano il professore. «Ricordare la figura di Vincenzo Giordano è rendere omaggio all’amministratore galantuomo e lungimirante e deve essere l’occasione per rilanciare il metodo socialista e riformista», scrivono Silvano Del Duca, segretario provinciale del Psi, Massimiliano Natella, consigliere comunale del Psi a Salerno città, Marco Lamonica, segreteria provinciale del Psi, Carmine Romaniello del Nuovo Psi di Salerno, Gennaro Rizzo presidente del Nuovo Psi della provincia di Salerno ed ancora il giornalista Gaetano Amatruda. «Metteremo in campo – dicono – ogni utile iniziativa per ricordare il sindaco socialista, per recuperare il progetto e le ragioni della stagione socialista. Per unire e per crescere, oltre gli steccati ed i perimetri delle organizzazioni politiche. Giordano fu la sintesi di un grande gioco di squadra, in quella stagione, ed in tutti gli anni 80, si avviarono le più importanti trasformazioni della città, si gettarono le basi per la Salerno della modernità e del futuro». Per il prossimo venerdì 19 aprile è in programma, infatti, un incontro presso la sede della provincia di Salerno per ricordare Vincenzo Giordano e presentare alcuni progetti. Al ricordo si è unito anche il professore Aniello Salzano, sindaco democristiano della città. «Ricordare Enzo – ha detto – è ricordare un amico e soprattutto una stagione, quella del confronto sulle idee. E nostalgia per la politica capace di discutere e riflettere sui grandi temi». Ancora Gaetano Amatruda che negli anni è stato il ‘delfino’ del professore e fu lui, con Fulvio Bonavitacola, a ricordarlo nel giorno della sua scomparsa. «Per me un secondo padre, è costruire futuro, è recuperare un metodo. Spiace per la solita stitichezza della amministrazione comunale. Enzo Napoli aveva il dovere di fare qualcosa ma è, ormai da anni, fra i socialisti della sottomissione. Siamo in attesa di una piazza e di parte del Corso da intitolare ad Enzo Giordano, perché una città senza memoria non ha futuro. Una battaglia che portiamo avanti con Cronache. Non abbiamo digerito la scelta al ribasso di immaginare di risolvere il tema con l’androne di un palazzo. Enzo Napoli sappia che serve altro».




Provincia di Salerno: presentato volume sulla figura di Diego Tajani

di Antonio Iovino

Valorizzare la memoria storica, per riuscire a superare le problematiche odierne, come quella enorme della mafia, che è possibile battere partendo dai più giovani e valorizzando figure come Diego Tajani, un personaggio storico assolutamente attuale: questo è ciò che è emerso durante la presentazione del libro di Maurizio Mesoraca, già senatore e ora Presidente dell’Università Popolare Mediterranea di Crotone Upmede dell’Associazione Diego Tajani, intitolato “Diego Tajani, un cambiamento atteso un secolo e i nodi irrisolti dell’Italia”. “Il libro – afferma l’autore Mesoraca – parte da un grande personaggio eletto nel collegio di Amalfi – Salerno nel 1874. Costui è stato uno dei personaggi più famosi della storia del Parlamento italiano, intanto perché ha sollevato una serie di nodi, di questioni, che sono di estrema attualità. Egli fu avvocato, magistrato e parlamentare e in tutte e tre queste funzioni, ha assunto decisioni molto importanti. Nel 1875, Tajani, si alza nel Parlamento italiano e pone la questione della mafia in un memorabile discorso; all’epoca parlava della Sicilia perché eravamo agli albori del fenomeno, tant’è vero che si parlava di “maffia”, con due f. Da quel momento, nessuno ha potuto più dire che in Italia non c’era la mafia, magari ci hanno provato più tardi al nord, sostenendo che essa fosse un prodotto esclusivamente del meridione, ma poi questi signori hanno dovuto scoprire che essa esiste anche in Lombardia, nel Veneto, in Emilia Romagna ecc. Io ho assunto questo personaggio proprio perché costui pone questioni come quella della mafia o del Mezzogiorno, che sono attualissime”. Sempre Maurizio Mesoraca, poi, spiega il titolo del suo libro: “Parlo di nodi irrisolti poiché, dal 1875, da quando Tajani pone queste questioni, alcuni di questi nodi si sono aggrovigliati e spesso taluni si sono aggravati”. Mesoraca prosegue dichiarando che, a differenza di fenomeni come il brigantaggio e il terrorismo, la mafia ancora non è stata sconfitta, diventando, anzi, un fenomeno internazionale. I primi due, infatti, sono stati prontamente arginati e debellati, il terzo no, arrivando perfino a contaminare il mondo religioso e trovando, tra chi ha il compito di combatterlo, individui collusi. Infine, l’autore del libro, afferma che per sconfiggere questa piaga “è necessario tagliare i nodi tra il mondo della politica, il mondo dell’economia, il mondo delle istituzioni, che assume la mafia come uno strumento per il consenso; noi, invece, dobbiamo assumere, questa, come una battaglia di resistenza, di liberazione, perché sennò è difficile estirpare il fenomeno. Molta gente, ormai, è stata conquistata e assume la mafia come un fenomeno qualsiasi; è quindi importante andare nelle scuole per favorire le condizioni di un nuovo modello di sviluppo ed ecco perché, Tajani, è una figura molto importante per il presente”. Sull’evento e sul personaggio al centro dello stesso, si è espresso anche il Presidente dell’Università Popolare Interculturale, Walter Iannotti, il quale ha dichiarato: “I temi che centrava Diego Tajani nel 1800 in realtà si ripetono nel Mezzogiorno d’Italia e, come dice anche Maurizio Mesoraca, influiscono anche sulle responsabilità delle regioni del nord; ciò è dimostrato anche dalla cronaca recente e dall’insediamento, sempre più quotidiano, di malavita al nord».




