Raffella Nunziante: Pecchè non ce ne jamm’ in America?

La pianista vietrese partita il 4 luglio 2015 per New York tornerà in Costiera solo per impalmare Steven Reina, conosciuto sull’aereo per gli States

Di OLGA CHIEFFI

Why don’t we go all together in America? Pecché nun ce ne jamm’ in America? cantava Renzo Arbore qualche anno fa. Il taglio netto, quel tuffo in acque profondissime di cartesiana memoria, una risoluzione dolorosa, per poi gioiosamente “rinascere”, ha scelto di compierla il 4 luglio, una data particolare, giorno dell’Independence Day americano, del 2015, la pianista vietrese Raffaella Nunziante. Plurititolata in Italia, dal pianoforte alla strumentazione di banda, dal corno alla laurea in lingue e letterature straniere, accompagnatrice al pianoforte in diversi master internazionali, quel 4 luglio di quattro anni fa, era sull’aereo per New York, per trascorrere un mese in vacanza nella grande mela. Vicino a lei sedeva un ragazzo dal naso decisamente intrigante. Sembra l’incipit di un film e così è stato: da quel giorno Raffaella e Steven Reina, “affatati” da un colpo di fulmine, non si sono più lasciati. Comincia, così, il new deal di Raffaella, figlia d’arte di papà Gerardo, clarinettista, stellina del Conservatorio “G.Martucci” di Salerno, la quale ha scoperto il suo amore per l’insegnamento del pianoforte ai bambini quando ha iniziato a lavorare presso una scuola media pubblica in Italia. Ha insegnato per quattro anni prima di decidere di cambiare radicalmente la sua vita, trasferendosi a New York per perseguire il suo sogno di diventare musicista e insegnante all’estero. Lì ha conseguito la laurea magistrale in Music Education presso l’Hunter College, abilitandosi,  così all’insegnamento della musica dalle scuole elementari alle superiori. Attualmente insegna alla Noel Pointer Foundation e alla scuola di Pianoforte di New York, lavorando come assistente del Direttore di Parliamo Italiano, presso l’Hunter College, nonché come docente di italiano. Recentemente ha ricevuto un invito a diventare membro dell’ Hunter College, l’ Università Civica di New York, da parte della Golden Key International Honor Society, per i suoi eccezionali risultati accademici e la proposta di insegnamento in un liceo musicale dell’Upper East Side. In questo lasso di tempo Raffaella ha avuto numerose esperienze, trasmettendo il proprio sapere ad allievi di diverse culture dagli ebrei agli afro-americani, dagli italiani agli asiatici, continuando ad apprendere tradizioni musicali, praticamente da tutto il mondo. Il mondo musicale newyorkese è ben diverso dal nostro. Raffaella, con la quale c’intratteniamo sui social, ci ha raccontato del suo esordio al Metropolitan. “Ero andata lì per vedere La Bohème – riferisce Raffella – ero emozionatissima perché era sempre stato il mio sogno mettere piede in quel teatro. Tutti vestiti così eleganti, io avevo fatto del mio meglio, eppure sembravo una persona mal vestita. In ogni caso, entro, oltrepasso la hall, le mie gambe tremavano. Inizio a scendere le scale rosse e… faccio un rotolone ritrovandomi ai piedi della rampa.  Il bello di New York? Nessuno si degna nemmeno di guardarti, quindi mi rialzo e ridendo come una scema, recupero in tutta fretta la mia poltrona in platea”. Attendiamo Raffaella insieme a Steven in luglio per incontrarla, vestita di bianco, nel giorno delle sue nozze, nello splendore abbagliante della luce della Divina.

 

 




La profezia di Pier Paolo Pasolini

 

Successo di critica e pubblico per lo spettacolo “Come pazzi in mezzo al cielo”, firmato da Antonio Grimaldi, presentato presso il Foyer Cafè

 

