L’ etoile Liliana Cosi scende in campo

Le scuole di danza sono in ginocchio in tutta Italia e non sono state affatto considerate nel decreto “Cura Italia”

Di OLGA CHIEFFI

L’étoile Liliana Cosi in questo doloroso frangente sì sta spendendo molto per dar voce a tutto il mondo della danza privata italiana e lancia un appello per non far annullare anni e anni di lavoro. Nel decreto “Cura Italia” la categoria delle scuole di danza non è mai menzionata in nessuna delle misure a sostegno, ma esiste ed è anche molto numerosa. Le scuole di danza private  in Italia rappresentano un comparto importante dello spettacolo dal vivo che conta circa 30.000 scuole con un indotto di circa 5 milioni di persone. Costituiscono la base fondamentale del sistema  danza, in quanto la formazione dei danzatori è affidata quasi totalmente a loro. La loro  valenza educativa e sociale è ormai ampiamente provata poiché contribuiscono, in maniera sostanziale, alla promozione, allo sviluppo e alla diffusione della cultura nel nostro Paese, svolgendo un’attività di primaria importanza a livello sociale e aggregativo per i giovani e formando il pubblico del domani. La tremenda emergenza del  covid-19  ci ha travolti, immergendoci  in una situazione surreale che mai avremmo potuto  immaginare, soprattutto dal punto di vista sanitario, bloccando quasi tutte le  attività  lavorative. Improvvisamente anche  le scuole di danza  hanno dovuto chiudere i battenti ritrovandosi in ginocchio. Sarà difficile si riesca a riprendere qualsiasi attività prima dell’estate. Il momento è drammatico anche dal punto di vista economico. Il danno è enorme e, se non si prevederanno  aiuti, molte saranno a rischio di chiusura. Nel decreto “Cura Italia”  del 17 marzo, la categoria delle scuole di danza private non è  citata in alcuna misura di sostegno, sia in termini di ammortizzatori sociali che in altri ambiti economici. Le scuole devono appoggiarsi alle varie norme a seconda se siano costituite come asd o piccole imprese o altro, ma nulla è diretto a loro esplicitamente. L’ Associazione Italiana Danza Attività di Formazione,  si batte da sempre per la formazione. La sua mission  è la  tutela e la valorizzazione della professione dell’insegnante di danza, il  riordino e la regolamentazione delle scuole private, oltre che la diffusione  della cultura della danza. Attraverso l’AGIS, la più grande Associazione di Categoria per lo Spettacolo dal vivo che ha sempre interagito con il governo, in questo frangente drammatico  non si è mai fermata,  per tutelare le scuole di danza e per farne riconoscere l’identità, ottenendo che, nel documento “Osservazioni al decreto Cura Italia settore cinema e spettacolo dal vivo”, presentato da  quattro Associazioni: Agis, Federvivo, Anfols e Anec,  in una riunione della Conferenza delle Regioni organizzata per  analizzare le criticità del Decreto “Cura Italia”, si aggiungesse un capitolo (la Lettera H) sulle “Scuole di danza private”. Nella memoria ufficiale presentata da Confcommercio alla Commissione Bilancio del Senato, ai fini della conversione del Decreto, sempre grazie a noi, viene esplicitamente segnalata la grave assenza della categoria delle scuole di danza nel Decreto stesso. “Si segnala che la categoria delle scuole di danza private non è attualmente citata in alcuna delle misure di sostegno adottate dal decreto legge in esame. Considerata la diffusione capillare di tali attività sul territorio, si richiede che le medesime vengano inserite nelle disposizioni previste, tanto in quelle dedicate in maniera specifica al settore dello spettacolo, quanto per le altre, di carattere trasversale”. Un settore così importante  non può essere abbandonato e scomparire nel nulla! Anche la ripresa futura delle attività sarà piena di difficoltà e a rischio perché niente sarà come prima.




Showup torna a far riflettere sugli orrori della Shoah

Musica e danza hanno aperto la rassegna del Moa “Persecutions”, stasera l’accademia di danza MV Dance Factory di Maria Vittoria Maglione replica al Marte di Cava de’ Tirreni alle ore 19

