Voci dal Serraglio: MICHELE SIRICO rubrica a cura di Olga Chieffi

I ricordi di Michele Sirico giocando a tappo

La domenica chi era fortunato  o veniva premiato per buona condotta, era accompagnato allo stadio Vestuti per assistere alle partite casalinghe della Salernitana

 Di Michele Sirico

Dopo le scuole elementari e medie fatte in istituto, sono stato in tipografia  fino all’uscita nel 1970, poi, una volta fuori, ho fatto varie attività, oggi lavoro al comune sezione n.u. Ieri, salendo per il vicolo delle Galesse, c’era un tappo per terra, mi sono messo a giocare come ai tempi del Serraglio io e il muro, e in quell’ istante  mi sono  venute le lacrime e alla mente, tanti ricordi da piccolo, quando ero ospite dell’ Orfanotrofio Umberto I.  Era il primo ottobre del 1966, quando mia madre mi portò in istituto, promettendo che sarebbe tornata a rilevarmi la sera dopo una giornata di gioco col pallone o con la bicicletta, alternato, naturalmente, allo studio Quello stesso giorno incontrai il mio fratello di avventura Angelo Dutti. Alla nostra accoglienza provvide il professore Trimarco, un brav’uomo, affettuoso, vero, che il terremoto del 1980 purtroppo ci portò via. Calato il sole, si fece sera e mi preoccupai, mia madre non si vedeva, ed io ruppi in un pianto dirotto. Con quelle amare lacrime era iniziato il mio percorso: trascorsero, giorni, mesi, anni, brutti e belli. La mia giornata iniziava alle 6,30 di mattina con la sveglia, che non era certo la carezza di mamma. Riassettavamo, il nostro angolo e il letto se veniva rifatto male ci procurava le prime spalmate a centro mano, da parte del professore di turno. Poi, andavamo giù nel grande cortile, chiamato la “villetta”, tutti in fila per partecipare all’alza bandiera, quindi, ci si spostava tutti in refettorio per consumare la colazione e iniziare la giornata di scuola o mestieri, tra tipografia, meccanica, calzoleria o nella prestigiosa scuola di musica. Dopo aver assistito alle diverse lezioni, ci ritrovavamo ancora in villetta dove ogni uno di noi formava delle squadre per giocare al pallone. Dire pallone era una parola grossa dal significato mutante, poiché poteva essere rappresentato da un pezzetto di legna o da un barattolo, da un tappo o da stracci cuciti e dall’ agognato Super-Santos di gomma. La domenica chi era fortunato  o veniva premiato per buona condotta, era accompagnato allo stadio Vestuti per assistere alle partite casalinghe della Salernitana. Lì su quegli spalti potevo incontrare mio padre  che mi portava le caldarroste. Così passarono gli anni, e dopo la seconda media, mi assegnarono alla scuola di tipografia dove imparai la stampa cosiddetta in offset, producendo schede elettorali, che ci fruttavano anche qualche soldo e un soggiorno a casa propria, i manifesti della Salernitana, le etichette delle scatole di pomodori, e tanto altro. Il ricordo più brutto del mio soggiorno al Serraglio è legato al nome di un istitutore, tal Fasulo, inviso alla maggior parte di noi. Dopo tanti anni lo trovai al comune, impiegato all’ ufficio anagrafe sotto i portici del comune, ricordandogli a brutto muso di un passato, segnato dalle sue continue vessazioni. Il serraglio ci ha dato tanto, ci ha reso più forti  e  uomini,  poi, ogni uno di  noi, ha preso la sua strada, chi maestri di musica, chi nelle forze armate, chi nelle tipografie, mentre tanti altri hanno dovuto anche accettare una vita difficile in strada, con  la necessità di “arrangiarsi” con qualunque mezzo, spinti a ricorrere anche alla violenza pur di divenire in qualche modo protagonisti sui palcoscenici della vita sociale.




Voci dal Serraglio: GIUSEPPE D’ ALESSANDRO rubrica a cura di OLGA CHIEFFI

Giuseppe D’Alessandro tra l’alluvione e l’Asiatica

Due eventi che hanno segnato la storia di Salerno, rimasti indelebilmente tra i ricordi dell’allora piccolo ospite del Serraglio