Di ARISTIDE FIORE

Buone vibrazioni fra il pubblico accorso, lo scorso venerdì sera, presso il Foyer Cafè di Via Laspro, per assistere alla performance teatrale dal titolo “Come pazzi in mezzo al cielo”, concepita intorno alle parole di Pier Paolo Pasolini, frutto di un laboratorio al quale hanno preso parte due ragazzi richiedenti asilo, Bamusa Conta e Paulin Kouassi Koffi, insieme a Alfonso Tramontano Guerritore, Emilia Verde, Mauro Vernieri, Lucia Gallotta, Raffaella Napoli, Seid Visin, Lucia Sessa, Federica Stellavatecascio, Rossella Cerrone, Anna Criscuoli, Gemma De Cesare, Gianluca De Stefano. Secondo il regista Antonio Grimaldi, “il lavoro indaga il bisogno di integrazione e di accoglienza, inteso come l’atto naturale e umano di riconoscere il ‘diverso’ da me”. Questo riconoscimento progressivo si manifesta in scena attraverso una successione di incontri. Si comincia con un immaginario dialogo tra il poeta e l’Italia, che si ritrovano e si riconoscono nel confronto tra attualità e costume degli anni sessanta e settanta e quelli odierni. Poi è la volta dell’incontro fra popoli immaginato da Pasolini. Un ragazzo africano incede trascinando una bandiera, un tricolore, come se fosse tutto ciò che gli resta di un sogno che tuttavia non vuole abbandonare. Sembra che tenti di riafferrarlo addormentandosi avvolto in quel vessillo, come un eroe morto per difenderlo, come coloro che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere ciò che rappresenta. Nei versi di “Profezia”, recitati a turno intorno a quel corpo, si manifesta l’esodo di genti povere ma portatrici di nuovi fermenti, che si fanno riconoscere come simili negli aspetti più elementari, nel mangiare, nel pensare ai propri figli e vedere in loro il futuro, la continuazione della vita in un altrove più ricco di possibilità. Estranei al punto di far propri gli ambiti in cui sono stati relegati, il sottosuolo, il fondo del mare e il cielo, governati da leggi al di fuori della legge, sono destinati a determinare i cambiamenti e il progresso di cui ogni incontro di civiltà, pacifico o meno, è foriero. Eccoli, quindi, tutti insieme, immigrati e autoctoni, pronti a giocarsi la vita. Tutti “numeri dieci”, unendo le aspirazioni occidentali al successo e al protagonismo e la voglia di riscatto e normalità degli ultimi arrivati. Nascono nuove vite, ma i contrasti non mancano, e qui sono le parole de “Il Vangelo secondo Matteo”, che ci portano ancora più in fondo alla visione pasoliniana proiettata sul presente: prendersi cura del nuovo Cristo venuto dal mare ma anche rinnovarne il tradimento. Riecheggiano gli scritti corsari, il rammarico per una cultura popolare morta per sempre, per un’omologazione più schiacciante di qualunque dittatura. Come ritrovare ciò che è perduto? Forse riscoprendo la propria e l’altrui umanità, ripensando agli affetti più cari e riconoscendosi nei nuovi ultimi, stranieri o autoctoni. Lo spettacolo si chiude invitando il pubblico a contemplare la scena finale e a penetrarvi anche fisicamente, deponendovi un fiore. Si fa ricorso, per questo, a uno di quei tableaux vivants che ricordano il cinema pasoliniano sia per il modo di comporre le inquadrature sia per il ricorso diretto a questa forma di rappresentazione, come ne’ “La ricotta” in “Rogopag”, 1963. Ed è proprio la Deposizione del Pontormo (1526-1528), rappresentata in quel film, che viene riproposta, opportunamente rivisitata, con chiare allusioni al dramma dei tanti Alì dagli occhi azzurri.




Il Frigidaire di Facebook

Continua la Stagione Mutaverso Teatro, firmata da Vincenzo Albano, che questa sera, alle ore 21,00, all’Auditorium del Centro Sociale di Salerno, propone “SocialMente”, unica data in Campania