Di Gaetano Del Gaiso

Sono trascorsi poco più di settant’anni da quando i fucili hanno simulato il loro ultimo, atroce stertore infernale sul popolo di Davide, eppure l’antisemitismo è una bestia tutt’altro che domata: e l’umanità sta dimostrandosi piuttosto indisciplinata nel suo indulgere in questo particolare atteggiamento xenofobico con siffatta, efferata insistenza.  Quella che la sera di domenica è stata raccontata dai corpi degli atleti Eirene Campagna, Nicoletta Cavallo, Cristian Cianciulli, Anna Esposito, Dario Ferrara, Alessia Itri, Simone Liguori, Giorgio Loffredo, Chiara Mastrangelo, Maria Rita Mastromarino, Miriana Velluto, con la partecipazione di Elisa Campagna (voce) e Claudia Fiondo (sassofono) dell’accademia di danza MV Dance Factory di Maria Vittoria Maglione sul palco del MOA, il Museo dell’Operazione Avalanche di Eboli, viene annunciata come soltanto ‘una delle sei milioni di storie’ che avrebbero potuto esser raccontate riguardo uno dei più oscuri e tremendi capitoli della storia dell’uomo. ‘Storie che’, racconta il coreografo Simone Liguori, ‘non potranno mai più essere ascoltate per via del fatto che molto presto non rimarrà più nessuno che potrà farlo’.‘Showup’ è l’esemplare tentativo, di ogni sua componente, di raccontare questa storia. La storia di Heinz Skall e della sua epopea di prigionia, di fuga e di rinascita, narrata dalle testimonianze dirette delle sue due figlie, Anna ed Elena, collezionate dalla regista dello spettacolo, Eirene Campagna, nel corso di una sua ricerca sulle modalità di rappresentazione e tradizione della memoria della Shoah attraverso le parole degli ultimi testimoni di prima generazione. Lo spettacolo, strutturato in capitoli introdotti da piccoli campioni audio delle interviste rivolte alle due donne, ci guida attraverso i diversi momenti della reclusione dello sventurato protagonista, attualizzandone l’incidenza attraverso non soltanto una scelta musicale eterogenea e che attinge tanto al repertorio classico, quanto a quello della musica pop ed elettronica, ma anche mediante le forme grottesche, e a tratti persino irritanti spaventose del linguaggio contemporaneo. Gli sguardi degli atleti, contratti in una smorfia atona e amorfa, descrivono in maniera superba la sublimazione del coinvolgimento emotivo aldilà del terrore e della morte; tuttavia, la commistione del disarmonico involto emotivo di questi stessi contribuisce all’iperbolizzazione dell’intento drammaturgico della pièce, che si conclude con un intervento della rappresentante della comunità ebraica di Napoli Lori Cohen, dell’assessore alla cultura di Eboli Anna Senatore e del sindaco del comune di Eboli Massimo Cariello.




“Per non dimenticare” negli spazi del Moa

Al Museo di Eboli Luigi Nobile ha inaugurati ieri sera la rassegna “Persecutions” con ShowUp, che ci accompagnerà fino al 9 febbraio

Di GAETANO DEL GAISO

«La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati[…]». Così gli articoli 1 e 2 della legge 20 luglio 2000 n. 211 si pronunciarono nei riguardi di una delle tragedie più terrificanti e deplorevoli della storia dell’uomo, esibendo il proprio lasciapassare per quella sarà poi, infine, la risoluzione finale delle Nazioni Unite, che il giorno 1 Novembre 2005, nel corso della 42° riunione plenaria, stabilirà che il giorno 27 Gennaio, di ogni anno, celebrazioni, commemorazioni, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessioni riportino alla memoria un memento così infaustamente scomodo e turpe, gravoso oltre ogni misura. Ridondante oggi, forse, più che allora. La morte in proscenio. Pochi uomini in buca a dirigerne la grottesca pantomima. Danze scomposte, urla strazianti che squarciano quel velo di Maya che, con gesto meccanico, adagiamo intenzionalmente sul nostro capo per non vedere, per non sentire, per non sentirci in dovere di agire, per non sentirci in dovere di ricordare. Indifferenti, smarriti, sopescenti agglomerati di grigie ceneri che la sola forza di un debole soffio asperge su un terreno arido e infecondo, nella speranza che questi, un giorno, potrà, di nuovo, portare frutto. E chissà che magari proprio questa rassegna organizzata dal Museo dell’Operazione Avalanche di Eboli (SA), rappresentato dall’eccellente persona del suo direttore artistico, Luigi Nobile, Sophis, Mo’Art, MV Dance Factory, Associazione Campania Danza e Start’Mo, col patrocinio del Comune di Eboli e della Comunità Ebraica di Napoli non ci fornisca gli strumenti necessari a renderci più consapevoli dell’incidenza del nostro operato sul naturale percorso del mondo. Tre gli appuntamenti. Il primo si è svolto proprio ieri con ‘Showup’, spettacolo di teatro-danza organizzato da MV Dance Factory per la regia di Eirene Campagna e le coreografie di Simone Liguori, ispirata al volume della regista Racconti che sopravvivono.Ottant’anni fa, le leggi razziali. L’Italia cacciava i ragazzini ebrei dalle scuole e si attrezzava a sostenere l’alleato nazista nella soluzione finale. Crescono i collaborazionisti, i delatori, i carnefici, la zona grigia si rafforza e fioriscono anche da noi i primi campi che servono da trampolino verso lo sterminio delle camere a gas. Per fortuna in questa storia terribile e non ancora elaborata, ci furono delle eccezioni. E da una di queste prende l’avvio questo libro: si parte dallo straordinario incontro tra la popolazione di Campagna, un piccolo paese in provincia di Salerno, nei pressi di Eboli, dove un vecchio convento fu adibito a campo di smistamento, e gli internati ebrei. E procede alimentandosi di molte più storie tutte intrecciate tra loro – da quelle che hanno come protagonisti i “grandi” testimoni come Primo Levi, ma anche quelle piccole e minime. Il Museo della memoria e della pace permette di ricostruire quanto la popolazione di Campagna fece per salvare persone che erano uguali a loro ma condannate solo per l’impalpabile e invisibile motivo della “razza”, per dare poi la parola direttamente ai testimoni, come si dice, di seconda generazione. Il secondo appuntamento è previsto per sabato 1 Febbraio alle ore 20,30, con ‘Un pallone finito ad Auschwitz’, spettacolo teatrale di e con Sergio Mari, la storia di uno degli allenatori più importanti che il calcio italiano abbia avuto: Arpad Weisz. L’allenatore più giovane che in Italia sia riuscito a vincere uno scudetto, record ancora imbattuto; allenatore rivoluzionario purtroppo finito nel campo di sterminio. Uno spettacolo  scritto dall’ex calciatore Sergio Mari e da egli stesso interpretato. Una pièce intensa, ricca di notizie, aneddoti, informazioni, che indagano sul periodo infausto che l’Italia attraversò, ma anche la storia dei calciatori del Bologna, campioni dell’epoca con un bottino di due scudetti vinti oltre a una Coppa delle Esposizioni portata a casa da Parigi contro i maestri del Chelsea. Chiuderà la rassegna domenica 9 febbraio alle ore 19, “Noi pupazzi”, spettacolo teatrale con Marco De Simone. Qui, il burattinaio Saul fa sognare gli abitanti del suo paese con le favole che inventa e mette in scena per loro. L’avvento delle Leggi razziali del ’38 sconvolge la sua vita, come quella di migliaia di altre persone, ma non sopprime la necessità di dare voce ai suoi pupazzi. Continuerà a raccontare le sue storie alle persone che fuggono e si nascondono con lui, offrendo loro l’occasione per distrarsi, commuoversi, sorridere, nonostante la realtà inaccettabile che li circonda. Lo spettacolo denuncia l’orrore della discriminazione e della persecuzione in senso universale. La vicenda narrata è ambientata alla fine degli anni ’30 in un probabile paese della provincia italiana, quindi ha un riferimento storico ben preciso; tuttavia, non si tratta di uno spettacolo sulla Shoah o sulle deportazioni – in scena non si parla mai di campi di concentramento, gas, sangue. La storia di Saul, piena di passione e speranza, vuole essere un inno alla vita, un monito a valorizzare l’esistenza nel rispetto di coloro a cui è stata strappata senza motivo.