Di GIUSEPPE D’ALESSANDRO

Sono stato ospite dell’Orfanotrofio Umberto I dal 1953 al 1962. Ho suonato il violino per 3 anni. Alla fine delle elementari, fui posto dinanzi ad un bivio, continuare la scuola di musica o scegliere altro. Scelsi di andare alla scuola di avviamento industriale, e dopo i tre anni di industriale proseguii la scuola di congegnatore meccanico. In questo periodo ho vissuto, insieme ad altri 600 compagni, due momenti delicatissimi e pericolosi. Il primo ricordo indelebile è quello dell’alluvione del 1954. La notte tra il 25 ed il 26 ottobre 1954, una tremenda calamità si abbattè sulla nostra Provincia. In un’area compresa tra la Costiera Amalfitana e la città di Salerno, si verificò un evento straordinario dal punto di vista meteorologico: in poche ore si registrarono piogge per circa 504mm, che seminarono distruzione e morte. Le vittime furono centinaia, moltissimi i dispersi mai più restituiti alla pietà dei vivi. Il mare divenne color del sapone, tragico terminale di morte, perché le acque dei torrenti in piena, miste al fango, seminarono di cadaveri le spiagge e le onde. Oltre Canalone, i rioni più colpiti furono quelli di via Fusandola, Via Spinosa, del Porto, di Calata San Vito e Via Tasso. Trenta fabbricati svanirono sotto un muro di fango, 68 furono gravemente danneggiati, per cui si rese necessario lo sgombero, 758 gli impianti e le strutture commerciali distrutti o sensibilmente danneggiate. Quella notte ero in sesta camerata ed eravamo a dormire in una sala che in seguito venne adibita a cinema, con il buon Pinuccio Del Mastro dietro il proiettore. All’epoca quella camerata aveva il pavimento fatto con doghe di legno, che a causa dall’umidità causata dall’alluvione tendevano a staccarsi ed alzarsi il che rendeva difficile camminare. Quella sera andammo in refettorio dall’interno non attraversando la villetta perché pioveva veramente tanto. Durante la notte successe il disastro che tutti ricordano. Tra i tanti morti che si contarono ci fu anche il nostro cuoco. La suora, Mafalda, gli aveva consigliato di non andare via quella sera, ma lui non accettò e, purtroppo, morì affogato nel sottopasso ferroviario di via Vernieri. Restammo, così, senza cuoco e con le cucine completamente allagate. Per una settimana pranzo e cena fu fatto con pane, mortadella e una mela. Le famiglie facevano fatica ad arrivare all’istituto perché, i gradoni, sia quelli che da Sant’Eremita portavano a Via de’ Renzi, sia quelli che costeggiavano le carceri, le cosiddette Rampe San Lorenzo, nonchè quelli di porta San Nicola erano pieni di fango, i mezzi pubblici non funzionavano e la città era spaccata praticamente a metà all’altezza dell’Annunziata. Fu un momento difficile ma lo superammo, grazie alla grande disponibilità degli aiuti esterni e all’impegno del nostro padre putativo Alfonso Menna. Il secondo episodio avvenne nel 1957 e si lega a filo doppio coi giorni che stiamo vivendo oggi. Vi fu una pandemia globale che causò due milioni di morti nel mondo. Venne definita influenza Asiatica. Per quella venne individuato un vaccino in tempi record, frenando e poi spegnendo la pandemia, che fu dichiarata conclusa nel 1960. All’epoca in istituto vi era una infermeria nella quale erano disponibili circa 15/20 posti. Il medico (dott. Perrotta se ben ricordo) veniva ogni mattina a visitare chi ne aveva bisogno, affiancato dalle suore e dall’infermiere, il mitico don Luigi. Molto spesso la cura consigliata era composta da un cucchiaio di olio di ricino che, volente o nolente, don Luigi ogni mattina ti propinava. Altra cura era fatta di siringhe, molto dolorose, di estratto epatico e, molto raramente, il consumo di una fetta di carne per ben 15 giorni. Chi aveva assegnata la carne veniva trattato con invidia, ma anche con sospetto, dagli altri ragazzi. Il dubbio che nasceva negli altri: eri ammalato o raccomandato? Tornando all’Asiatica l’influenza arrivò anche in istituto. Ne venimmo colpiti in circa 300 e come immaginate i posti in infermeria finirono subito. L’influenza si combatteva con delle pillole e riposo a letto per circa 10 giorni. Furono scelte tre camerate che diventarono delle infermerie. Ogni mattina dopo la colazione veniva don Luigi con pillole e siringhe. Ritornava poi verso le 12 per verificare temperatura e stato di salute generale. Potete immaginare cosa potevano combinare 100 ragazzi a letto in una camerata. Bisogna tra l’altro dire che quell’epidemia nei giovani non aveva un decorso infausto. Per noi, era quasi un periodo di festa perché non si andava a scuola, pertanto si giocava a cuscinate tutta la giornata. Subito dopo il controllo delle temperature arrivava il pranzo in grossi recipienti. Durante l’influenza quasi sempre come primo piatto ci propinavano il riso in brodo. Un giorno pensammo di fare uno scherzo a don Luigi e mettemmo una scarpa poggiata sopra la porta. L’intenzione era che aprendo la porta la scarpa andasse in testa a don Luigi, quel giorno, però, arrivò prima la suora con il pranzo e la scarpa finì nel brodo. Mangiammo brodo condito con la scarpa, quasi un remake di una scene entrate a far parte della storia della settima arte quella in cui Charlot, in “The Gold Race”, affamato cucina una scarpa e la mangia di gusto.  L’influenza passò senza che nessuno di noi subisse conseguenze serie, grazie all’impegno del dottore Perrotta, di don Luigi e delle suore.