Di OLGA CHIEFFI

Sul palcoscenico del Centro Sociale di Salerno, questa sera, alle ore 21, andranno in scena i lati oscuri della generazione di nativi digitali: l’isolamento, la bulimia di immagini e messaggi, i desideri scivolati via nel buco di una stanza, le frasi deliranti, la voglia di evasione che non prende forma se non su di un video o su di una chat. L’ideatore della Stagione Mutaverso Teatro, Vincenzo Albano, di Erre Teatro ha, infatti, invitato la Frigoproduzioni – Gli Scarti, che rappresenterà  “SocialMente”, un’esclusiva del cartellone, essendo unica data in Campania, ideato, diretto ed interpretato da Francesco Alberici e Claudia Marsicano i quali, dopo essersi conosciuti alla scuola di teatro di Quelli di Grock, hanno realizzato lo spettacolo che ha riscosso grande successo, collezionando numerosi riconoscimenti: è infatti vincitore della Borsa Pancirolli 2014; del Festival Young Station 2014; dell’OFFerta Creativa 2014. Claudia Marsicano ha vinto, poi, il Premio Ubu 2017 come Migliore Attrice Italiana Under 35. SocialMente presenta due giovani catturati dalla inesorabile morsa della cristallizzazione del tempo, la mancata presa coscienza di sé, l’assenza di costruzione di relazioni e responsabilità del ruolo che si ricopre nella società, generante un congelamento della crescita che li fa rimanere bambini richiedenti costantemente di essere al centro dell’attenzione. Per di più, i protagonisti di SocialMente, sono una ragazza obesa, persa nel sogno di diventare una cantante di successo sul modello dei talent show e un ragazzo dall’aspetto allucinato e dal pallore cadaverico per la scarsa propensione a uscire all’aria aperta, praticamente due zombie che fissano nel vuoto, vivono tra lo schermo del televisore e un frigorifero con la F di Facebook. SocialMente diventa così la fotografia-denuncia del mondo in cui ci muoviamo. Un piano alternativo, parallelo alla vita reale, in cui accadono cose vere. Milioni di persone hanno una sorta di dipendenza da social, una overdose che ha innumerevoli conseguenze. Prima fra tutte il distacco dalla realtà, unitamente a l’ansia che il rapportarsi costantemente con gli altri genera. Quindi, i social media devono essere considerati unicamente uno strumento, come il telefono o la TV, che si evolve e che va utilizzato nel modo migliore possibile. Presto innovazioni come l’integrazione del web con la realtà virtuale renderanno ancora più intrigante questo universo parallelo, ampliando lo spettro di sensazioni e di emozioni che potranno essere provate. L’importante è riuscire a mantenere un distacco sufficiente e non essere pigri, fisicamente, mentalmente e SocialMente, per non tornare a scheggiare le pietre.




In un mare di musica con Sal da Vinci

Evento speciale al Teatro Verdi nel week-end, che ospiterà sul prestigioso palcoscenico, lo spettacolo “Sinfonie in Sal Maggiore…reloaded”

Di OLGA CHIEFFI

Fa scalo al teatro Verdi di Salerno, sabato alle ore 21 e domenica, in pomeridiana alle 18, il bastimento di Sal Da Vinci, che porta a bordo un’orchestra di 50 elementi, una band d’eccezione, composta da Maurizio Bosnia, alle tastiere, Gianluca Mirra alla batteria, Gaetano Diodato al basso, Sasà Dell’Aversano e Ciro Manna, alla chitarra e Antonio Mambelli alle percussioni, attori e ballerini, sulla quale saliremo, per sbarcare a New York. La metafora è letta. E’ quel viaggio che i nostri avi fecero per inseguire il lavoro, il sogno americano, andando a far parte con il carisma della nostra “millenaria” cultura, in ogni campo, di quel melting pop che è la caratteristica degli States. Timoniere della nave, il direttore della composita formazione Adriano Pennino, per uno spettacolo scritto dallo stesso Sal Da Vinci in coppia con Ciro Villano. Il Mare Nostrum, che ha quale centro Napoli, la banchina di Santa Lucia, tocca le sponde di tre continenti e andar per mare, lasciare il porto sicuro, per andare a conquistare il quarto, abbisogna di una cartografia che sovverta le certezze, invece di fissare coordinate precise. Così, “Sinfonie in Sal maggiore”, offrirà un paesaggio acustico fluido ed evocativo, perché dai suoni trapelano storie, con la loro densità affettiva e la loro costitutiva eccedenza rispetto a tempo e luoghi. Riflettori accesi su Sal Da Vinci, ma anche su rappresentanti di grandi famiglie musicali che sono entrate di forza nella storia della musica napoletana, a cominciare da quella dello stesso cantante figlio dell’indimenticato Mario Da Vinci. La nave, quindi, è anche quella con cui partì Mario per l’America insieme a Domenico Modugno, protagonisti del musical “Orsa maggiore”, dopo il quale la United Artists lo mise sotto contratto, permettendogli così di poter portare a New York la moglie con i primi due figli e dove Salvatore, Sal, nacque, mentre papà Mario lanciava “Mamma ‘e Napule”. Sabato sera, su questa nave applaudiremo anche Francesco Da Vinci, il figlio di Sal, promessa del calcio, capo della banda dei Talebani nella III serie di Gomorra e, naturalmente, musicista, con un cognome “pesante” in eredità, al suo debutto discografico con “Via da noi”, il quale darà voce al giovane marinaio, inserito in una minima compagnia d’attori tra cui Gianni Parisi, che sarà il comandante, Floriana De Marino e lo stesso Ciro Villano, i passeggeri, unitamente a due clandestini/ballerini, impersonati da Patrick King e Sarah Grether, che trasformeranno il concerto in varietà d’altri tempi. In orchestra, le trombe regine, in rappresentanza di due altre grandi schiatte di musicisti napoletani, quella dei Fiscale con Giuseppe (il padre Oreste era il batterista di Mario Merola) e quella dei Campagnoli con Gianfranco, fratello di Enzo: a loro è affidato il clou della scaletta, che offre anche una linea “latin” a certi arrangiamenti, “El cantante” il  brano composto da Rubén Blades, soundtrack dell’omonimo film diretto da Leon Ichaso e prodotto da Marc Anthony e Jennifer López in omaggio al grande artista, portoricano Hector Lavoe, tra i creatori della salsa. Le canzoni in programma attraversano per intero il patrimonio musicale partenopeo e italiano che approderà nella grande mela, con “New York, New York”, l’omaggio personale di Sal Da Vinci a The Voice, passando per “Luna Rossa”, “Caruso“, “Un amore così grande” dell’impareggiabile Claudio Villa,  “L’immensità” di Don Backy, “Vent’anni” di Massimo Ranieri, “Il mondo” di Jimmy Fontana, e i medley delle canzoni più belle di Renato Carosone e Pino Daniele, che fanno parte della storia collettiva e dei vissuti individuali raccontati in musica, portatori anche di un ricco patrimonio di “bellezza”: il fascino della melodia, la capacità di improvvisazione, la “libertà” di “rivestire di sé” un canto, la capacità di creare e usare metafore profonde e sorprendenti, l’originalità di melodie uniche, la forza del sentimento “vero” contro ogni divieto “artificioso”, il senso di ribellione alle ingiustizie, l’umorismo con cui affrontare le peripezie della vita.

