Juraj Valcuha e l’amico magico

Ritorna al Ravello Festival l’Orchestra del Teatro San Carlo per un omaggio a Nino Rota, in una serata che saluterà l’esecuzione anche di An American in Paris e della suite da Star Wars

 Di OLGA CHIEFFI

Ritorna stasera, alle ore 20, sul Belvedere di Villa Rufolo, l’orchestra del Teatro San Carlo, diretta da Juraj Valcuha. Dopo il concerto wagneriano che ha segnato l’apertura della LXVII edizione del Ravello Festival, la formazione inaugurerà la serata con un omaggio a Nino Rota, eseguendo la suite dal balletto La strada, datato 1966. Si rivela interessante curiosare nel laboratorio del compositore per carpire alcuni ‘segreti del mestiere’, ad esempio quella peculiare prassi combinatoria che si alimenta di suggestioni che rende, di fatto, la partitura confezionata per le coreografie di Pistoni, quasi un ‘fisiologico’ espandersi della colonna sonora originaria: «M’accorgevo – ricorda lo stesso Rota – che intorno al nucleo dei temi musicali che sono parte integrante del film non solo venivano a disporsi con naturalezza altri miei motivi del mondo musicale felliniano, ma nascevano tante idee musicali nuove, sempre germinate nel clima della favola». Ed ecco, infatti, nella trama allusiva dell’esordio della Suite, schiudersi un sorprendente circuito di interferenze. La fanfara circense, che nel terzo quadro dell’azione coreografica accompagnava lo spettacolino degli artisti ambulanti presso un convito di nozze, si cercherebbe invano tra le scene dell’omonimo film, in quanto è tratta da un precedente lungometraggio di Fellini, Lo sceicco bianco. Allo stesso modo, quando in altri momenti del pezzo occorrerà ricreare un’atmosfera festosa, clownesca, il compositore non si farà scrupolo di trasporre interi spezzoni appartenenti ad altre colonne sonore. Il balletto diventa, così, medium supremo, collettore di un intero repertorio di timbri e stilemi che paiono sgorgare dalla medesima matrice. La strada è «il viaggio di due creature che stanno insieme fatalmente, senza sapere perché», diceva Fellini. E le ultime battute della Suite di Rota ce le presentano, simbolicamente accostate nella loro irriducibile diversità: il timbro purissimo di un violino, che vorrebbe prolungare all’infinito l’estasi cantabile, e sul fondo, come «ombra massiccia e buia», il tonfo sordo di ottoni, contrabbassi e pianoforte. Nessuna sintesi è concessa. Dopo il capolavoro di Nino Rota, potremo osservare in modo limpido tutto il talento di John Williams come drammaturgo e narratore: la sua musica accompagna l’epopea di Luke Skywalker, Han Solo, Obi-Wan Kenobi, Darth Vader con una partitura che si trasforma in un vero storytelling musicale, dove la tecnica del leitmotiv viene sapientemente utilizzata e dosata nel corso del racconto, dando senso compiuto ai personaggi e alle vicende, sintetizzandone il senso profondo e mitologico in modo totale. Come spesso è stato detto dai grandi della musica jazz, genere in cui John Williams si forma in gioventù, i tre pilastri del grande musicista sono: imitare, assimilare, innovare. La musica di John Williams è già parte della storia della musica, è entrata nel nostro immaginario collettivo e ogni generazione la scopre e la trasmette a quella successiva. Il finale della serata sarà caratterizzato da quell’equilibrata osmosi tra musica descrittiva e musica pura, che riconosciamo in “An American in Paris” di George Gershwin. La celeberrima pagina comprende una prima sezione di presentazione del materiale tematico, una parte centrale con elementi “americani” – il tema blues e il tema charleston – e una grandiosa e altisonante finale di ricapitolazione delle idee espresse. Di grande effetto è il tema blues esposto dalla tromba solista, un momento magico per liricità espressa e per l’enorme potere evocativo sprigionato da questa sorta di incantato e sognante notturno orchestrale.




Dee Dee Bridgewater canta in francese la colonna sonora dell’ amore

Questa sera, alle ore 21, la venere nera, con il suo eccezionale quartetto d’appoggio, è ospite all’Arena Fuenti della rassegna “Passaggio a Sud-Ovest”