Voci dal Serraglio: Leandro Tolino scultore. Rubrica a cura di OLGA CHIEFFI

 

                                                                   Leandro Tolino e il sogno di suonare il sassofono

Di Leandro Tolino

  Sono stato ospite del “serraglio” dall’ottobre del 1968 all’estate del 1970. No, io il primo giorno non piansi, anzi le scuole erano già cominciate, fui portato in giro per le classi a mo’ di esempio, così giusto per tirarmi addosso le “simpatie” dei più grandi che, invece, piangevano e fui sistemato in una prima elementare differenziata. Questa classe era una specie di lager in cui c’erano bambini dai 6 ai 10 anni, alcuni con ritardi altri semplicemente con problemi di apprendimento, la prima e seconda elementare erano accorpate ed io riuscivo ad  imparare gli argomenti oggetto del programma di seconda, oltre a quelli di prima, dote che mi procurò altre “simpatie”, ed attenzioni da parte dei miei coetanei. ricordo ancora il ragazzo down che infilo la penna nel braccio di un coetaneo il secondo giorno di scuola, o quello che mi picchiò la domenica mattina prima della visita dei familiari, perché, a suo dire, non poteva capacitarsi che non piangessi, mi avevano chiuso ed io non piangevo. Allora, ci provò lui a farmi piangere, mi picchiò tanto, mi strappò la divisa nera, tipo beccamorto che ci facevano indossare la domenica per la visita parenti e ricordo ancora il sorvegliante che, quel giorno non mi diede il permesso di vedere i miei familiari per punizione. Allora si che piansi, piansi tanto forte che mia madre sentì dall’altra  ed incomincio a fare la “pazza” per vedermi, e ci riuscì. Ricordo le punizioni assurde dal barbiere se solo osavi parlare, ti sistemava poggiato al muro con le punte degli indici a braccia tese e tutto il peso del corpo sopra, le punizioni medievali in classe, la maestra di terza elementare che se eri bravo ti premiava facendosi tagliare le unghia o tirare i primi capelli bianchi (la cosa mi faceva talmente tanto schifo che non rispondevo alle interrogazione pur conoscendo le risposte). Il mio unico sogno era di poter accedere al conservatorio per poter imparare il sassofono. La classe di sassofono era l’unica in Italia ed era stata istituita lì dal M° Francesco Florio dopo inusitati sacrifici. Il suono di quello strumento mi ha sempre incantato. Era un suono particolare eclettico, dolcissimo e maschio allo stesso tempo, o somigliante al suono più bello degli archi. Fu solo un sogno quello, ma lì ho imparato a lavorare il metallo, il ferro ed ora magari, inseguo quel suono attraverso le mie sculture.




Voci dal Serraglio: Michele Crescenzo a cura di OLGA CHIEFFI

 Nel segno di San Michele Arcangelo

Di Michele Crescenzo

Eravamo ancora in guerra in quel mese d’ottobre del 1944. La mia famiglia fu squassata dalla morte sul lavoro di mio padre. Io e le mie sette sorelle, tutte più grandi di me ci trovammo nella condizione di orfani, poveri. Mia madre non sapeva più come sfamarci, così l’Ente  Nazionale di Assistenza agli orfani dei Lavoratori Italiani, consigliò di affidare ad un collegio due delle mie sorelle.  mia madre non accettò e cosi il 29 settembre del 1945 giorno dedicato a San michele, andai a finire io collegio e varcai il portone dell’Orfanotrofio Umberto I. Mia madre indossava uno scialle nero sulla testa che le copriva le spalle, io mingherlino piccolo con i pantaloncini corti, avevo appena sette anni e mezzo. Il primo impatto fu con don Umberto il portinaio, che ci accompagnò dal direttore che all’epoca era Ugo Ricciardi, un uomo bravissimo e di grande umanità, lo ricordo ancora adesso, abitava di fronde al duomo. Mi venne a prendere su in segreteria il maestro di clarinetto Antonio Condolucci, e salutai mia madre che piangeva. Per me incominciò nel bene e nel male la vita da serragliuolo. Nel 1945 l’istituto era diviso in due, noi alunni convivevamo con i soldati che ritornavano dal fronte. I miei dieci  anni passati all’istituto possono essere divisi in due fasi: la prima dal 1945 al 1950 fu per tutti noi ragazzi una vita di stenti, non c’era niente da mangiare, da vestire, niente coperte per dormire e, nonostante tutto si cercava di andare avanti con sacrifici e fame, quella sempre abbondante. La prima comunione l’ho fatta nel 1946, senza la presenza dei genitore, perché non glielo avevano nemmeno detto, il mio vestito era composto da un sacco fatto a pantaloni corti una camicia con una toppa dietro alla spalla un paio di zoccoli di legno e una coccarda quasi gialla. Non importa se non c’era un fotografo, io l’ho stampata nella mia mente e la vedo ancora chiara dopo quasi settant’ anni e quando ho visto le foto delle prime comunioni su nella villetta degli orfani degli anni ’60, con le divise nuove camicie bianche, cravatte e le coccarde bianche sulle braccia, per un istante ho provato vera invidia. Ho studiato solfeggio e tromba per qualche tempo,  poi sono passato alla scuola di tipografia e sono stato compagno di corso di Orazio Boccia, lì ho imparato la rilegatura dei libri, in particolare. Negli anni ‘ 50 giunse quel grande uomo di Alfonso Menna, rivoltò il Serraglio sotto sopra, in pratica lo umanizzò, apri l’officina meccanica e io fui uno dei primi con Aniello Siniscalchi, ad accedere a quell’insegnamento. La meccanica è stata sempre la mia passione, e dopo altri cinque anni di formazione uscii dall’orfanotrofio il 29 settembre del 1955 nel giorno dedicato a San Michele, dopo dieci anni.