 




Raccontami, una passeggiata devota tra i Maestri del Novecento

Questa sera, alle ore 21, Isa Danieli sarà ospite del cartellone teatro contemporaneo presso la Sala Pasolini di Salerno

Di OLGA CHIEFFI

Isa Danieli, accompagnerà il suo pubblico, questa sera, in un lungo omaggio ai maestri che ha incontrato nel suo viaggio teatrale. “Raccontami una passeggiata devota” una specie di cunto, i cui addendi sono nomi che vanno da Annibale Ruccello, a Roberto De Simone, passando per Erri De Luca ed Eduardo De Filippo, verrà presentato il 12 febbraio alle ore 21 alla Sala Pasolini di Salerno. Il viaggio di Isa Danieli attraverso il dolore del mondo partirà da un brano di “Regina Madre” di Manlio Santanelli, dove interpreta una madre con un figlio ormai cinquantenne che ritorna a casa col pretesto di assisterla per le sue infermità per poi usare la vicenda per scopi giornalistici. Si prosegue con Donna Clotilde, personaggio tratto da Ferdinando commedia di Annibale Ruccello, la borbonica baronessa altera e fiera, capace di perfidia, ma anche di piccoli momenti di nostalgia. Si toccano punte drammatiche, raccontando tragici momenti di violenza e sopraffazione con Allegretto (per bene…ma non troppo) di Ugo Chiti. Con In nome della madre di Erri De Luca l’attrice delinea gli aspetti della donna, il suo ruolo nella società, le oppressioni, ma anche la forza di resistere a queste, andando contro i preconcetti e le leggi. Un omaggio a Edoardo De Filippo, suo maestro negli anni giovanili, con il monologo di Chiarina in “Bene mio e core mio”, in cui si mette in luce un complesso rapporto possessivo di una sorella nei confronti del fratello, e con le parole finali della celeberrima commedia eduardiana Napoli Milionaria in cui il protagonista nella battuta “Ha da passà a nuttata” racchiude la speranza di un miglioramento davanti al quadro impietoso e diruto dei suoi congiunti e degli anni bui del secondo dopoguerra. Momenti del secondo conflitto mondiale vengono mostrati anche in alcune scene di Luparella di Enzo Moscato, dove emerge la bestialitas umana, una guerra contro un nemico a oltranza, senza nessun rispetto per i corpi, per le anime, per l’altro. La chiusa del reading e del viaggio nella sua carriera, la Danieli l’affida a Dedica segreta di Roberto De Simone, autore della opera teatrale La gatta Cenerentola con cui la Danieli ha ottenuto il grande successo che l’ha consacrata al pubblico italiano. Un inno a tutte le donne, che portano sulla loro pelle i segni delle loro lotte, dalle schiave africane alle streghe bruciate vive, dalle braccianti agricole che si levano alle cinque del mattino e si ritirano alle sette di sera, che “col loro sudore resuscitano ogni anno il ritorno del grano”, alla cameriera delle case dei ricchi napoletani, dove “la figlia della signora, travestita da rivoluzionaria, le dice: “Maria, puliscimi le scarpe”. E lei ubbidisce perché l’altra non sa che da sempre e solo lei è la Madonna”. Un percorso che rivela le poliedriche abilità di Isa Danieli, la sua innata duttilità a passare dai ruoli drammatici a quelli comici con immediatezza e naturalezza come quella di una grande signora del teatro italiano. Un reading che attraversa le principali figure che hanno fatto comparsa nella vita della celebre Isa Danieli. Signora del teatro italiano, a sua volta figlia di artisti, Rosa Moretti, voce di Radio Napoli, e Renato Di Napoli, attore. I suoi primi momenti sul palco sono al fianco di sua madre e suo zio nell’ambito della sceneggiata napoletana. L’interesse per il teatro eduardiano la spinge a scrivere una lettera a Eduardo De Filippo per esprimere il desiderio di lavorare con lui, da lì l’inizio di un sodalizio con il suo principale mentore.