Di OLGA CHIEFFI

Terzo appuntamento, stasera, a partire dalle ore 21, con la chanson francese in jazz all’Arena del Fuenti di Vietri sul Mare nell’ambito della rassegna “Passaggio a Sud-Ovest”, che ha la direzione artistica di Peppe Servillo e Michelangelo Busco. Dopo Danilo Rea, Paolo Fresu e Toni Servillo, sul palcoscenico dei Giardini salirà la venere nera Dee Dee Bridgwater, leader del suo abituale quartetto stellare, composto da Ira Coleman al basso, Louis Winsberg al basso, Marc Berthoumieux alla fisarmonica e l’argentino Minino Garay alle percussioni. Un ritorno, nel salernitano quello di Dee Dee Bridgewater, regina assoluta della voce e dello spettacolo, che sa speziare con la sua innata verve e nonchalance che saprà calarci in un’atmosfera unica, allo stesso tempo piena d’energia e altamente sofisticata. Senso dello spettacolo, e swing, teatralità e umorismo, gusto per la gag e istrionismo erotico, per Dee Dee che vanta lucidità di intonazione e di dizione, una tonda mobilità di fraseggio ed una mimica vocale che le consentono di affrontare ogni pagina con pensosa misura prima di estendere lo spettro della sua improvvisazione sino a giungere nei pressi della sua pronuncia più aspra. E’ questo un progetto interamente cantato in francese con le canzoni che più ha amato nella sua vita, interpretate con il pensiero fisso ai suoi modelli, ovvero le cantanti afroamericane Josephine Baker e Betty Carter che prima di lei si sono avventurate tra i classici della chanson. Infatti, Per Dee Dee Bridgewater, americana originaria di Memphis, la Francia non è stata soltanto un continuo riferimento artistico, per la grande musica d’ autore che questa terra ha prodotto nel corso del Novecento. In Francia Dee Dee Bridgewater ha trovato se stessa come interprete e anche il giusto trampolino di lancio per farsi conoscere in tutto il mondo. J’ ai deux amours, riproporrà i suoi suoni caldi e acustici: voce, chitarra, fisarmonica, basso e batteria sulle tracce della canzone portata al successo da Josephin Baker. Per Dee Dee Bridgewater la Baker, un’ altra donna e cantante afroamericana che scelse la Francia come sua seconda patria, è molto di più che un semplice riferimento artistico, unitamente a Betty Carter, che cantava “La belle vie”. La scaletta è realizzata come il racconto di una storia d’ amore, dall’ innamoramento di “J’ ai deux amours” all’ epilogo di “Les feuilles mortes” passando per “La mer”, “Ne me quitte pas”, “Que reste-t-il de nos amours”, che vennero presentate la prima volta nel 2003, il giorno di San Valentino, al Kennedy Center di Washington per i festeggiamenti in onore della cultura francese. Nel corso della serata, Dee Dee Bridgewater non mancherà di emozionare, stupire, coinvolgere e appassionare la platea fino all’evocazione di Edith Piaf, in quella cornice unica, che offrirà a quanti hanno inteso entrare nella “famiglia” dei Giardini del Fuenti, quel colpo d’occhio, e d’ “orecchio”, senza eguali.




I sensi di Ricciardi

 

Alla scoperta dei luoghi dei colori, dei sapori, dei profumi e della musica del commissario in compagnia di Maurizio De Giovanni, Marco Zurzolo, Davide Costagliola, Marco Vecchio, Brunella Caputo e Sabrina Prisco, ospiti dei “Concerti d’Estate di Villa Guariglia”

 

Di OLGA CHIEFFI

 Evento speciale questa sera, alle ore 21, nell’area archeologica di Fratte, nell’ambito dei “Concerti d’Estate di Villa Guariglia”. Le arti saranno al servizio del commissario Ricciardi, per aiutarci a scoprirne i sensi. Con noi il creatore del personaggio  Luigi Alfredo Ricciardi, Maurizio De Giovanni, con il quale ripercorreremo l’intera saga ovvero dall’esordio “Il senso del dolore”, all’ultimo volume “Il Pianto dell’Alba”, ma in modo molto particolare. La caratteristica principale del commissario sta nella sua maniera peculiare di percepire il dolore: lui “sente” l’ultima emozione delle vittime per morte violenta, vedendo l’immagine del cadavere che ripete ossessivamente la parte di pensiero che la morte ha interrotto di colpo. La condizione di Ricciardi rappresenta in realtà la sua condanna alla solitudine, alla lontananza dai sentimenti e dalle emozioni che pure non può fare a meno di provare. Una contraddizione il motore che lo spinge all’indagine, alla ricerca e che lo rende così attraente per i lettori. Ricciardi ci conduce in un viaggio nella Napoli degli anni ’30: da Palazzo Reale, passando per il Teatro di San Carlo, in una passeggiata che si snoda tra via Chiaia, fino a Mergellina e i nascenti palazzi di una borghesia fascista, che ancora lasciano spazio alla povertà. È un viaggio nelle malinconie di chi dal porto parte, prendendo il mare e lasciando una città senza vie d’uscita, ma anche quelle di chi ha il coraggio di restare, volti di una città dolente che respinge e attira, dove partire e restare sono comunque un atto di assoluta resistenza. Percorrendo questa città, a volte dolente ed a volte proiettata verso il futuro, la vediamo, la osserviamo, la ascoltiamo. Attraverso lo sguardo, i sensi e i sentimenti del commissario Ricciardi, però, di Napoli ascolteremo anche i silenzi. I suoni di Napoli saranno evocati dal sassofonista Marco Zurzolo, in duo col bassista Davide Costagliola, i quali ci condurranno in un luogo senza tempo, dove umori, suoni, atmosfere cambiano costantemente, dove tutto si trasforma, una città magmatica che trasuda storia e tradizione, che trasmette emozioni, attraverso un respiro melodico, un incedere affabulatorio che a tratti produce effetti di straniante bellezza. A Brunella Caputo il compito invece di far rivivere la scrittura di Maurizio De Giovanni, che ispirerà anche la performance dell’artista Marco Vecchio. Marco ama la scena e con le sue tecniche pittoriche dà origine ad un gioco silenzioso che si instaura tra l’opera prodotta e il fruitore, sfidandolo a partecipare, chiamandolo al centro, accanto a lui. Il suo progetto spesso confida su copioni mentali. Lascia, pertanto, a chi osserva, il compito di ricreare, nella propria mente, i tasselli mancanti alle sue rappresentazioni. E, il fruitore, costretto a riparare la mancanza, vive un rapporto di assembramento, ma anche di compartecipazione e di compenetrazione con l’opera. Così, la superficie, si fa luogo della sperimentazione gestaltica, e la pennellata, tracciato da seguire, come un enigma da risolvere. Sabrina Prisco e la proposta dell’Osteria dei Canali, ci aiuterà a scoprire, invece i gusti del commissario Ricciardi, un cilentano inurbato nella capitale. Si partirà dalla sfogliatella consumata tra le architetture liberty del Caffè Gambrinus, a pranzo una pizza a portafoglio, mentre la cena gli viene quasi sempre preparata a casa, da Rosa prima e da Nelide negli ultimi volumi. Sulle sue tracce ci intrufoleremo nelle cucine di Rosa o di Lucia, la moglie di Maione, per godere degli odori del ragù della domenica o di quello alla genovese con la cipolla o per sentire il profumo dei fiori di arancio che emana la pastiera.