Voci dal Serraglio: Giuseppe La Rocca “Il mio primo giorno da “Serragliuolo” – rubrica a cura di OLGA CHIEFFI

Di GIUSEPPE LA ROCCA

Primo ottobre 1966. Arrivai in istituto verso le 6:45 accompagnato da mio padre. Non sto a raccontare il saluto a mia madre, a mia sorella e a mio fratello per il mio primo giorno nell’Orfanotrofio Umberto I. D’altra parte il passaggio dall’ambiente casa a quello della scuola è un varco importantissimo, sia per i bambini che per i genitori e non ha senso illudersi o vergognarsi, che questo passaggio possa avvenire in modo del tutto indolore. È quasi inevitabile che si pianga al momento del distacco, poichè il pianto è un modo per scaricare la tensione della novità, del cambiamento. E così fu. L’accoglienza rappresentò un altro fondamento essenziale di quel primo giorno. La parola “Accoglienza”, così intesa, apre a riflessioni sul modo di intendere la relazione educativa: è una modalità peculiare di stare in relazione con gli alunni, è un metodo di lavoro che può investire tutta l’organizzazione della scuola, dagli spazi ai tempi fino alle relazioni. Accogliere significa interessarsi alla storia dei propri alunni, alle abitudini e alle caratteristiche uniche di ciascuno e creare connessioni tra la loro vita a casa e le esperienze che compiono a scuola. La mia “Accoglienza” fu ben altro. Ci accolse “Benito De Rose”, colui il quale da quel momento in poi, fu Benito per tutti noi. Mio padre mi lasciò perché doveva andare al lavoro e Benito mi accompagnò in una sala dove c’erano già altri ragazzi ad aspettare. Dopo una mezz’ora giunse il rettore, un generale in pensione di cui non ricordo il nome, insieme ad altri signori. Fece una specie di appello e dopo un breve consulto prese la parola, dandoci così il benvenuto: “Ragazzi per il vostro bene, per garantirvi un futuro, i primi tre dell’elenco e legge i tre nomi, saranno avviati alla scuola di tipografia, a seguire il quarto alla scuola di calzoleria e gli altri alla scuola di musica”. Io proprio perché quinto nell’elenco,  mi trovai in prima camerata e iscritto in prima media nella scuola annessa alla sezione staccata di Salerno del Conservatorio S. Pietro a Majella, nella classe di fagotto del Maestro Alfio Poleggi, che mi ha portato, dopo anni di studio ad entrare nella banda musicale della Guardia di Finanza. Un colpo di fortuna. Terminata“l’accoglienza” fummo accompagnati in quella che sarà per tutti “la villetta”. Dire che mi sentivo solo, smarrito, abbandonato in un luogo dove c’erano più di 500 ragazzi che correvano, che giocavano è poco, comunque, vicino alla ringhiera della villetta c’era un bambino che aveva diversi fumetti di Topolino, un giornalino che mi piaceva tantissimo. Lo salutai e gli chiesi se per favore mi avesse fatto leggere uno dei sui fumetti “Che c…. vuò?” fu la risposta: Accoglienza!

 




Voci dal Serraglio: Orazio Boccia, “‘O Serragliuolo” Prima parte Rubrica a cura di OLGA CHIEFFI