Una dinamica macchina di resilienza

Applausi al Teatro Verdi di Salerno per “Dieci storie proprio così – terzo atto” da un’idea di Giulia Minoli, evento della rassegna di teatro Civile

Di ARISTIDE FIORE

Si deve a Giulia Minoli l’idea di rendere presenti su un palco i protagonisti del conflitto interminabile con la criminalità organizzata: parenti di vittime, testimoni, pentiti, volontari, mediante i quali dar conto dei molteplici aspetti della sindrome italiana, il male che affligge questo Paese fin dalle sue origini, prima come fenomeno locale, a scala regionale, e poi diffusosi nell’intero territorio nazionale, come un inarrestabile rilascio di metastasi. “Dieci storie proprio così – terzo atto”, approdato al massimo cittadino, è parte di un progetto più ampio (“Il palcoscenico della legalità”), tuttora in corso, articolato in tre ambiti operativi: gli altri due, di natura formativa, sono la conduzione di laboratori propedeutici alla visione dello spettacolo rivolti agli studenti e la formazione relativa ai mestieri del teatro negli istituti penitenziari minorili. Si tratta insomma di una specie di “macchina della resilienza”, che, nell’affrontare un problema complesso, offre anche un contributo alla sua soluzione attraverso iniziative concrete. Per quanto concerne lo spettacolo, la drammaturgia è in continua evoluzione sia per l’esigenza di ottenere una sintesi dinamica, che tenga conto cioè dell’attualità, dell’urgenza di dar conto di fatti o di contesti nuovi, sia per il continuo adattamento alla sensibilità dell’uditorio o di tutte le realtà coinvolte nel progetto. La regia di Emanuela Giordano prevede un atto unico intervallato dalle musiche di Tommaso Di Giulio, eseguite da Leonardo Ceccarelli alle chitarre e Paolo Volpini alla batteria: un supporto robusto ma essenziale, così come la scena vuota in cui agiscono i personaggi interpretati da Maria Chiara Augenti, Daria D’aloia, Vincenzo D’amato, Valentina Minzoni e Alessio Vassallo, che si avvicendano in dialoghi e monologhi per raccontare esperienze reali o rappresentare scene realmente accadute o anche situazioni immaginarie, simboliche: interviste, interrogatori, tentativi di corruzione. Basta poco per far rivivere chi abbia scelto di gettare la maschera, di metterci la faccia, di rischiare in prima persona per abbattere sistemi inveterati o per costruirne di nuovi, inclusivi e sani. Al massimo un’inflessione dialettale aggiunta alla bisogna a una caratterizzazione comunque convincente. Una certa enfasi sembra avvolgere dei blocchi composti in vari modi su un tavolo per rappresentare episodi di speculazione edilizia, l’erezione di complessi commerciali, residenziali o addirittura statali. In qualche modo, quei prismi simboleggiano, più in generale, la “roba” e, di riflesso, l’insaziabile avidità che anima i tanti meccanismi perversi che infettano la società, che ne inceppano e deviano i processi sani, legali. Sono soprattutto i piccoli ostacoli, a infastidire lor signori. Di grandi, forse, non ne hanno mai incontrati. I pochi che hanno detto di no, hanno denunciato, hanno voluto sapere e divulgare qualche particolare di troppo, vincendo le paure proprie e dei familiari, sono diventati spesso dei bersagli facili, svantaggiati dal proprio isolamento, dalla propria eccezionalità. Quando tuttavia sono riusciti, magari pagando un tributo pesantissimo, a opporsi allo stato delle cose, all’omertà e all’assuefazione, da ogni piccolo colpo al sistema si è aperta una crepa sempre più ampia, che ha portato a inchieste, sequestri, cambiamento di atteggiamento da parte di intere comunità o almeno di loro porzioni significative. Sono i semi della riscossa, i germi di un Vespro smisurato che libererebbe finalmente il Paese, se tutti lo volessimo, se fosse un paese normale.