“Vietri in scena”, ad esibirsi questa sera il Martucci Jazz Ensemble

Questa sera sarà il Martucci Jazz Ensemble, diretto dal M° Marco Zurzolo, ad esibirsi per il secondo appuntamento della rassegna “Vietri in Scena”, manifestazione diretta artisticamente dal Maestro Luigi Avallone. La manifestazione fa parte di un progetto annuale, “Vietri Cultura”, che gode del finanziamento Poc 2014-2020 linea strategica 2.4 “Rigenerazione urbana, politiche per il turismo e cultura”. L’evento è realizzato in collaborazione con il Conservatorio di musica “ G. Martucci” di Salerno. Marco Zurzolo, nel corso della sua carriera di sassofonista ha maturato esperienze in diversi generi musicali e collaborato con i più noti artisti italiani e stranieri quali Pino Daniele, Zucchero, Roberto Murolo, Salomon Burkes, Chet Baker, Joe Heredia, Mia Martini, Gino Paoli e Nino Buonocore. Insieme al Maestro Zurzolo al sax, sul palco si esibiranno Angela Napoletano e Marina Del Grosso (voce), Federico Milone (sax), Giovanni Aquino (chitarra), Vincenzo Nigro (basso), Umberto Esposito (pianoforte), Ernesto D’Arienzo e Antonio Caputo (batteria). Inizio spettacolo ore 21,00, ingresso gratuito.




In viaggio sulle note del Calicanto

Questa sera, alle ore 21, il coro giovanile dell’Associazione Estro Armonico diretto da Silvana Noschese, sarà ospite del cartellone dei Concerti d’Estate di Villa Guariglia, nell’Area Archeologica di Fratte

 