Un Vincenzo De Luca “Risorgimentale”

Il governatore della Regione Campania infiamma la platea rievocando lo spirito e i valori che portarono gli italiani all’Unità nazionale

Di Olga Chieffi

Il Risorgimento italiano è una forza che ci ritroviamo nel cuore sin da ragazzi. Ci dicono Risorgimento ed è innegabile che, l’immagine balenante dinanzi agli occhi, è quella di un cavallo al galoppo, di un tricolore lacero, di una camicia rossa e di una fanfara lucente piena di squilli.  Nell’ Italia dell’Ottocento la musica ha svolto un ruolo importante nel divulgare i valori dell’Italia Unita e ha rappresentato la vera anima popolare del Risorgimento, un movimento nato tra gli intellettuali ma sostenuto con passione dal popolo, che si è ritrovato unito, al di là di ogni regionalismo, di ogni schieramento, proprio in musica composta da grandissimi, eseguita da una banda, dagli organetti  per strada, in casa, o nei teatri: la musica aveva svegliato il popolo e la musica era stata svegliata dal popolo. “ Io parlo – ed è questo l’assunto chiave della Filosofia della Musica di Giuseppe Mazzini – d’un tempo in cui il dramma musicale spanderà sopra una gente, non materialista, né svogliata, né frivola, ma rigenerata dalla coscienza d’un vero che dee conquistarsi un alto insegnamento morale – d’un tempo, in cui la musica avrà incremento alla propria potenza di tutte le potenze drammatiche accolte in uno spettacolo”. L’intervento di Vincenzo De Luca, ieri mattina, nel corso della conferenza di presentazione della stagione lirica, è stato improntato proprio all’evocazione dei valori risorgimentali, delle lotte sostenute per unire l’Italia e che oggi, menti obnubilate da volgarità, rozzezza, ignoranza stanno tentando di dividere. “Questo teatro è nato un decennio dopo l’Unità d’Italia è frutto di quelle vittorie e anche di quella musica”. E’ convincente Vincenzo De Luca, nell’invito a far proprio questo simbolo, a “sentirlo”, aperto dopo non pochi sacrifici, a difenderlo, poiché dà lavoro, offre sogni e prospettive per quanti scelgono di dedicare la propria vita alle arti. Significativa l’intemerata sull’inutilità dei social, in particolare i tweet. “Oggi non avremmo avuto Tosca se Puccini avesse perso le nottate con i tweet. Le cose belle richiedono sacrificio. Chi banalizza queste cose è un idiota. La storia dimostrerà che i palloni gonfiati si sgonfiano e la realtà impone le sue leggi”. “Quasi pronto l’auditorium manca –promette ancora il governatore – qualche dettaglio, mentre nei corridoi del San Pietro a Majella ci piove, pur contenendo manoscritti preziosissimi, e anche lì abbiamo dato una mano, un finanziamento volto a recuperare un patrimonio musicale che il mondo c’invidia. “Siate cittadini italiani, europei, salernitani, orgogliosamente salernitani – arringa ancora De Luca – meno lamentosi dei vostri padri pronti sempre a criticare e a lamentarsi. Noi salernitani abbiamo un difetto genetico voi fate 99 e ci sarà sempre uno che vi farà le pulci col ditino alzato. Questo che vedete a fianco a me è un uomo fortunato (il sindaco Enzo Napoli )  Fare il sindaco dieci anni fa era difficile, bisognava scavare qualche risorsa per terra. Ma non abbiamo fatto niente di eccezionale ed è giusto confermare il nostro sostegno nell’accollarci tutte le spese di produzione del teatro”.