Tutti all’inseguimento del Bianconglio con i Momix

I ballerini illusionisti di Moses Pendleton, sbarcano stasera al teatro Verdi con la mirabolante Alice, per portarci nel mondo delle meraviglie dove tutto è il contrario di tutto

Di OLGA CHIEFFI

Alice: “Per quanto tempo è per sempre?” Coniglio bianco: “A volte, solo un secondo.” L’ultimo lavoro di Moses Pendleton, dedicato ai suoi Momix, è ispirato all’universo fantasmagorico che Lewis Carrol ha racchiuso in Alice nel Paese delle Meraviglie. Il coreografo più immaginifico del panorama della danza ha scelto di infilarsi nella tana del coniglio per scoprire un mondo magico, dove il corpo umano si trasforma e niente è ciò che appare. Un luogo popolato da un imprevedibile cast di personaggi di contorno, dal coniglio bianco al cappellaio matto alla implacabile regina di cuori, dallo Stregatto al Brucaliffo, che sbracherà al Teatro Verdi di Salerno da Lunedì 27 alle ore 21, per rimanervi sino al 29, con un doppio spettacolo, previsto il 28 il primo alle 17 e il secondo alle 21, per cercare di arginare la grande richiesta del pubblico. Un tuffo profondissimo, quello cartesiano, fa Alice un viaggio attraverso un libro significa mettersi in relazione con la realtà che ci circonda. La conoscenza si configura come un ritmo scandito da due momenti: dapprima la fuga verso qualcosa che non c’è, che non si conosce ,ma che attira la curiosità, l’attenzione e rappresenta lo spunto che dà inizio al viaggio -rappresentati in questi testi dall’entrata nella tana del coniglio e nel passaggio al di là dello specchio- e poi il ritorno al mondo reale per mettere ordine su quanto vissuto e poter arricchire chi ci sta vicino delle esperienze fatte. Quindi il libro della vita va vissuto, non solo letto, la conoscenza è esperienza, senza vita restano soltanto nozioni, informazioni. Il Giardino è simbolo del cuore, ma in quel giardino c’è la tana dell’inconscio, del BianConiglio. Questo sta a significare che le nozioni apprese nella testa devono scende poi nel profondo del cuore ed è questo il viaggio che farà Alice, una vera a propria caduta, crisi, perdita d’identità, “morte” filosofica e rinascita. Ad ognuno di noi prima o poi nella vita ci si presenta questo Coniglio: L’immagine del coniglio bianco indica un evento inaspettato che porta alla comprensione   di una realtà superiore che sconvolge in un solo attimo le convinzioni di una vita. Seguire il coniglio bianco vuol dire fare attenzione a piccoli eventi apparentemente insignificanti. Chiunque si incuriosisce alle stranezze può essere trasportato in un altro “paese delle meraviglie”. Il coniglio che Alice incontra è bianco ed il bianco è il colore del passaggio, il simbolo di un mondo in cui tutti i colori sono svaniti. Il bianco è il colore dell’iniziazione e della rivelazione. E’ da qui che partirà il viaggio dei Momix e di Moses Pendleton, che non vuole raccontare la storia che tutti conosciamo pedissequamente. L’effetto sarà dirompente, si entrerà in un altro sogno animato da figure strane e travolgenti, un elefante, un ragno bianco e Alice che, sospesa nell’aria, volteggia come una farfalla. “Vedo Alice- ha raccontato, infatti, Pendleton- come un invito a fantasticare, a sovvertire la nostra percezione del mondo, ad aprirsi all’impossibile. Il palcoscenico è il mio narghilè, il mio fungo, la mia tana del coniglio”. Un lavoro in perfetta sintonia con il suo mondo dove il corpo si trasforma grazie all’uso di oggetti, corde, abiti, luci e effetti virtuali, un po’ come quello di Alice che rimpicciolisce e ingrandisce, donandoci ancora una volta quella “maraviglia” che dovrebbe accompagnarci per l’intera vita.