Di OLGA CHIEFFI

Sarà come fare il giro dei cinque continenti, il concerto di questa sera proposto dal Cartellone dei Concerti d’Estate di Villa Guariglia. Partenza ideale alle ore 21, sul palcoscenico dell’Area Archeologica di Fratte con le “Etno in Note” del coro giovanile, dell’Associazione “Estro Armonico”, “Il Calicanto” diretto da Silvana Noschese. Il canto e le voci di ragazzi e ragazze, unificano, sotto il segno della pace, storie e culture differenti. La musica partecipa così degnamente, al formarsi di una coscienza generale che faccia della gioventù in questa tormentata fase della storia del mondo, divulgatori di pace, attraverso il pentagramma che si trasforma in un’area dell’incontro, della conoscenza e ri-conoscenza dell’altrui diversità. La musica e la gioia del canto per l’universalità del loro linguaggio, ci aiuteranno a fare affermare questa corale ed elementare verità, offrendoci uno spazio  simbolico  e  relazionale  propizio all’attivazione  di  processi  di  cooperazione e socializzazione,  all’acquisizione  di strumenti di conoscenza e autodeterminazione, alla valorizzazione della creatività e della partecipazione, allo sviluppo del senso di appartenenza a una comunità, nonché all’interazione fra culture diverse.  Accompagnati dalla pianista Andrea Donadio, unitamente ai Maestri collaboratori, Milva Coralluzzo e Maria Pia Leo, il viaggio inizierà dall’ Asia con Mae- e di Kentaro Sato, composta in memoria delle vittime del terremoto e dello tsunami del marzo 2011 in Giappone. Passaggio in Messico con Las Amarillas un tradizionale arrangiato da Stephen Hatfield con ritmi che devono essere molto incisivi ma con atteggiamento spensierato. Un assaggio di Moira Smiley, artista che sarà a Torino al Mito in settembre con uno dei suoi speciali arrangiamenti, Bring me little water Silvy, un tradizionale folk americano del 1936, resa popolare da Hudie Ledbetter, “Lead Belly”, per  proseguire con lo spiritual “Leti t Shine!”, nell’arrangiamento di Kari Ala-Pollanen divenuta oggi un inno per i diritti civili, e lasciare le Americhe su di un aereo per l’ Indonesia sul quale Susan Lindemark ha composto nel 2010, “Song of Hope”, una canzone che da allora è stata ampiamente diffusa e ha continuato a volare in tutto il mondo e cantata da giovani cori in praticamente tutti i continenti, “groovy” ed energica, influenzata dalle tradizioni della musica folk e dalla tradizione classica. L’ Oceania sarà rappresentata da Tihore Mai, un Karakia Maori, augurante pace e prosperità, e da Te iwi e, una potente canzone di benvenuto riecheggia il karanga delle donne, affabulante ospiti e visitatori attraverso una memoria condivisa dei propri cari che sono stati persi dalla terra, sia dalla guerra che dalle migrazioni. Pur mostrando dolore, i cantanti esprimono anche l’orgoglio della terra nei risultati di coloro che sono andati via in guerra, e in seguito, coloro che hanno trovato un nuovo modo di vivere nelle città. E siamo in terra d’Africa con Kuimba, una pagina di Victor C.Johnson, dedicata alla città dell’Angola che invita ad affidarsi al canto con cuori sereni, cantare vuol dire tirar fuori ciò che si ha dentro attraverso la propria voce e far in modo che arrivi a chi ascolta. Con Siyahamba, un inno sudafricano che è diventato popolare nelle chiese nordamericane negli anni ’90, che significa noi stiamo marciando nella lingua Zulu, una pagina capace di coinvolgere tutto il corpo, sbarcheremo in Europa. Il vecchio continente sarà evocato con Vuelie, melodia che ci porterà nel regno di Frozen. ll nome completo della canzone deriva dall’originale “Eatnamen Vuelie” di Fjellheim. Il pezzo originale era un mix tra una melodia ispirata allo yoik e un inno, chiamato Deilig er jorden – che significa “meravigliosa è la Terra”. Dai ghiacci al “Mare” di Marco Ferretti, compositore di Senigallia che punta su di un’arguta ritmica, ad una habanera “ecologica”, “Dicen que se muere el mar” di Joaquìn Madurga Oteiza.  Il viaggio terminerà naturalmente in Italia, con l’omaggio al Faber di Volta la carta, e ad Angiolina, una bambina un po’ più allegra, sempre se di allegria con De André si possa parlare che, nel turbine delle situazioni che le carte mostrano, s’innamora di un carabiniere, ma questo poi sparisce. La sua storia è a lieto fine: dopo aver imparato a dare il giusto nome alle cose, Angiolina diventa una donna sicura, pronta per l’altare e una vita gloriosa. Napoli culla della cultura con  Totò e la Tarantella da “Felicità”, il terzo inno d’Italia  ‘O sole mio e Regina de lu cielo (Madonna delle Grazie), un canto di devozione alla Madonna tipico di Somma Vesuviana di origine cinquecentesche, divenuto famoso grazie alla versione della Nuova Compagnia di Canto Popolare.

 

 




La trasgressione di Sergei Polunin in Sacrè

Successo di critica per l’unico spettacolo di danza proposto dal Cartellone del LXVII Ravello Festival

 Di LUCIA D’AGOSTINO

Quando la danza si fa carne e passione, sensualità e intensità espressiva corporea arriva lui, Sergei Polulin, classe 1989 nato in Ucraina e russo di adozione, la cui fama di “bad boy” del balletto lo precede ormai ovunque. Così, ancora una volta, venerdì scorso, il RavelloFestival diventa uno dei più suggestivi e bei palchi al mondo ad accogliere il linguaggio artistico contemporaneo attraverso la trasgressività creativa e fisica del ballerino con il volto di Putin tatuato sul petto. Sarebbe troppo facile ridurre il personaggio ad una astuta operazione di marketing sul suo passato di enfant terrible, che ha lasciato giovanissimo la carriera di primo ballerino del Royal Ballet di Londra: basta vederlo danzare, occupare lo spazio e riuscire da solo, o con altri comprimari, a catalizzare l’attenzione sulla capacità sconfinata che ha il suo corpo di esprimere la contraddittorietà delle emozioni umane. E se il mistero dei grandi ballerini è quello di farsi così leggeri da diventare aria, superando i limiti della gravità corporea, Polulin rivendica la pesantezza della carne proprio nel momento in cui la spinge a superare sé stessa. Uno spettacolo (l’unico nella rassegna di quest’anno dedicato alla danza) dal titolo “Sacré”, diviso in due parti, che ha incantato il pubblico confermando o rivelando a chi non lo conoscesse l’immenso talento di un danzatore che ha ancora molta strada da percorrere. Nel primo atto “Fraudoulent Smile”, coreografie di Ross Freddie Ray, Polulin ha diviso la scena con altri danzatori tra cui Johan Kobborg, ex principal del Royal Ballet, dando forma alla rappresentazione della condizione umana che ruota intorno alla ricerca di celare la sofferenza dietro l’apparenza e l’inganno. Le musiche del trio polacco klezmer Kroke rendono contemporanea questa riflessione eppure l’estetica dei costumi rimanda un po’ a quella della Berlino pre-hitleriana di “Cabaret” trasformando l’intima denuncia in qualcosa che coinvolge tutta la società, prima dell’irreparabile. Il secondo atto con al centro solo Polulin è la versione della “Sagra della primavera” di Igor Stravinsky che la danzatrice e coreografa giapponese Yuka Oishi sembra avergli cucito addosso, facendo rivivere la figura del leggendario ballerino russo Vaslav Nijinsky. Un assolo senza smagliature in cui, dimenticato il personaggio mediatico, ci si ricorda di quanto meravigliosa può essere l’arte grazie alla capacità di un solo uomo di farsi emblema dell’universo interiore di ciascuno.