In cerca di fortuna sul pianeta rosso

Questa sera, alle ore 21, la stagione Mutaverso Teatro, firmata da Vincenzo Albano presenta la Compagnia Vico Quarto Mazzini in “Vieni su Marte”

Amadeus

L’Auditorium del Centro Sociale ospiterà questa sera, alle ore 21,00, nell’ambito della Stagione Mutaverso Teatro, firmata da Vincenzo Albano, la Compagnia Vico Quarto Mazzini in “Vieni su Marte”, prima data in Campania, in sinergia con Nest – Napoli Est Teatro. Lo spettacolo, diretto e interpretato da Michele Altamura e Gabriele Paolocà, per la drammaturgia di Gabriele Paolocà, è giocato sull’idea di “partenza”. E’ stato avviato un progetto dal nome Mars One con l’intento di costruire una colonia permanente su Marte. Per essere selezionati si deve postare un video su internet in cui motivare il desiderio di divenire per sempre “marziani”. Le candidature arrivate sono state su per giù centomila. Il progresso dell’umanità, il fascino della scoperta, essere protagonisti del futuro, questi gli argomenti principali a sostegno delle candidature. Qui finisce la verità (www.mars-one.com).Ora, nella finzione, si cercherà di fare i seri. Cos’è che vogliamo veramente da Marte? Non sarà, questa storia della fantascienza, soltanto l’ennesimo diversivo per non occuparci del presente? Per distogliere lo sguardo da questa esistenza che scorre tra le dita. Quando non si può avere la realtà, un sogno vale la realtà. Allora ecco che forse Marte è soltanto una metafora, il sogno di un altrove, di una terra promessa. Siamo andati ovunque su questa terra, eppure di Dio nessuna traccia. Allora eccola la nuova moda: emigrare su Marte, per riempire un vuoto di senso grande come l’universo. La pièce prende spunto da Cronache Marziane di Ray Bradbury, dove si immagina il momento in cui l’umanità intraprende la sua ultima grande emigrazione, la più estrema di tutte: la colonizzazione di Marte. Sul palcoscenico verranno raccontate le emozioni, le aspirazioni, le suggestioni che questo viaggio ispira nei diversi strati della nostra società, i piccoli egoismi, le piccole ambizioni, le piccole voglie di rivincita indotte da questo enorme e radicale cambiamento. Una metafora estrema, poetica e politica, per riuscire a contenere un’epoca ambigua, un’epoca di mezzo. Un’epoca in cui storici illustri cominciano a subodorare cosa ne sarà del nostro futuro consegnato all’avventura tecnologica, dove l’homo sapiens cesserà di essere l’algoritmo più brillante del pianeta e il valore del suo dominio terrestre verrà messo in discussione. Il lavoro vuole analizzare il tessuto che si trova alle falde di questa svolta autolesionista. Lo farà attraverso il riconoscimento dei sintomi, che possiamo ritrovare in molte delle tendenze contemporanee della nostra società, come l’immobilismo dei Neet, categoria che de finisce quei giovani dai 16 ai 25 anni che non studiano, non lavorano e non fanno nulla per migliorare la propria condizione, e attraverso l’analisi del relativismo dilagante che sta disfacendo qualunque tipo di morale collettiva. I personaggi che popoleranno la scena saranno, saranno disfattisti, incoerenti, nichilisti, incoscienti, ma allo stesso tempo sognatori, romantici, possibilisti e, quindi, decisamente umani.  In mezzo a tanta varia umanità c’è il povero marziano, che con sedute psicanalitiche tenta di “comprendere l’umano”.