Al gran Ballo delle Luci d’Artista

Ieri nel Salone dei Marmi di Palazzo di Città si è svolto il Gran Ballo Risorgimentale, organizzato dalla Società di Danza e da “Il Contrappasso”. Il nostro pensiero è andato alla Sala Rossa del Casinò Sociale, inesorabilmente chiuso

Di OLGA CHIEFFI
Crinoline e stecche di balene, divise e frac, guanti bianchi, merletti, tube, tabarri e sciarpe di seta. Nel salone dei marmi di Palazzo di Città è andato in scena il Gran Ballo delle Luci d’Artista. una vera Festa da Ballo, come quelle che venivano organizzate nell’800. Nell’epoca degli ideali romantici, nobili e borghesi si incontravano nelle sale dei castelli e dei palazzi di città e, a tempo di valzer e di quadriglie, parlavano di libertà, di indipendenza, di fratellanza e di conquiste civili. Nella storia della società occidentale l’Ottocento è un momento storico di significativa importanza. In questo ampio arco di tempo la società occidentale produce uno sforzo sensibile per il superamento delle rigide strutture sociali che per secoli avevano negato pari dignità e diritti agli individui. Nell’Ottocento inizia la grande sfida della ricerca di una forma sempre più giusta di relazioni sociali, di modelli sempre più democratici di organizzazione del lavoro e della convivenza tra le classi. Un movimento che coinvolge i più diversi aspetti della civiltà occidentale, dall’economia all’istruzione, dalla politica all’arte. La danza di società, essendo uno dei frutti più evidenti dell’autorappresentazione della società cittadina, testimonia con precisione delle tensioni e degli sviluppi generati dal processo di crescita e affermazione della borghesia ottocentesca. Nell’enorme miniera della produzione dei maestri di danza dell’Ottocento È evidente il tentativo di recuperare la tradizione aristocratica innestandola con i prodotti culturali dei nuovi gruppi sociali attivi nel tessuto urbano. Il risultato è un modo di praticare e di intendere la danza che rispecchia la volontà di fare del Ballo il luogo dell’incontro in società, non un luogo qualsiasi ma “il” luogo prediletto della vita sociale della città. La Società di Danza Salerno e “Il Contrappasso”, con i loro soci ballerini sono stati assoluti protagonisti di un “Gran Ballo Risorgimentale”, ricostruzione di un Gran Ballo Ottocentesco formale. Il Gran Ballo ha proposto la cultura musicale e coreutica della società italiana ed europea del XIX secolo, nella realizzazione di Quadriglie, Contraddanze, Valzer, Polke e Mazurke figurate che si materializzavano nel gioco delle relazioni sociali e delle regole di etichetta su cui si fondava la vita pubblica della società ottocentesca. Nel contempo ha preso vita una forma artistica in cui grazie e precisione si sono fuse col gusto dell’incontro e del corteggiamento cavalleresco. Un ritorno al passato per recuperare una tradizione andata perduta nel corso del tempo. «La danza è sempre stata, fino dalle sue più lontane origini, espressione di cultura, di raffinatezza e di educazione… Fiorita dal ritmo dei movimenti e dal fascino della musica, la danza è un piacere quasi istintivo, e pare destinata ad esprimere la gioia della vita…». Sappiamo bene che nell’Ottocento, ma anche in precedenza, il ballo era una delle poche occasioni che si aveva per conoscersi, soprattutto fra uomini e donne. Ogni donna aveva un carnet dove si annotava la scaletta dei propri cavalieri, così da non combinare qualche macello concedendo un ballo già precedentemente prenotato da qualcun altro. Si rischiavano seri scontri in sala e fuori, a duello! Le danze si susseguivano una dopo l’altra, con pause relativamente brevi per far riposare i ballerini. Fra una figura e l’altra delle varie danze, se si era relativamente esperti e non si doveva contare i passi come si suol dire, si aveva la possibilità di conversare con il proprio partner o con la coppia vicina, con la quale spesso ci si scambiava durante il ballo. Fra le molte danze che formano la delizia della brillante società, occupa il primo luogo la Quadriglia: per la leggiadria delle figurazioni e per la sua semplicità ne traggono diletto li ballerini non meno che gli spettatori: breve per sé stessa, il frequente cambiare della musica che le serve di accompagnamento costituisce quella varietà che tanto piace: esigendo molta grazia né movimenti della persona, locchè induce gara in quelli che la eseguiscono, ne nasce diletto ed istruzione insieme…”. I ballerini che hanno partecipato al ballo salernitano, hanno interpretato il Valzer Spagnolo, la Marcia dell’Arciduca Carlo, la Contraddanza Bonvivant, la Quadriglia Francese (1, 2, 4), il Valzer virtuosistico à la Paganini, la Marcia Avant-Garde, la Quadriglia Bonvivant (1) il Valzer Tanzlust, Quadriglia Militare (1, 2, 3), il The New Caledonia Jig, il Valzer Carosello di Dame e la Marcia Roma. Le due associazioni di Danza hanno animato nel corso delle Luci d’Artista anche i palchetti del Teatro Verdi, in particolare durante le repliche di Bohème, ma, guardando le coppie nel Salone dei Marmi cuore civico della città, il pensiero è volato al Casinò Sociale di Salerno, con le sue splendide sale, ormai chiuso dal 23 ottobre 2012 senza che nessuno abbia o sollecitato la Soprintendenza ad effettuare un sopralluogo, almeno negli ultimi due anni, affreschi, velluti, sete, ormai immaginiamo in stato di abbandono, e che hanno fatto la storia della Salerno culturale e sociale della città, un contenitore che deve essere recuperato e reso fruibile risuonante di bella musica e, magari, dei fruscii delle crinoline.