Di ORAZIO BOCCIA

Non c’era minaccia più terribile, non c’era condanna più definitiva del Serraglio. “’O faccio chiude a ‘o Serraglio”; “Sta ‘nchiuso int’o Serraglio”: frasi lapidarie che sintetizzavano una condizione di vita, stigmatizzavano un modo di essere, ponevano un’ipoteca pesantissima sul futuro. Il Serraglio incombeva cupo e spaventoso sulla città come un monito silenzioso e impenetrabile, serrava il suo alto portone a chiudere ragazzi che per caso o per scelta sbrigativa, inevitabile degli adulti, scontavano sulla propria pelle l’inappellabile sentenza pronunciata dalla vita. Per gli orfani, per i figli della povera gente, per quanti erano già segnati da un’esistenza cinica e beffarda, quella del Serraglio era la strada obbligata.L’unica possibile. L’ultima. Ai “serragliuoli” era negata la giovinezza, a stento garantita la sopravvivenza. Il Serraglio era lo Spielberg dei ragazzi: nato dalla pietà, ai Salernitani faceva a volte l’effetto di un boccone difficile da mandar giù. Aveva sì il sapore dolce della solidarietà, tuttavia restava in gola, faceva sentire a disagio. L’unica era dimenticarsene fino alla domenica successiva quando i “serragliuoli”, in fila, facevano la solita passeggiata d’ordinanza.Insomma, il Serraglio, come anni dopo Mariconda, era un po’ la cattiva coscienza della città; ogni tanto mordeva, faceva male, spaventava. Il Serraglio, per chi non lo sapesse, era l’Orfanotrofio “Umberto I” e la toponomastica cittadina lo collocava “’ncopp Canalone”, affacciato sul golfo e sulla città. Tutto cominciò nel 1932. Era il ventisei di novembre quando nacque Orazio, unico maschio fra quattro sorelle. La sua era una famiglia semplice e laboriosa; papà un portuale dalla forza singolare campava dignitosamente la famiglia senza pretese, i bambini crescevano in una gaia e spensierata anarchia: nessuno sentiva il rumore del passo spietato della guerra che s’avvicinava a sospendere ogni civile disegno. A circa dieci anni Orazio divenne l’uomo di casa. Il padre, preso dai tedeschi dopo l’armistizio, riuscì a scappare, ma nella fuga si ferì malamente vicino ad un reticolato. Raggiunse fortunosamente la famiglia e per non essere ripreso si nascose in una botte di vino, ma la ferita nascondeva un male terribile, per il quale non c’era allora cura alcuna: il tetano. Rimasero soli i Boccia, senza neanche potersi permettere di piangere; più imperativa del dolore era la necessità di andare avanti. Così un capofamiglia coi pantaloni corti e la faccia da bambino prese in carico cinque donne. Nel frattempo erano arrivati gli Alleati. Portavano cioccolata e sigarette, dollari e boogie-woogie, ricchezza e miseria. Portavano anche la penicillina che avrebbe potuto sconfiggere il tetano, ma ormai era tardi.Orazio fa di tutto: vende sigarette e, quando non ne trova, le arrotola con cartine, pochissimo tabacco e tanta segatura; con la mina delle matite fabbrica pietrine per accendini a benzina: naturalmente non funzionano, ma lui dà la colpa all’accendino…I piccoli commerci di guerra si facevano a Portanova: i contadini venivano dalle campagne a vendere il pane. Ogni sfilatino costava cinquanta lire e potevano permetterselo in pochi. C’era a Portanova – e c’è ancora – una piccola cappella dedicata alla Madonna delle Grazie ch’era posta tra il bar Chiancone e il bar Amaturo. Di fronte, il bar 7 Stelle di Fonzo ‘a patana.  Accanto al bar Amaturo c’era una piccola latteria gestita da due vecchietti. Un quarto di latte nella bottiglia di vetro col tappo di stagnola costava quindici lire. Orazio, con i suoi traffici infantili, raccoglieva i soldi necessari a comprare il latte e poi… entrava in azione. Aveva notato, il ragazzino, che i contadini entravano devotamente nella cappelletta per salutare la Madonna e lanciare la loro offerta oltre la grata. Nel chinarsi poggiavano in terra un solo ginocchio spingendo all’indietro l’altra gamba. “Io mettevo piano piano la bottiglia col latte dietro il contadino e lui, naturalmente,  spingendola col piede, la faceva cadere. Cominciavo la scena: piangevo, gridavo che m’avevano fatto cadere il latte, mi disperavo chiedendo a gran voce come avrei potuto fare per ricomprare il latte che serviva per le mie povere sorelline. Per fartela breve, il contadino mi risarciva con uno sfilatino, io lo rivendevo a cinquanta lire, compravo un’altra bottiglia di latte e ricominciavo la manfrina. Facevamo i lustrascarpe, sciuscià ci chiamavano, c’inventavamo mille trucchi…(continua)

Da “Storia di uno scugnizzo”




Pasticceria Bassano: non solo “chiacchiere” 

Alle famose frappe laziali, il patron Vincenzo rilancia con i “bocconcini” alla crema Chantilly e le celebrate castagnole con uva sultanina e vari aromi dall’alchermes al limone