Al Festival di Ravello il ‘700 di Mozart e Cimarosa

Sul Belvedere di Villa Rufolo, stasera alle ore 20 salirà l’Orchestra Giovanile “Luigi Cherubini” diretta da Jean Efflam Bavouzet

Di OLGA CHIEFFI

Ritorna stasera, sul palcoscenico del Ravello Festival alle ore 20, l’Orchestra Giovanile “Luigi Cherubini”, creata da Riccardo Muti, in cui applaudiremo anche la violinista vietrese Elena Nunziante e GianPaolo Del Grosso, corno della celebrata scuola costiera, e non ultimo un po’ di Salerno anche nel timpanista Simone Di Tullio, figlio d’arte della docente di Percussioni del nostro conservatorio MariaGrazia Pescetelli.  Sul podio il pianista Jean Efflam Bavouzet, che vestirà, “filologicamente” i panni di direttore e solista nei concerti mozartiani per pianoforte e orchestra in mi bemolle maggiore K. 449 e a in re minore K. 466. La ricerca di un suono nuovo, non solo più potente, ma anche più vario, ricco, diversificato è una indicazione preziosa per comprendere la matrice stilistica dei concerti per pianoforte e orchestra che Mozart scrive a Vienna. E in particolare dei due capolavori del genere in programma questa sera, i quali, a dispetto forse delle apparenze, non sono affatto oggetti sonori levigati e trasparenti, lontani da contrasti e da contraddizioni. Anzi, si collocano all’incrocio esatto tra due diverse tensioni. Per un verso sono l’espressione più compiuta del gusto medio manifestato dalle due classi dominanti della Vienna di fine Settecento: l’aristocrazia di corte vicina a Giuseppe II e l’alta borghesia urbana. Il K 499, si tratta propriamente di un “concerto da camera”, 2 oboi e 2 corni “ad libitum”, in cui il piatto della bilancia pende chiaramente, nell’equilibrio tra convenzione e sperimentazione, dalla parte della tradizione. Le spie più esplicite sono due: per un verso il rapporto olimpico, razionale, e perfettamente calibrato, tra il pianoforte e l’orchestra, che rimangono comunque due entità separate e indipendenti, per l’altro il ricorso alla modalità arcaica, preclassica, della scrittura contrappuntistica. Nell’Allegro vivace iniziale i due canonici temi principali vengono esposti nella introduzione orchestrale, ampia e solenne, mentre il solista risponde, dopo aver variato ed elaborato i due motivi, esponendo un nuovo tema spiccatamente cantabile. Lo stesso procedimento appare – dopo la parentesi di un Andantino che presenta un percorso armonico del tutto originale – nell’Allegro non troppo conclusivo: un movimento strutturato nella forma canonica del rondò-sonata in cui si intarsiano, con una certa spregiudicatezza stilistica, la galanterie dei tempi di danza con lo stile severo del contrappunto arcaico. Il concerto K466 con il suo Re minore d’impianto, tonalità che nutre la “poetica degli affetti”, allude esplicitamente a due dimensioni precise, entrambe legate alla poetica del tragos: per un verso lo spirito tragico, teatrale, dell’opera seria, per l’altro il tratto più intimo e meditativo, incarnato nell’ethos del dolore, della musica sacra. Tra questi due poli si muove, lungo l’arco dei tre movimenti, l’invenzione motivica e tonale di Mozart. Per la prima volta nella serie dei ventuno concerti pianistici di Mozart, il pianoforte non si limita a dialogare con l’insieme strumentale, mantenendo la sua indipendenza sonora, ma cerca insistentemente di integrare il proprio suono a quello dell’orchestra. A completare il programma due splendide sinfonie, quella del Matrimonio Segreto, di Domenico Cimarosa, in cui l’invenzione non conosce debolezze o cedimenti e quella delle Nozze di Figaro di Wolfgang Amadeus Mozart, musica di assoluta immediatezza dallo sfrenato impulso vitale nel suo aspetto sereno, di gioia dell’esistenza.