“I casi sono due” inaugura la rassegna teatrale del San Demetrio

Questa sera, alle ore 20,30, sarà di scena la compagnia Il Sipario di Agropoli, protagonista della commedia di Armando Curcio

Riparte questa sera, alle ore 20,30, la rassegna teatrale del Teatro San Demetrio, il cui ricavato va alla cassa per le attività della parrocchia. Un cartellone, quello proposto dal San Demetrio, vario e interessante che alterna proposte di testi originali, come “I casi sono due” di Armando Curcio per la regia di Piero Pepe, la pièce teatrale che aprirà oggi la rassegna, proposta dalla compagnia Il Sipario di Agropoli, a testi classici, capolavori della letteratura mondiale come “Il berretto a Sonagli” di Luigi Pirandello, che la compagnia “Del verde e Del Blu” porterà in scena il 22 febbraio. Il San Demetrio ha scelto di proporre soltanto compagnie di Salerno e provincia per un cartellone che soddisfi però tutte le preferenze: dal teatro classico in lingua napoletana, ancora un capolavoro questa volta di Eduardo De Filippo, “Gli esami non finiscono mai” per la regia di Marco De Simone , compagnia “Le voci di dentro” in scena il 12 aprile, a testi teatrali più di tendenza come quello proposto dalla compagnia Samarcanda di Battipaglia, “Serata omicidi”, un testo di Giuseppe Sorgi , in scena il giorno della festa della donna, l’8 marzo, e “Il morto è vivo” di Oreste De santis , crime story in salsa comica e in napoletano, in scena a marzo per la regia di Marigliano e Memoli . Da segnalare ancora un testo del teatro contemporaneo, “Avendo, partendo, pagando” una commedia dalle sfumature drammatiche scritta da Nino Taranto e Gaetano Di Maio , adattamento e regia di Angelo Di Vece , in scena con la compagnia Ipercaso di Montecorvino Rovella a maggio. Questa sera, saluteremo in scena Sergio Iodice, Umberto Anaclerico, Pierpaolo Iorio, Emilio Benevento, Marisa Esposito, Francesca De Padova, Rosario Iodice e Antonio Giacco in questa vicenda è ambientata nella Napoli degli anni ‘40, in casa del barone Ottavio Del Duca e della moglie Aspasia. I due coniugi vanno d’accordo ma le loro giornate, pur senza screzi, procedono mestamente verso la vecchiaia, senza la consolazione di un figlio, di un erede, che non hanno potuto avere.  La baronessa sublima l’istinto materno nelle esagerate attenzioni verso il vecchio cane; il barone invece somatizza la frustrazione in una serie di malattie psicosomatiche. Finché si decide a rintracciare un figlio illegittimo, nato dalla fugace relazione con una cantante. Quando l’improbabile investigatore contattato dal barone dichiara di aver scoperto l’identità del ragazzo le cose sembrano cambiare, ma la situazione prende subito una piega inattesa: diverse circostanze e coincidenze indicano che l’erede è il cuoco di casa Del Duca, Vincenzo Esposito, bugiardo matricolato e furbone patentato, che si trova così improvvisamente elevato al rango di baronetto. Vincenzo, acquisito il nuovo status di nobile, non perderà occasione per vessare la servitù e sfoggiare un comportamento tutt’altro che aristocratico; la situazione non può dunque che esplodere in una catena di equivoci e rovesciamenti, dove camerieri, cuochi e maggiordomi assistono ad un via vai di figli e cani, legittimi e illegittimi, confusi o morti. “I casi sono due” è un capolavoro di intelligenza e comicità, ricco di colpi di scena che si susseguono fino all’ultimo minuto dello spettacolo, dove un finale imprevedibile e un po’ malinconico riconcilia tutti i fili della trama.




Ah! Mes amis, a voi la nuova stagione lirica

Cinque titoli al teatro Verdi con due punti fermi, la Tosca e il Trovatore, un’inaugurazione pirotecnica con “La fille du règiment” di Gaetano Donizetti, Die lustige witwe, con le splendide voci del Martucci e Natale con Bohème

 