Di Olga Chieffi

Carnevale è uno di quei momenti dell’anno pieno di colore e di allegria,  lo stesso periodo in cui, passando dalle pasticcerie e dai panifici, si rimane catturati dal profumo delle prelibatezze dolci tipiche di questa festa, castagnole, chiacchiere, ciambelle sono ricette diffuse in tutta Italia. Ricordiamo, Lorenzo de’ Medici, introdotto come spettatore della sua celebre “canzone dei confortini”  o bericuocoli  i pasticcini che le maschere offrono, cantando, alle Madonne fiorentine spettatrici. “Berricuocoli, donne, e confortini! se ne volete, i nostri son de’ fini. Non bisogna insegnar come si fanno, ch’è tempo perso, e ’l tempo è pur gran danno; e chi lo perde, come molte fanno, convien che facci poi de’ pentolini. Quando ’gli è ’l tempo vostro, fate fatti, e non pensate a impedimenti o imbratti: chi non ha il modo, dal vicin l’accatti; e’ preston l’un all’altro i buon’ vicini.”Molti dolci sono lievitati, altri no, ma qui al meridione sono quasi tutti sono fritti, perché il Carnevale resta la festa della trasgressione, del travestimento, del canto, del double entendre, espressioni dello spirito pagano, per il quale, allo stesso modo in cui il seme che sta “al di sotto” deve venire fuori, “al di sopra”, alla luce, tutto ciò che è inferiore diventa temporaneamente superiore, ovvero, il momento della sovversione rituale, della degradazione temporanea dei “potentes”, della prescritta esplosione degli istinti. La tradizione dei dolci di carnevale è molto ricca e per avere lumi su di essa abbiamo varcato la soglia della storica Pasticceria Bassano, che insiste sul corso Giuseppe Garibaldi di Salerno. Sulla soglia ci ha accolto il patron Vincenzo, erede dei segreti del padre Raffaele, il quale nel 1947 fondò l’azienda di famiglia con la Signora Maria in via Dogana Vecchia nel centro storico di Salerno. Poi il cambio di sede nel 1960. “Da sessant’anni che festeggerò quest’anno – ha rivelato Vincenzo – non ho inteso cambiare gli arredi degli spazi. L’arte dolciaria è fatta di tradizione e noi l’omaggiamo anche attraverso il ricordo e la denuncia del tempo.”. Esiste un legame stretto tra il pensiero filosofico dell’esistenza e della ragione umane e il sapere del progettare-costruire, entrambe hanno un comune, e fondamentale riferimento, lo spazio. Noi uomini della fine ereditiamo il concetto di spazio come extensio, con esso Cartesio pensava lo spazio quale pienezza e continuità della materia e quindi quale medium del movimento, del tendere avanti a sé, quale sinonimo dell’amplificazione. E’ giusto questa l’essenza della scelta di Vincenzo. La pasticceria rappresenta quel tòpos, il dove, che, localizzando, determina una cosa come cosa-per-l’uomo, che diventa condizione dell’esistenza, punto di riferimento dell’esperienza, che consente la progettualità e l’attuazione,  assumendo la caratteristica comunicativa o sociale di “luogo familiare”, mentre la familiarità del luogo ha assunto il tratto di condizione necessaria di ogni progettualità, il segno, che diventa di-segno, archè, principio. “Così la tradizione continua con Mario che è a capo del laboratorio, e i pasticcieri storici, Mimmo Sabato, Vincenzo Florio ai quali si è aggiunto Mario Aloisi. Al banco vendita, invece si alternano Rossella Ventre e Loredana Forte”. La pasticceria Bassano è nota per il suo millefoglie profumato e fragrante, il cioccolato insuperabile e fluido dei profiteroles, con il suo segreto fatto di rum, i semifreddi, gli apollini. Stavolta però, la festa è in corso e in preparazione ci sono i dolci del carnevale. “Le più richieste  naturalmente sono le chiacchiere – afferma col suo dire affettuoso Vincenzo – Si cucinavano già all’epoca romana nel periodo di quaresima, la tradizione le ha poi portate fino ai giorni nostri e di regione in regione cambiano il loro nome ma la bontà rimane ovunque la stessa, un impasto di uova, zucchero e farina fritto e spolverato di zucchero a velo. Le radici di questi dolci, così come i tanti nomi, risalgono all’Impero Romano, nel cui periodo si segnala già la presenza dei frictilia, un impasto realizzato con farina e uova, modellato poi in striscette con i bordi seghettati e immerso nello strutto primo di essere fritto. Veniva consumato per lo più in inverno, proprio per la sua caratteristica di fornire calore ai commensali, ma anche perché era in questo periodo che vi erano importanti feste pagane, quali i Saturnali. Apicio, uno dei più raffinati buongustai dei tempi antichi, descrive così la preparazione delle chiacchiere nel suo “De re coquinaria”: “Frittelle a base di uova e farina di farro tagliate a bocconcini, fritte nello strutto e poi tuffate nel miele”. Noi qui al Sud le avviciniamo al sanguinaccio che originariamente veniva preparato con il sangue di maiale, e oggi giorno bisogna accontentarsi della versione  preparata con il cioccolato fondente e profumata di cannella”. “Alle chiacchiere seguono le castagnole, delle “praline” di bontà zuccherate che hanno origini abbastanza antiche. Le prime testimonianze risalgono al 1692, attraverso le ricette di Latini, cuoco della casa reale Angioina, dunque anche partenopea, e le ritroviamo anche con il Nascia, nel 1648, il cuoco della Casa dei Farnese. Un altro manoscritto dove viene menzionato questo gustoso sfizio risale al ‘700 e trovato da Italo Arieti negli Archivi di Stato della città di Viterbo per poi giungere ai più moderni ricettari ottocenteschi. Un impasto di farina, uova e burro, rigorosamente fritto, che io arricchisco con uva sultanina e vari aromi, ad esempio l’alchermes, con cui acquisiscono quel colore rosato o il limone. La nostra specialità sono i “bocconcini” ripieni con crema chantilly e oso dire che la nostra è una signora crema chantilly!”. Invenzione, creatività, tradizione da settantatrè anni, la pasticceria Bassano, un modo per fare i conti col proprio passato per continuare ad essere il sogno di se stessi.




Un allenatore ad Auschwitz: Arpad Weisz

Successo al Moa per Sergio Mari e per la sua storia raccontata anche da ex-calciatore, di quell’ abominio umano che nulla ha risparmiato