Sacrè: una bruciante modernità

Sergei Polunin sulle tracce di Vaslav Nijnsky, stasera alle ore 21, 30 sul palcoscenico del Ravello Festival per la Sacre du Printemps di Igor Stravinskij

Di OLGA CHIEFFI

Una bruciante modernità che evoca i fantasmi del primordiale questa è il “Sacre du Printemps” di Igor Stravinskij. Una partitura complessa di una violenza inaudita, ci attende questa sera sul Belvedere di Villa Rufolo, per la quale Stravinskij riandò alle origini pagane della Russia antica e le rivestì di una musica giudicata, allora, nel 1913, addirittura barbara. Il Ravello Festival attende questa partitura e il suo interprete , il ballerino Sergei Polunin, oggi alle 21.30, nell’ambito del programma culturale delle Universiadi di Napoli nell’ambito dello spettacolo Sacrè che comprende due coreografie. Il progetto artistico che Polunin interpreta insieme a un gruppo di danzatori con in testa il già Principal del Royal Ballet Johan Kobborg, fa rivivere l’atmosfera dei Ballets Russes di Diaghilev attraverso la figura leggendaria di Nijinsky, come il titolo Sacré suggerisce. Diviso in due parti, lo spettacolo prevede un primo atto, Fraudoulent Smile, con nove danzatori in scena tra cui Polunin firmato da Ross Freddie Ray su musiche del trio polacco klezmer Kroke. E’ qui che ci tornerà alla mente una pagina di Heschel, in cui afferma che la musica non è un prodotto dell’uomo, non è creazione nel senso consueto del termine, ma che essa sta nell’uomo, è la sua stessa vita, è il ritmo interiore ed esteriore che regola il suo comportamento, è la legge liberamente assunta che modula dall’interno ogni sua ora, è il tempo che prende forma e che non viene lasciato, così, fluire senza argini, come acqua su pietra. La danza rappresenta l’estremo tentativo umano di catturare l’uniformità del tempo nel suo scorrere ineluttabile e disperante, di piegarlo alla sua volontà creatrice, costringendolo in ritmi che esprimano le scansioni interiori della vita. Il secondo atto interamente danzato da Polunin sarà invece interamente dedicato al Sacre stravinskijano. La coreografia di questo assolo si deve alla danzatrice giapponese Yuka Oishi cresciuta all’Hamburg Ballet di John Neumeier, già collaboratrice di Natalia Osipova per i progetti contemporanei da lei intrapresi a Londra prodotti dal Sadler’s Wells, per un evento che è una coproduzione della Fondazione Ravello e Fondazione Campania dei Festival in collaborazione con ATER – Associazione Teatrale Emilia Romagna, sempre attenta con Bigonzetti alle grandi produzioni contemporanee che guardano al luminoso passato della grande danza. Un balletto profetico il Sacre, perché fece piazza pulita di ogni illusione e, sia pure per metafora, riportò le coscienze alla loro verità, niente affatto buonista e consolatoria. NiLa postura, anziché essere aperta e ruotata en dehors come si richiede nel balletto, è tutta chiusa in se stessa, in en dedans. Questa postura chiusa, rattrappita, conferisce pesantezza ai danzatori, i cui movimenti risultano goffi e animaleschi, al contrario del linguaggio estetico dell’eleganza della verticalità, della leggerezza. Anche Nijnsky al tempo sconvolse la tecnica coreutica, inventando una postura costrittiva, che privava il movimento della grazia e dell’ampiezza per forzare a movimenti ruvidi e brutali. La gestualità brusca, con le mani serrate a pugno, il corpo spesso scosso da tremolii, i salti senza plié. Spesso la parte inferiore del corpo teneva un ritmo differente rispetto alla parte superiore. Ne nacque una coreografia troppo nuova e sconvolgente per il pubblico di allora, che non riusciva a sopportare né i suoni né i movimenti dei ballerini. Polunin omaggerà proprio Nijnsky e il suo aspetto psicologico, attraverso una forte componente interpretativa, che lega il secondo atto alla prima parte dello spettacolo. Il fil rouge – letteralmente, in quanto compare durante la coreografia una corda rossa che arriva ad imbrigliare e a sopraffare completamente il danzatore nel finale – lega infatti le due proposte coreografiche all’insegna della recitazione e del simbolo: la corda sembra innalzarsi a sintomo dell’incomprensione e dell’opprimente giudizio da parte della società, fino a portare all’emarginazione e alla solitudine del singolo additato come diverso evocato dalla squassante musica stravinskiana.

 

 




Cameron Carpenter e l’organo Tamburini

Concerto di elevato spessore tecnico, del virtuoso organista americano, nonostante l’interruzione per amnesia sulla Passacaglia e fuga in Do Minore BWV 582 che lo ha costretto ad interrompere per qualche minuto il concerto.