 

 




Nicola Fiore nel salotto di casa Scarsi

Questo pomeriggio, alle ore 18, Giovanna Scarsi presenterà la sua ultima opera negli spazi della libreria Feltrinelli di Salerno

 

Di OLGA CHIEFFI

Si terrà questa sera alle ore 18, presso la Libreria Feltrinelli di Salerno, la presentazione del volume di Giovanna Scarsi “Via Tasso.n.59”. La musica, una famiglia, la vita”. (Edizioni Studium, Roma, 2018). Una serata moderata da Vittoriana Abate, in cui oltre la presenza dell’autrice, godremo degli interventi di Giuseppe Cacciatore (Docente di Storia della filosofia presso l’Università Federico II-Napoli), Giuseppe Acocella (Docente di Filosofia del diritto presso L’Università Federico II di Napoli), Luigi Reina (già Preside della Facoltà di Scienze della Formazione-Università degli studi di Salerno), innescati dalle lettura di di Cinzia Ugatti. “Dal salotto artistico-letterario-politico di Don Giacomo che dal Piemonte trasferì nel Sud la tradizione del concerto in casa, frequentato dai rappresentanti più illustri della Cultura, dell’Arte e della Politica degli anni Trenta muovono i prodromi del cambiamento: l’avanzata delle sinistre e le lotte operarie, il Sindacato e la Camera del Lavoro, il fervore dell’impegno per la tutela dei diritti degli umili. Al centro un protagonista del sindacalismo rivoluzionario, Nicola Fiore, la cui storia principalmente qui si racconta, che in quella casa visse e morì precocemente a seguito delle persecuzioni fasciste che per vendetta trasversale investirono tutta la famiglia di cui era ospite. Un quadro schizzato nello spazio di un salotto, che riuniva l’intelligentia cittadina, e che scopriremo non essere l’unico ad ospitare concerti, reading di poesia, conferenze, incontri politici. Luoghi appropriati, i salotti delle famiglie borghesi, “illuminate”, in cui si svolgevano incontri, discussioni, conferenze, da intendere in un senso meno abituale e più originario, quello di “portare insieme”, secondo il significato etimologico della parola. A quegli incontri tutti “portavano” e insieme condividevano, pensieri, idee, emozioni, una potentissima motivazione, che aiuta a far sentire ognuno attore, protagonista, e non comparsa, di un’esperienza. Giovanna Scarsi, l’autrice della sua ultima fatica letteraria, ha optato per la forma-formula del romanzo – saggio per consegnare alla storiografia la sua opera. Muovendosi dal salotto in cui don Giacomo Scarsi dal Piemonte trasferì la tradizione del concerto in casa in cui ogni sabato si riuniva l’elite culturale, politica ed artistica della città, traccia un percorso biografico su colui che è il perno della narrazione: Nicola Fiore. Avversario dei blocchi popolari e democratici, che l’organismo confederale napoletano tendeva a sostenere, il Fiore, collocatosi ormai sulle posizioni del socialismo massimalista, maturò il suo distacco dalla Borsa del lavoro e prese le distanze dalla stessa federazione socialista napoletana, sostenitrice di una soluzione di compromesso con gli organi del potere locale. Dopo l’adesione alla corrente di sinistra del PSI, che si riuniva nel circolo socialista rivoluzionario, egli dette l’avvio ad una accesa polemica contro il socialismo moderato napoletano, attaccando l’organismo sindacale napoletano e il giornale La propaganda, accusati di revisionismo; per darle un rilievo nazionale, questa campagna fu condotta attraverso le colonne dell’organo del sindacalismo rivoluzionario italiano L’Internazionale di Parma diretto da De Ambris. Trasferitosi a Salerno alla fine del 1913, il F., nel marzo dell’anno successivo, venne nominato segretario della locale Camera del lavoro. Nel frattempo partecipò ai moti della settimana rossa a Napoli e nella stessa città fu candidato dalla locale sezione socialista alle elezioni provinciali nel collegio di S. Lorenzo. Nella sua attività di organizzatore della classe operaia salernitana, il F., pur rivelando doti non comuni ed ingaggiando diverse battaglie per la emancipazione degli operai locali, in particolare dei tessili, assunse spesso comportamenti alquanto velleitari e tribunizi. Il suo massimalismo, se conduceva a raggiungere obiettivi non secondari sul piano economico, diveniva alla lunga controproducente. Anche il tentativo di inquadrare all’interno di una strategia socialista il malcontento della classe dei tessili, per la quale aprì una lunga e difficile vertenza con gli imprenditori salernitani, non ebbe successo, anzi si concluse in una dura sconfitta per le organizzazioni operaie locali. A contribuire maggiormente al fallimento dell’azione rivendicativa fu principalmente, nel momento cruciale dello scontro, la sua assenza forzata. Arrestato per “istigazione all’odio di classe” in occasione dell’agitazione nazionale dei ferrovieri e postelegrafonici del gennaio 1920, fu tenuto in carcere per tutto l’anno senza che gli venisse fatto il processo. Nell’ottobre 1922, durante un soggiorno a Napoli, fu aggredito e ferito dai fascisti. Continuò tuttavia la sua azione politica e nelle elezioni politiche dell’aprile 1924 si presentò candidato nella lista di Unità proletaria, formata da comunisti e terzinternazionalisti. Nell’ottobre dello stesso anno fu tra i relatori del convegno comunista di Resina, in cui emerse lo scontro tra Gramsci e Bordiga. Arrestato diverse volte per motivi politici durante gli anni della dittatura, in quanto sospettato di fare parte dell’organizzazione comunista, nel 1927 il Fiore fu confinato per 5 anni a Lipari. Malato di tubercolosi, morì a Salerno il 15 maggio 1934.