Di GAETANO DEL GAISO

Ho iniziato a redigere questo articolo, nella mia mente, mentre ancora percorrevo il tragitto che dal MOA, il Museo dell’Operazione Avalanche, mi avrebbe riportato alla mia auto, raccogliendo e riunendo i frammenti di una delle esperienze teatrali più suggestive e peculiari che la mia fortunata carriera di lavoratore dell’arte mi abbia portato a conoscere. ‘Un pallone finito ad Auschwitz’ è la storia di Arpad Weisz, l’allenatore che bruciava le tappe, il più giovane ad aver portato una squadra di calcio ad aggiudicarsi lo scudetto, ed è la storia che Sergio Mari, anch’egli ex calciatore, ha voluto raccontare sul palco del MOA. Mentre ancora l‘oscurità impedisce agli ultimi spettatori di poter trovare agevolmente il proprio posto a sedere, il riconoscibilissimo riff di ‘Wish you were here’ dei Pink Floyd, dall’omonimo album del ’75, illumina una scenografia piuttosto esile, con due valigie ad occupare il proscenio, sulla destra, una donna seduta a una scrivania impegnata nella pratica di alcune scartoffie mentre, sulla sinistra, un piccolo blocco rivestito di erbetta sintetica con uno sgabello adagiatovi sopra. E’ proprio quella che sino a poco fa armeggiava nervosamente con la penna su un mucchio di fogli a introdurci al contesto drammaturgico della pièce, lasciandoci intendere che stesse presiedendo delle audizioni piuttosto deludenti, per via della poca preparazione e professionalità degli attori sino ad ora esaminati. Ma poi, un particolare candidato, Sergio Mari, nelle vesti di sé stesso, mediato dai suggerimenti di una eccellentissima Alessandra Ranucci, ci accompagna in un percorso didascalico che procede a ritroso negli annali della storia del calcio sino ad arrivare agli anni ’30 e a quell’Ambrosiana e a quel Bologna che, in quegli anni, condivisero ben più che un semplice successo ‘accademico’: condivisero il cuore, lo spirito, la forza, la premura, la genialità di un uomo che dimostrò d’essere ben più di un semplice commissario tecnico o di un veicolo trainante per i ‘suoi uomini’, o ancora di un padre eccellente e di un marito attento, ben più di quel nemico che il regime fascista individuò in lui e nella razza a cui questi apparteneva e che costrinse a fuggire prima in Francia, poi in Olanda, poi, infine, in Polonia, facendolo terminare e scomparire, ‘spegnendogli per sempre le stelle del cielo’ fra le mura del campo di Auschwitz. Applausi convinti per questo straordinario spettacolo, che fa del cortocircuito cognitivo il principale propulsore trainante e alienante, che mette a nudo i sogni, le ambizioni, le preoccupazioni di un uomo che sente la gola stringersi, soffocata dal dolore generato dalle tremende sferzate dell’indifferenza, il più grande male di cui il mondo si sia mai macchiato, e che ancora oggi piega al proprio volere l’uomo che decide di voltare il capo dall’altra parte dinanzi all’evidenza del dolore e della morte.




 Irena Sendler l’angelo del ghetto di Varsavia

Domani dalle ore 9,30 la presentazione del volume di Roberto Giordano, nel Salone dei Marmi di Palazzo di Città, con la partecipazione degli istituti Teresa Confalonieri e Giovanni Palatucci di Campagna e N.Monterisi di Salerno

Di OLGA CHIEFFI

Il volume di Roberto Giordano “Irena Sendler la terza madre del ghetto di Varsavia” edito da Einaudi  rivisita e ripensa, il valoroso esempio dell’infermiera polacca e riporta la testimonianza dei componenti del circolo letterario del Ghetto di Varsavia tra cui il poeta Wladyslaw Szlengel e il pianista Wladyslaw Szpilman, che attraverso la parola e la musica cercarono di innalzare la giustizia, l’amore e la riconoscenza, gli unici con cui possiamo e dobbiamo sottrarci agli orrori della Storia sul cammino del nostro pericoloso oggi e l’incerto domani. Quell’atmosfera particolare fatta di cultura, di “dire” con il linguaggio dell’arte, sarà ricreata domattina, a partire dalle ore 9,30 nel salone dei Marmi di Palazzo di Città, nell’ambito delle celebrazioni della Giornata della Memoria. Roberto Giordano presenterà, coadiuvato dal Professore Francesco Fiume ed Eduardo Scotti, racconterà la storia di Irena Sendler, l’infermiera polacca che ha salvato 2500 bambini dal Ghetto di Varsavia. Con l’autore coloro che hanno voluto fortemente l’evento il Sindaco Enzo Napoli e il suo Assessore alla cultura Antonia Willburger che avranno quali prestigiosi ospiti Dario Dal Verme Console Onorario della Repubblica di Polonia per la Regione Campania ed Ewa Widak Presidente dell’Associazione Italo Polacca di Salerno e Provincia, che ha promosso questo importante appuntamento. Nel Ghetto di Varsavia, in un terreno di circa 4 chilometri quadrati, fu stipato tra la fine del 1940 e la primavera del 1943 quasi mezzo milione di Ebrei, tra cui uno stragrande numero di bambini nell’attesa di morirci di fame e di tifo prima di esserne deportati nei campi di sterminio, prevalentemente ad Auschwitz o a Treblinka. Queste le cifre della cronaca tetra della Shoah subita dagli Ebrei polacchi, che ebbe inizio il 1 settembre 1939 quando le truppe tedesche invasero la Polonia. Un ‘volto di alta umanità, generosità e bontà’, quale fu quello di Irena Sendler, infermiera cattolica ed assistente sociale polacca. Fu chiamata la terza madre perché salvò almeno 2500 bambini, che, avendo perso la madre naturale furono affidati, con falsi documenti e con nomi cristiani, alle cure di donne polacche dai buoni sentimenti (‘seconde madri’). La Sendler (‘terza madre’) salvò così la vita a numerosi bimbi, premurandosi anche di annotarne e custodirne, in segreto i veri nomi, accanto a quelli falsi, nella speranza, in molti casi esaudita, di poter un giorno fare ricongiungere i bambini con le loro famiglie. Torturata dai nazisti, che le fratturarono entrambe le gambe, rendendola invalida per tutta la vita, si rifiutò sempre di rivelare i nomi dei piccoli. Finita la guerra, il suo operato è caduto nell’oblio. Nel 1965 è stata proclamata Giusta tra le nazioni. Saranno le esecuzioni degli istituti musicali “Teresa Confalonieri” di Campagna, rappresentati dai Dirigenti scolastici prof. Giampiero Cerone, IIS Confalonieri, prof.ssa Rosaria Colantuono, IC Capoluogo e dal prof. Pietro Mandia, IC Palatucci e della “Nicola Monterisi” di Salerno a punteggiare la mattinata. Inno di Israele, Hatikvah, Gam Gam, la canzone scritta da Elie Botbol che riprende il quarto versetto del testo ebraico del Salmo 23 e ancora la tormentata Hallelujah di Leonard Cohen, la pace Shalom, Shalom aleikhem, declinata in diversi canti, per riaffermare nel finale che “La vita è (sempre) bella” con la celebrata rumba di Nicola Piovani, brani affidati agli Ensemble Archi e pianoforte a cura dei violinisti Luca Gaeta e Daniele Gibboni formato da Nicolò Mauriello, Calenda Riccardo, Di Chiara Giorgio, Granito Naomi, Colicino Giuseppe, Cafaro Skye, D’Ambrosio Maria Rosaria, Palladino Antonio, Paradiso Maria Grazia, Ianni Alessia, Piccirillo Donato, Scannapieco Angelica, Rosa Lucia, Nigro Luigi, Carbone Dalila, Ricco Carmine al Coro preparato dalle Professoresse Tiziana Caputo e Marcella Solimeo composto da Fasano Marisa, Letteriello Valentina, Avallone Luca, Magliano Carla, Culicelli Giada, Trotta Ilaria, Bisogno Marica, Di Lucia Lorenzo, Stabile Valentina, Riviello Vincenza, Scannapieco Giulia, Marotta Antonietta, Scannapieco Rachele e all’ Ensemble di fiati guidato dai Professori Valeria Iannone, Luciano Marchetta, Angelo Cavadenti e Massimo Vangone costituito da De Vecchis Roberta, Cioffoletti Marzia, Giada Capaccio, Stabile Ilary, Grieco Valentina, Maggio Antonio, Naponiello Domenico, Panico Melissa, Cerrone Sara, Nuzzo Myriam, Palomba Francesco, Cioffoletti Filomena, Di Cosimo Orazio, Letteriello Francesco, Onnembo Lorenzo, Palomba Michele, Torsiello Fausto, Pierro Francesco, Casale Gerardo, Russo Valentino, Casale Franco, De Luna Angelo.