Di ARISTIDE FIORE

Nella splendida cornice della cattedrale di Salerno, l’organo costruito nel 1954 dalla prestigiosa ditta Tamburini di Crema, e revisionato dalla stessa per l’occasione, ha allietato un nutrito uditorio con le esecuzioni bachiane e le improvvisazioni del Maestro Cameron Carpenter, celebre giovane virtuoso di questo strumento. L’evento, organizzato dal Maestro Massimo Fargnoli, già direttore artistico dell’Orchestra Scarlatti della RAI di Napoli e qui in veste di presidente dell’Associazione Musicale Napoletana, e dovuto anche all’amore per la musica e alla consueta disponibilità del parroco, don Michele Pecoraro, è compreso nel programma di intrattenimento stilato per le Universiadi 2019, che, come è noto, si stanno svolgendo nella nostra regione. Di Johann Sebastian Bach sono stati eseguiti il Preludio e Fuga in Re Maggiore BWV 532, la Sonata in trio in Re Minore BWV 527 (Andante – Adagio e dolce – Vivace) e il Preludio e Fuga in La Minore BWV 543. In seguito è stata la volta di una rivisitazione dello stesso Carpenter, il suo Pastel on Bach’s ‘Bist du bei Mir’ (Se tu sei con me) BWV 508, aria in realtà scritta da Gottfried Heinrich Stölzel benché una sua versione sia stata riportata nel taccuino di Anna Magdalena, seconda moglie di Bach, e quindi compresa nel catalogo delle opere di quest’ultimo. Anche le esibizioni di artisti di chiara fama possono incorrere in piccoli inconvenienti che, sebbene nell’immediato possano suscitare sorpresa e lieve turbamento, spesso contribuiscono a renderne più vivo il ricordo ma soprattutto a rafforzare il sentimento del pubblico nei loro confronti. È dunque capitato che un simile inciampo si sia manifestato anche in quest’occasione. Mentre scorrevano le note della Passacaglia e Fuga in Do Minore BWV 582, si è verificato un piccolo colpo di scena, che ha comportato un’improvvisa interruzione: stando a quanto dichiarato dallo stesso interprete, un inspiegabile vuoto di memoria, forse una perdita di concentrazione dovuta al caldo, come dimostrato dal ritmico sventolio dei programmi di sala che ha accompagnato l’intero concerto, o piuttosto all’emozione determinata dalla bellezza e dalla solennità del luogo, come pare abbia ammesso lo stesso musicista al suo arrivo in cattedrale, nell’imminenza del concerto. Di sicuro l’accaduto ha rivelato il lato umano di un esecutore impeccabile, incontrando la comprensione del pubblico e incrementandone l’affetto, ampiamente espresso al ritorno del Maestro per la ripresa, con l’arcinota Toccata e Fuga in Re Minore BWV 565 per poi passare alla seconda parte, dedicata in prevalenza all’apporto di Cameron, prima con il suo arrangiamento della Suite francese n° 5 BWV 816, originariamente scritta per il clavicembalo (1. Allemanda; 2. Courante; 3. Sarabanda; 4. Gavotta; 5. Bourrée; 6. Loure; 7. Giga), e infine all’improvvisazione, con una sinfonia in tre movimenti piuttosto vivaci, ricca di accenti vagamente jazzistici. Congedandosi da un pubblico plaudente, levatosi in piedi per l’entusiasmo, Cameron ha offerto una sontuosa esecuzione di “Moon river” di Johnny Mercer e Henry Mancini, il tema reso famoso dal film “Colazione da Tiffany”, con Audrey Hepburn e George Peppard, sfruttando sapientemente tutte le potenzialità dello strumento per raggiungere il cuore di ogni ascoltatore.




Concerti d’Estate tra libri e musica

 

Doppio appuntamento, domani 10 luglio per la XXII edizione della rassegna: Preludio Noir “Una favolosa estate di morte” di Piera Carlomagno, presso la Sede Fondazione Menna, alle ore 20, St.Benedict’s School Youth Big Band Choir and Percussion Ensemble Conductor Christopher Eastwood all’Area Archeologica di Fratte, alle ore 21

 

 