La storia della Georgia nelle sue danze

 

Questa sera alle 18 i riflettori del Teatro Verdi si accenderanno sul balletto fondato da Nina Ramishvili e Iliko Sukhishvili, con le antiche danze popolari georgiane,  un repertorio antichissimo e sconosciuto

Al via da questa sera, alle ore 18, la tre giorni dedicate alle danze popolari del Teatro Verdi di Salerno. la città godrà fino al 10 dicembre della presenza nel proprio massimo, domani  alle 21 e martedì alle ore 19, del complesso coreografico fondato da Nina Ramishvili e Iliko Sukhishvili. Tre sono gli aspetti dominanti e inscindibili del Balletto Nazionale della Georgia che si rinnova e si arricchisce di generazione in generazione e che riesce ad incantare e stupire, risultando splendidamente appagante nel ritmo, nell’’ armonia e nella varietà delle immagini. La prima componente, austera e guerresca, è quella degli uomini dal gesto fiero, abili manipolatori di spade e pugnali; la seconda è quella delle dame dalle bellissime vesti, che scivolano sul palcoscenico con estrema eleganza e dolcezza; la terza è quella grossolana, dei mattacchioni e degli acrobati. In tutte le coreografie del complesso si ritrovano, fuse armoniosamente, le basi della danza popolare, dal girotondo al gomitolo. Le danze maschili evocano le qualità del coraggio, del vigore guerriero, della baldanza avventurosa.Tutte le danze di ascendenza bellica, con artistici combattimenti, volteggi di spade e pugnali sono affidate a movimenti di brillante e sorprendente virtuosismo degli uomini: sono loro che strabiliano il pubblico con gli incredibili salti e le faticosissime danze in punta di piedi. Questi intrepidi cavalieri annoverano tra i loro virtuosismi, tipici dei danzatori del Caucaso, proprio l’’andare sulle punte di morbidi stivali (senza il classico rinforzo di “papier maché” o di “colofonia”), un’’ abilità che affonda le sue origini non in un vezzo estetico-stilistico, bensì in una necessità fisica. La tradizione vuole che questo passo, che i georgiani chiamano “tzeruli”, sia nato per ricordare gli scoscesi pendii dei monti del Caucaso che, con i suoi strettissimi sentieri, costringeva gli uomini a camminare sulla punta dei piedi per non precipitare nei burroni. L’’eroe georgiano, di forza invincibile e insuperabili prodezze acrobatiche, risulta capace anche di sottili virtuosismi. Molte danze sono infatti percorse di cortesi finezze: come le danze del corteggiamento, ove la suprema abilità consiste nel non sfiorare mai la donna, o quelle nuziali, in cui anche gli uomini riescono a scivolare magicamente sul terreno al braccio delle loro belle. L’uomo non è meno elegante della donna: danza con la schiena inarcata e, se si tratta di un nobile, si inerpica sulle punte, proprio come le ballerine romantiche, gonfia il petto, ricama disegni con le braccia, ma le sue mani non si vedono: sono coperte dalle maniche a penzoloni per evidenziare la mancanza di contatto. Le danze femminili simboleggiano la sacralità e la regalità. Il movimento delle ballerine, tutto giocato sulla morbidezza delle braccia e delle mani, testimonia che nell’’immaginario più antico del popolo georgiano la donna è una creatura algida e distante, inafferrabile. La Georgia, è sempre stata un’’ isola ortodossa in un mare musulmano e ha quindi, inevitabilmente, assorbito molti elementi delle culture limitrofe, cosicché nelle sue danze, specie in quelle femminili, è possibile cogliere con chiarezza le influenze turca ed araba, fuse con l’elemento culturale originario in una mescolanza davvero singolare ed affascinante. Le ballerine georgiane, tutte di fulgida bellezza, rivelano una formazione classico-accademica, testimoniata dall’’ uso del busto arcuato “à la russe” e dalle braccia di sinuosa mobilità. La prima parte dello spettacolo delinea la storia di questo popolo fiero, le danze di palazzo – i corteggiamenti, le nozze – poi si passa al folklore cittadino di Tbilisi, alle danze degli artigiani e dei venditori ambulanti. La compagnia è famosa, in particolare, per le sue danze di coppia (“Kartuli” e “Lecuri”), per quella lirica delle donne (“Samaia”), per il girotondo “Partza”, per le suites “Adjar” e “Kensur”, nonché per i quadri coreografici della vecchia Tbilisi. Alle danze folckloriche georgiane Ramishvili e Sukhisvili hanno aggiunto quella sportiva “Lelo”, quella maschile “Mkhedruli”, quella contadina “Lazuri”, interpretando con intuizioni personali l’’intera gamma del genere. “Lo spettacolo è veramente un poema coreografico sulla bellezza, la nobiltà ed il talento del popolo georgiano” (“Sovetskaja Kultura”). “Gli splendidi costumi portano la firma di Simon Virsaladze, collaboratore prediletto di Grigorovich e autore del décor dei più celebri balletti del Bolshoj, che è riuscito a riprodurre con filologica vivezza, i tipici costumi delle molte regioni della Georgia.