Alberto Granese e il Teatro di Svevo e Pirandello

 

La sala teatro del Liceo Sabatini Menna, ospiterà il quinto appuntamento di Teatro Forum 2018-19 a cura di Pasquale De Cristofaro.

Di Olga Chieffi

Questo pomeriggio, alle ore17,00, presso la sala teatro del Liceo Sabatini Menna, si terrà il quinto appuntamento di Teatro Forum 2018-19 a cura di Pasquale De Cristofaro. L’incontro, tenuto dal professore Alberto Granese dell’università di Salerno, verterà sul rapporto tra Luigi Pirandello e Italo Svevo. Alberto Granese, già ordinario di Letteratura Italiana, ha dedicato al rapporto tra i due scrittori molti saggi e riflessioni critiche. “L’importanza ormai largamente ammessa dell’opera di Svevo consiste nella sua capacità di creare personaggi sorprendentemente vivi e attuali che dibattono problemi che sono ancora i nostri, che manifestano dubbi, perplessità, inquietudini che ancora noi condividiamo”. Granese esaminerà i testi dei due grandi autori privilegiando la dialettica tra pagina scritta, mondo letterario e la scena. Tra i temi prediletti dagli scrittori Italo Svevo e Luigi Pirandello c’è la crisi dell’individuo, argomento sicuramente emergente all’inizio del Novecento. A questo proposito, è possibile individuare analogie e differenze nella poetica dei due autori. Se l’ispirarazione sveviana naturalmente si disponeva in concrete misure di racconto, altrettanto naturalmente sfuggiva a quell’altra dimensione letteraria, tutta azione e dialogo, che è propriamente il teatro. Il linguaggio espressivo di Svevo, nella narrativa giungeva ad una personale elaborazione di forme e modelli, nel teatro, invece, non riusciva, come il grande Luigi Pirandello, stante la tensione drammatica, a rinnovare gli schemi offertigli dalla commedia borghese di fine secolo, e si adeguava così appiattendosi e illanguidendo. La produzione, infatti è tipicamente verista. Adulteri ipocrisie eccentricità della borghesia sono rappresentati come in una xilografia, senza profondità psicologica, istanze sociali e morali vengono agitate senza un sicuro movimento drammatico. Il suo limite è proprio questo, i personaggi raccontano troppo e appesantiscono l’azione fino a bloccarla del tutto, sicché il dramma che si sente dovrebbe scoppiare da un momento all’altro, rimane invece sospeso. La tematica ovviamente è critica ad una società borghese in disfacimento, tormentata ed abulica. Svevo, però, non oppone una forza, non grida la sua fede, è solo spettatore che ironizza e sente pietà di se stesso e degli altri, cosciente di essere trascinato e di non aver forza di ribellarsi. Egli intuisce che il suo atteggiamento potrebbe essere una ribellione di per sé; ciò appare chiaro nella miglior prosa, ma nelle commedie no, rimane lo Svevo che descrive, che non oppone neppure un dramma interiore valido se pur ricadente su se stesso. I personaggi per nulla messi a fuoco rimangono indistinti, e, mentre nei romanzi balzano in primo piano, angosciati e sfiduciati, qui sono diminuiti; mentre nei romanzi sono continuamente martellati scavati dal di dentro, qui si presentano, eccetto in pochi casi, indifferenti ed apatici, ed i loro problemi più che essere compresi e studiati si svolgono in una semplice trama.