 




Showup torna a far riflettere sugli orrori della Shoah

Musica e danza hanno aperto la rassegna del Moa “Persecutions”, stasera l’accademia di danza MV Dance Factory di Maria Vittoria Maglione replica al Marte di Cava de’ Tirreni alle ore 19

Di Gaetano Del Gaiso

Sono trascorsi poco più di settant’anni da quando i fucili hanno simulato il loro ultimo, atroce stertore infernale sul popolo di Davide, eppure l’antisemitismo è una bestia tutt’altro che domata: e l’umanità sta dimostrandosi piuttosto indisciplinata nel suo indulgere in questo particolare atteggiamento xenofobico con siffatta, efferata insistenza.  Quella che la sera di domenica è stata raccontata dai corpi degli atleti Eirene Campagna, Nicoletta Cavallo, Cristian Cianciulli, Anna Esposito, Dario Ferrara, Alessia Itri, Simone Liguori, Giorgio Loffredo, Chiara Mastrangelo, Maria Rita Mastromarino, Miriana Velluto, con la partecipazione di Elisa Campagna (voce) e Claudia Fiondo (sassofono) dell’accademia di danza MV Dance Factory di Maria Vittoria Maglione sul palco del MOA, il Museo dell’Operazione Avalanche di Eboli, viene annunciata come soltanto ‘una delle sei milioni di storie’ che avrebbero potuto esser raccontate riguardo uno dei più oscuri e tremendi capitoli della storia dell’uomo. ‘Storie che’, racconta il coreografo Simone Liguori, ‘non potranno mai più essere ascoltate per via del fatto che molto presto non rimarrà più nessuno che potrà farlo’.‘Showup’ è l’esemplare tentativo, di ogni sua componente, di raccontare questa storia. La storia di Heinz Skall e della sua epopea di prigionia, di fuga e di rinascita, narrata dalle testimonianze dirette delle sue due figlie, Anna ed Elena, collezionate dalla regista dello spettacolo, Eirene Campagna, nel corso di una sua ricerca sulle modalità di rappresentazione e tradizione della memoria della Shoah attraverso le parole degli ultimi testimoni di prima generazione. Lo spettacolo, strutturato in capitoli introdotti da piccoli campioni audio delle interviste rivolte alle due donne, ci guida attraverso i diversi momenti della reclusione dello sventurato protagonista, attualizzandone l’incidenza attraverso non soltanto una scelta musicale eterogenea e che attinge tanto al repertorio classico, quanto a quello della musica pop ed elettronica, ma anche mediante le forme grottesche, e a tratti persino irritanti spaventose del linguaggio contemporaneo. Gli sguardi degli atleti, contratti in una smorfia atona e amorfa, descrivono in maniera superba la sublimazione del coinvolgimento emotivo aldilà del terrore e della morte; tuttavia, la commistione del disarmonico involto emotivo di questi stessi contribuisce all’iperbolizzazione dell’intento drammaturgico della pièce, che si conclude con un intervento della rappresentante della comunità ebraica di Napoli Lori Cohen, dell’assessore alla cultura di Eboli Anna Senatore e del sindaco del comune di Eboli Massimo Cariello.