La trasgressione di Sergei Polunin in Sacrè

Successo di critica per l’unico spettacolo di danza proposto dal Cartellone del LXVII Ravello Festival

 Di LUCIA D’AGOSTINO

Quando la danza si fa carne e passione, sensualità e intensità espressiva corporea arriva lui, Sergei Polulin, classe 1989 nato in Ucraina e russo di adozione, la cui fama di “bad boy” del balletto lo precede ormai ovunque. Così, ancora una volta, venerdì scorso, il RavelloFestival diventa uno dei più suggestivi e bei palchi al mondo ad accogliere il linguaggio artistico contemporaneo attraverso la trasgressività creativa e fisica del ballerino con il volto di Putin tatuato sul petto. Sarebbe troppo facile ridurre il personaggio ad una astuta operazione di marketing sul suo passato di enfant terrible, che ha lasciato giovanissimo la carriera di primo ballerino del Royal Ballet di Londra: basta vederlo danzare, occupare lo spazio e riuscire da solo, o con altri comprimari, a catalizzare l’attenzione sulla capacità sconfinata che ha il suo corpo di esprimere la contraddittorietà delle emozioni umane. E se il mistero dei grandi ballerini è quello di farsi così leggeri da diventare aria, superando i limiti della gravità corporea, Polulin rivendica la pesantezza della carne proprio nel momento in cui la spinge a superare sé stessa. Uno spettacolo (l’unico nella rassegna di quest’anno dedicato alla danza) dal titolo “Sacré”, diviso in due parti, che ha incantato il pubblico confermando o rivelando a chi non lo conoscesse l’immenso talento di un danzatore che ha ancora molta strada da percorrere. Nel primo atto “Fraudoulent Smile”, coreografie di Ross Freddie Ray, Polulin ha diviso la scena con altri danzatori tra cui Johan Kobborg, ex principal del Royal Ballet, dando forma alla rappresentazione della condizione umana che ruota intorno alla ricerca di celare la sofferenza dietro l’apparenza e l’inganno. Le musiche del trio polacco klezmer Kroke rendono contemporanea questa riflessione eppure l’estetica dei costumi rimanda un po’ a quella della Berlino pre-hitleriana di “Cabaret” trasformando l’intima denuncia in qualcosa che coinvolge tutta la società, prima dell’irreparabile. Il secondo atto con al centro solo Polulin è la versione della “Sagra della primavera” di Igor Stravinsky che la danzatrice e coreografa giapponese Yuka Oishi sembra avergli cucito addosso, facendo rivivere la figura del leggendario ballerino russo Vaslav Nijinsky. Un assolo senza smagliature in cui, dimenticato il personaggio mediatico, ci si ricorda di quanto meravigliosa può essere l’arte grazie alla capacità di un solo uomo di farsi emblema dell’universo interiore di ciascuno.




Sacrè: una bruciante modernità

Sergei Polunin sulle tracce di Vaslav Nijnsky, stasera alle ore 21, 30 sul palcoscenico del Ravello Festival per la Sacre du Printemps di Igor Stravinskij

Di OLGA CHIEFFI

Una bruciante modernità che evoca i fantasmi del primordiale questa è il “Sacre du Printemps” di Igor Stravinskij. Una partitura complessa di una violenza inaudita, ci attende questa sera sul Belvedere di Villa Rufolo, per la quale Stravinskij riandò alle origini pagane della Russia antica e le rivestì di una musica giudicata, allora, nel 1913, addirittura barbara. Il Ravello Festival attende questa partitura e il suo interprete , il ballerino Sergei Polunin, oggi alle 21.30, nell’ambito del programma culturale delle Universiadi di Napoli nell’ambito dello spettacolo Sacrè che comprende due coreografie. Il progetto artistico che Polunin interpreta insieme a un gruppo di danzatori con in testa il già Principal del Royal Ballet Johan Kobborg, fa rivivere l’atmosfera dei Ballets Russes di Diaghilev attraverso la figura leggendaria di Nijinsky, come il titolo Sacré suggerisce. Diviso in due parti, lo spettacolo prevede un primo atto, Fraudoulent Smile, con nove danzatori in scena tra cui Polunin firmato da Ross Freddie Ray su musiche del trio polacco klezmer Kroke. E’ qui che ci tornerà alla mente una pagina di Heschel, in cui afferma che la musica non è un prodotto dell’uomo, non è creazione nel senso consueto del termine, ma che essa sta nell’uomo, è la sua stessa vita, è il ritmo interiore ed esteriore che regola il suo comportamento, è la legge liberamente assunta che modula dall’interno ogni sua ora, è il tempo che prende forma e che non viene lasciato, così, fluire senza argini, come acqua su pietra. La danza rappresenta l’estremo tentativo umano di catturare l’uniformità del tempo nel suo scorrere ineluttabile e disperante, di piegarlo alla sua volontà creatrice, costringendolo in ritmi che esprimano le scansioni interiori della vita. Il secondo atto interamente danzato da Polunin sarà invece interamente dedicato al Sacre stravinskijano. La coreografia di questo assolo si deve alla danzatrice giapponese Yuka Oishi cresciuta all’Hamburg Ballet di John Neumeier, già collaboratrice di Natalia Osipova per i progetti contemporanei da lei intrapresi a Londra prodotti dal Sadler’s Wells, per un evento che è una coproduzione della Fondazione Ravello e Fondazione Campania dei Festival in collaborazione con ATER – Associazione Teatrale Emilia Romagna, sempre attenta con Bigonzetti alle grandi produzioni contemporanee che guardano al luminoso passato della grande danza. Un balletto profetico il Sacre, perché fece piazza pulita di ogni illusione e, sia pure per metafora, riportò le coscienze alla loro verità, niente affatto buonista e consolatoria. NiLa postura, anziché essere aperta e ruotata en dehors come si richiede nel balletto, è tutta chiusa in se stessa, in en dedans. Questa postura chiusa, rattrappita, conferisce pesantezza ai danzatori, i cui movimenti risultano goffi e animaleschi, al contrario del linguaggio estetico dell’eleganza della verticalità, della leggerezza. Anche Nijnsky al tempo sconvolse la tecnica coreutica, inventando una postura costrittiva, che privava il movimento della grazia e dell’ampiezza per forzare a movimenti ruvidi e brutali. La gestualità brusca, con le mani serrate a pugno, il corpo spesso scosso da tremolii, i salti senza plié. Spesso la parte inferiore del corpo teneva un ritmo differente rispetto alla parte superiore. Ne nacque una coreografia troppo nuova e sconvolgente per il pubblico di allora, che non riusciva a sopportare né i suoni né i movimenti dei ballerini. Polunin omaggerà proprio Nijnsky e il suo aspetto psicologico, attraverso una forte componente interpretativa, che lega il secondo atto alla prima parte dello spettacolo. Il fil rouge – letteralmente, in quanto compare durante la coreografia una corda rossa che arriva ad imbrigliare e a sopraffare completamente il danzatore nel finale – lega infatti le due proposte coreografiche all’insegna della recitazione e del simbolo: la corda sembra innalzarsi a sintomo dell’incomprensione e dell’opprimente giudizio da parte della società, fino a portare all’emarginazione e alla solitudine del singolo additato come diverso evocato dalla squassante musica stravinskiana.