Libri e musica, mercoledì 10 luglio, per la XXII edizione dei concerti d’Estate di Villa Guariglia in tour, organizzata dal C.t.A. di Salerno, che si svolgerà tra i Saloni della Fondazione “Filiberto Menna” dove alle ore 20 per Preludio Noir, sarà presentata l’ultima opera di Piera Carlomagno   “Una favolosa estate di morte”, in libreria per le edizioni Rizzoli, e a seguire, alle 21, nell’aerea archeologica di Fratte, la St. Benedict’s School Youth Big Band, Choir and Percussion Ensemble, diretta da Christopher Eastwood, direttamente da Londra, prescelta per ritirare il premio alla memoria “Emidio Cecchini”. Un riconoscimento, che è occasione per ricordare il compianto Presidente di Acli Arte e Spettacolo, scomparso prematuramente, un tributo all’uomo, al dirigente ed all’artista che ha saputo tramutare in impegno sociale, il suo talento artistico e professionale. I giovanissimi strumentisti che bisseranno il concerto l’11 luglio nella splendida cornice del Porto di Cetara e il 12 luglio nella piazza di Aquara, proporranno un programma composito tra il pop americano, colonne sonore di film e il musical. Gli amici della Fondazione Menna presenteranno il libro che vivrà un reading dell’autrice, supportata da Domenico Andria al basso e Stefano Giuliano ai sassofoni. La protagonista de’ Una favolosa estate di morte, è la patologa e antropologa forense Viola Guarino, specialista nel leggere la scena del crimine e sostenitrice dei più avanzati metodi d’indagine. L’antropologa forense, però, porta addosso un passato che rimanda alle credenze dell’antica Lucania. L’estate di Viola, passata in sella alla sua moto tra le province di Potenza e Matera, viene sconvolta dall’omicidio di due amanti. Insieme al procuratore Ferrara, Viola dovrà risolvere un mistero che intreccia speculazioni illegali e vecchi rancori, svelando il volto feroce della provincia. Ci si sposterà, quindi nell’Area nell’aerea archeologica di Fratte, per l’esibizione della St. Benedict’s School Youth Big Band, Choir and Percussion Ensemble, diretta da Christopher Eastwood, che proporrà una scaletta eterogenea. Sarà il coro a cominciare con Where Do I Begin? un brano musicale pubblicato nel 1970, composto dal musicista francese Francis Lai. Il brano è stato pubblicato per la prima volta in versione strumentale nel film Love Story del 1970, diretto da Arthur Hiller. Si passerà, quindi a California Dreaming, di The Mamas & The Papas. La canzone fu scritta nel 1963 da John e Michelle Phillips, i principali componenti del gruppo, durante la loro permanenza a New York. La canzone è stata oggetto di molte cover da parte di band e cantanti statunitensi e stranieri: tra gli altri i Dik Dik nel 1966, e Jimmy Fontana nel 1968, entrambi con il testo tradotto da Mogol con il titolo Sognando la California, José Feliciano (1968), i Beach Boys (1986), Jann Arden (2007) ed inoltre gli America l’hanno eseguita dal vivo in diversi concerti. Il primo set sarà chiuso da Always There, un successo del 1975 di Ronnie Laws e William Jeffery, ripresa nel 1991 da Incognito e Jocelyn Brown. Le percussioni presenteranno, invece The Typewriter, emulando Jerry Lewis in un particolare brano strumentale scritto da Leroy Anderson nel 1950, ed eseguito per la prima volta dalla Boston Pops Orchestra, prima di passare ad “Under the Sea”, tema celeberrimo del film La Sirenetta, con la marimba a far da padrona, e ancora Just can’t get enough una canzone scritta da Vince Clarke e portata al successo dai Depeche Mode nel 1981. Fine secondo set con Blue Monday, un singolo del gruppo musicale britannico New Order. Composto dai membri del gruppo Gillian Gilbert, Peter Hook, Stephen Morris e Bernard Sumner, è in assoluto uno dei loro brani più celebri, divenuto col tempo un vero e proprio classico della scena club-dance mondiale ed un’opera seminale per la musica elettronica tutta, ispirando pure diversi artisti della scena sia indipendente che mainstream. I Pafties un piccolo ensemble a cappella, ha scelto per il pubblico salernitano “Side by Side”, un song del 1927, per proseguire con Molly Malone che appartiene alla cultura musicale popolare gaelica ed è dedicato ad una figura di dubbia esistenza storica, convenzionalmente identificata con una giovane pescivendola del villaggio di Howth, a nord di Dublino, morta in giovane età a causa di una non meglio specificata febbre. Per il finale entrerà in scena la Big Band, che spazierà da Thriller di Michael Jackson, un simbolo degli anni ’80 che nasce con l’idea di amalgamare la Black alla White music, creando una melodia interraziale in grado di “toccare le corde” di chiunque e unificare il vasto mercato fino ad allora raramente e difficilmente coinvolto attraverso altri grandi nomi del rock e del pop a Take on Me la prima canzone della band norvegese a-ha, pubblicata nel 1984. E siamo a “Soul Bossa Nova” composta, da Quincy Jones concepita di getto, in non più di 20 minuti, chiedendo poi a Rahsaan Roland Kirk di suonare il celebre solo al flauto. Fu concepita di ritorno da una tournée brasiliana di Quincy Jones con Dizzy Gillespie, quando la bossanova e il latin-jazz stavano cominciando a farsi conoscere a livello internazionale. Ancora un classico degli anni ‘80 con Eye of The Tiger una famosa canzone della rock band statunitense Survivor, scritta da Jim Peterik e Frankie Sullivan, che ha riscosso un notevole successo grazie soprattutto alla sua inclusione nella colonna sonora del film Rocky III. La canzone, infatti, tratta della vita di ogni tipo di lottatore di strada, invita a rialzarsi dopo la solitudine passata, a non cedere mai e chi lo fa è in grado di guardare tutti con gli “occhi della tigre”. È ricordata per il suo riff di chitarra e per il suo ritornello granitico. Finale affidato a Supertition, di Stevie Wonder, datata 1972. Il clavinet che segue il ritmo introduttivo della batteria è una combinazione di incastri irripetibili nella storia della musica tutta. E tutto quello che verrà etichettato come disco-music verso la fine dei Settanta deve molto più di qualcosa a questo brano (il fortunato sound dei Bee Gees è solo uno degli innumerevoli rimandi futuri). Una magia che avrà ben pochi uguali nella musica black generalmente intesa come tale e che dominerà le piste di tutto il mondo. Il testo è inoltre una feroce critica alla superstizione, intesa come male da debellare e da cui fuggire a gambe levate.