 

 




Teatrando al quadriportico: apre la Danza

 

Stasera a partire dalle ore 21, il gruppo teatrale “I ragazzi del quartiere” proporrà“Ci vuole rispetto” a seguire  la danza proposta dalla New Space of Dance diretta da Francesco Boccia.

Di OLGA CHIEFFI

Peppe Giardullo, presidente dell’Associazione PlanumMontis, darà il via questa sera alla X rassegna di teatro amatoriale che si svolge abitualmente nel mese di luglio nel quadriportico di Santa Maria delle Grazie. Una rassegna che vede in cartellone ben 17 spettacoli, di compagnie amatoriali provenienti da tutta la regione Campania. Taglio del nastro stasera alle ore 21, con il gruppo teatrale “I ragazzi del quartiere” che proporranno un allestimento di Peppe Giardullo dal titolo “Ci vuole rispetto” a seguire nella stessa serata spettacolo di danza curato dall’Associazione New Space of Dance, diretta da Francesco Boccia. La New Space of Dance proporrà una riflessione sul contemporaneo con coreografie di Alfonso Donnarumma  e Danila Flauti, per quindi scatenare la Videodance e l’energia del coreografo Mirko De Paolis, unitamente alle invenzioni coreutiche di Teresa D’Urso  e Teresa Autuori. Domani, la serata si aprirà con un flash mob che si terrà nei pressi del Quadriportico di Santa Maria delle Grazie e che sarà curato dall’Associazione Contrapasso, diretta da Lella Lembo, a seguire la compagnia salernitana Le Voci di Dentro presenterà “Lu curaggio de nu’ pumpiero napulitano” di Eduardo Scarpetta. Il 6 luglio tocca alla compagnia teatrale “I Filodrammatici” di Napoli, che presentano “Guardami ancora” per la regia di Luca Silvestri. Il 7 luglio la compagnia teatrale “E Sceppacentrella” proporranno “Il morto è vivo” di Oreste De Santis per la regia di Giovanna Memoli e Ciro Marigliano. Si prosegue poi il 10 luglio con la compagnia Arcoscenico che presenterà “Scherzi da poeta” per la regia di Rodolfo Fornario. L’11 luglio, tocca alla compagnia Gabbiani di Baronissi che presenta “3 sette col morto” per la regia di Matteo Salsano. Il 12 luglio l’associazione teatrale “Quelli che… il teatro” saranno i protagonisti di “Grossi affari in famiglia” di, con e per la regia di Marco Lanzuise e Rosario Verde. Altro appuntamento il 13 luglio con la compagnia “Del Verde e del Blu” di Salerno che presenta “Così è se vi pare” di Luigi Pirandello e per la regia di Umberto Galderisi. Nono appuntamento il 14 luglio con la compagnia “Attori per caso” di Battipaglia che presenterà “Chiamalo pure amore” per la regia di Luca Landi. Il 18 luglio tocca all’associazione teatrale Samarcanda Teatro che proporrà “La Luna Quadrata” con la regia di Enzo Fauci. Altro appuntamento il 19 luglio con la compagnia Teatro della Crusca di Baronissi che presenterà “Benvenuti al cimitero” per la regia di Virginia Gentile Della Rocca. Il 20 luglio la compagnia Zerottantuno di Napoli proporrà un allestimento di Gaetano Di Maio per la regia di Felice Pace “Donna Chiarina Pronto Soccorso”. Il 21 luglio “S’arravotano ‘e casalinghe” è lo spettacolo che verrà proposto dalla compagnia teatrale “Spacca Strumml” di Napoli per la regia di Patrizia Maresca. Il 25 luglio la compagnia Stabile di Bellizzi presenta “Sik-Sik, l’artefice magico” di Eduardo De Filippo per la regia di Maria Sannino. Il 26 luglio la compagnia teatrale “Il Sipario” di Agropoli sarà la protagonista di “I Casi sono due” di Armando Curcio per la regia di Piero Pepe. Il 27 luglio “Non si cartea più come una vota” è lo spettacolo che sarà proposto dalla compagnia teatrale Gli Scialatielli di Salerno per la regia di Raffaele Pappacoda. Chiude la rassegna il 28 luglio la compagnia teatrale “E Sceppacentrella” che proporranno “La Fortuna con la F maiuscola” di Armando Curcio per la regia di Giovanna Memoli e Ciro Marigliano.




Gli esami: la danza, amore e disciplina

Dopo gli spettacoli di fine d’anno, i passi d’addio è il momento dei test di passaggio. Una intensa due giorni con la New Space of Dance di Francesco Boccia e il Professional ballet di Pina Testa e Fortuna Capasso

 Di Olga Chieffi

 Lo studio, la ricerca della perfezione, della finezza, del metodo, è fondamentale per la danza che non è se non l’arte del movimento. Lo studio è in essere è lo scopo ultimo di un ballerino: acquisire attraverso esperienza e metodo la propria tecnica. Abbiamo toccato tutto ciò con mano nella sala della New Space of Dance di Francesco Boccia, in cui l’intera scuola, si è presentata al cospetto della Maestra Monica Micali, formazione, tra Montecarlo, Napoli, Madrid, nonché direttrice della scuola Danza Parthenopea, in una mattinata, in cui si è più volte sottolineato l’umiltà, il non approdo sicuro dell’arte, l’assoluto trionfo dell’amore e della disciplina, senza i quali mille fatiche si bruciano presto e senza risultati. E, occorre, queste le parole di Monica Micali, che le idee e le persone circolino, che ci siano scambi intensi, senza temere l’emulazione. Chi si chiude in se stesso è condannato a restare indietro, in una disciplina in continua evoluzione. Dalle diplomande Margherita Buonomo ed Eleonora Marfella, convincenti Giselle e Kitri, in un’alternanza di esercizi alla sbarra, il centro e pezzi d’assieme, sono sfilati e apprezzati tutti i vari corsi, che hanno rivelato diverse individualità che potrebbero diventare delle promesse di questa complessa arte. Margherita Buonomo è stata una Giselle pulita, morbida, lineare, precisa, drammatica, leggera, applaudita anche in teatro, unitamente alla forza mediterranea, della dolce e spiritosa Kitri della Marfella con il gusto per le linee definite e magnetica nelle danza sostenute dal buon lavoro dell’intero corpo di ballo, cui Francesco Boccia ha concesso ampio spazio, nelle due riduzioni. Stelle della danza ospiti del Pina Testa e Fortuna Capasso Professional Ballet, con ospiti per gli esami, amici di vecchia data, l’ètoile Raffele Paganini e lo storico della danza Massimiliano Craus, unitamente ad Amalia Salzano, Presidente dell’Aidaf Federdanza Agis, docente e coreografa e Annamaria Salzano posturologa Presidente Associazione Aula Magna Teatro dell’Opera di Roma, per le pergamene alle diplomande, Maria Rosaria Cerra, Chiara Fusco, Alessia Massa, Ludovica Esposito, Elena Renna e Chiara Pugliese. Accoppiamenti questi delle due scuole, dell’agone artistico degli stage, dell’intenso studio, che fa assurgere queste giornate a sedi opportune di riflessione e motivazione sulla strada della propria crescita artistica e alla divulgazione di un concetto di danza come viaggio fatto di tecnica e sentimento, metodo e pathos, esperienza e stati d’animo, ispirazione e tradizione e di scambio culturale.

La New Space of Dance di Francesco Boccia ha presentato: Predanza: Battista Carla, Bevilacqua Annarita, Capano Marta, Caracciolo Federica,Carraturo Giulia Esposito Laura, Evangelista Maria Antonietta, Iemma Alessandra, La Marca Laura, Memoli Sofia, Petrone Melissa, Preparatorio: Aprile Martina,Carucci Eliana, Cuoco Claudia, D’Agostino Carmen, D’Elia Ludovica Granata Sofia, Giardullo Daniela, Iemma Melissa, Lanza Federica, Lia Beatrice, Paolillo Vincenza, Persico Anna, Primo libero: Berlen Alessia, Cestaro Elvira Sofia, Coscia Lucia, D’Elia Luisa, Falanga Ludovica, Falivene Giulia, Giardullo Giulia, Imbesi Mia, Lanza Martina, Novella Luisa, Soldano Gaia, Tedesco Maura, Terzo libero: Amatruda Luna, Bove Giulia, Coscia Federica, Cuoco Rosa, D’Amico Roberta, Deo Rita, Esposito Anna Chiara, Gallo Anna Maria, Noschese Anna, Triolo Gaia,Triolo Aurora, Pierro Francesca, Quarto regolare: Cavallo Alessandra, Ciccullo Giada, Liguori Camilla, Mastrogiovanni Alessandra, Forte Nausica, Sesto regolare: Aprile Lucia, Iannuzzelli Martina.