Di OLGA CHIEFFI

Squilli di tromba al teatro Verdi di Salerno, in fibrillazione per la nuova stagione lirica. Sembra in dirittura d’arrivo il toto-titoli e anche il toto-registi, che non si discosta dai nomi delle trascorse stagioni, forse con il ritorno della firma di Lina Wertmuller, affiancata da Renzo Giacchieri, Giandomenico Vaccari, e Riccardo Canessa, che sarà certamente protagonista anche dei talk-show dedicati agli studenti, giocati tra i mille interessi che il mondo economico e culturale rivolgono da tempo al nostro piccolo e apprezzato teatro . Dopo il rinnovo del contratto al direttore artistico Daniel Oren, il quale ha preso le redini in mano anche dell’arena di Verona e del suo grande spettacolo estivo, pare che il nostro massimo, inauguri in aprile, in stile areniano, con l’opéra comique in due atti di Gaetano Donizetti, “La fille du régiment”. Esprit francese e tanto, tanto coraggio da parte del nostro direttore artistico, che dovrà mettere a contratto un super soprano e soprattutto un tenorissimo, poiché oltre a couplet accattivanti e alternanza di numeri cantati e scene parlate, la partitura mantiene vivo, anche con ironia, il carattere del belcanto italiano, in un’opera irresistibile e godibilissima che, se nel secondo atto assegna al tenore un’accorata romanza, nel primo tutta la sua gioiosa esuberanza è espressa in una pagina, in cui si trova a dover inanellare ben otto do acuti scritti, cui spesso se ne aggiunge un nono conclusivo inserito, ad libitum, dall’interprete. E’ l’aria dei “nove do di petto”, cavallo di battaglia dei più arditi tenori lirici e belcantisti che elevò splendidamente Juan Diego Florez nel nostro teatro nel 2009. Tosca avrebbe dovuto inaugurare la stagione scorsa, ma le fu preferita quel pasticciaccio in salsa napoletana che fu “Il flauto magico”. Stavolta, il capolavoro pucciniano è uno dei punti cardini del maggio salernitano e, Tosca e Scarpia giocheranno la loro partita con la morte tra una chiesa fastosa, una sala di palazzo con annessa stanza dei tormenti, e il carcere per i condannati a morte, schizzanti una Roma tra fede e potere, fra la voluttà e la carne martoriata, fra la sete vitale e l’oppressione, il tutto elevatesi a monumento sepolcrale, sotto cui la bellezza e gli amori celebreranno un forzato trionfo davanti al plotone di esecuzione. Il teatro Verdi incontrerà il Conservatorio “G.Martucci” di Salerno, nell’anno celebrativo del bicentenario della nascita di Jacques Offenbach, sulle note de’ “Die lustige witwe” di Franz Lehàr, affidata alla scuola di canto salernitana che è certamente il fiore all’occhiello della massima istituzione musicale cittadina. Una partitura non semplice, questa, un gioiello che necessita di strumentisti eccellenti e di un esperto direttore per tener le fila di una rappresentazione fatta di melodie bonarie, dialoghi poco “letterati, speziati da un pizzico di malinconia e qualche dose di folklore tzigano. Dopo la pausa estiva, in cui ci si trasferirà alla reggia di Caserta per “Un’Estate da Re”, dove il nostro Antonio Marzullo, stavolta in veste di direttore artistico pare abbia previsto anche una ripresa di Tosca, tra operine del nostro Settecento e grandi nomi per i concerti, mentre pare che al Festival di Ravello si esprimeranno le massime orchestre italiane dirette da bacchette internazionali, si riprenderà al Verdi con il Trovatore, che nel 2011 salutò il debutto nel ruolo di Leonora del soprano Maria Agresta. Il linguaggio incalzante, ricco di idee musicali, di ritmi e motivi, ne fa un titolo che si attaglia perfettamente alla bacchetta del nostro geniale direttore artistico.  Le passioni sono straordinarie, libere di rincorrersi e scontrarsi: un destino spietato sprona i personaggi a specchiarsi, a illuminarsi nella luce di un sacrificio eroico che origina dalla vendetta e dal fuoco. Finale di stagione, in dicembre con la popolarissima Bohème, di Giacomo Puccini, con il freddo e Parigi che compongono il suo fondale di verità. Tutta l’opera si svolge nell’attesa che quel freddo scompaia, una metafora dell’esistenza, che dovrebbe sciogliersi al calore di un bacio.




Il nuovo si è fermato alle idee di Filiberto Menna

Tra analisi ed emozioni si sono concluse le celebrazioni del trentennale dell’intellettuale totale

Di OLGA CHIEFFI

 Il nuovo, strabismo, conversione nella diversione, dentro-fuori, relazione, contaminazione, coerenza, indipendenza, figure, molteplice tensionale, leggerezza, felicità, questi i termini chiave degli interventi che si sono susseguiti ieri pomeriggio alla Fondazione Menna, per ricordare il suo dedicatario Filiberto. Dal critico d’arte, al giornalista, dal politico al medico, dal “maestro” vero, quello che segna la vita per sempre, donandoti quelle “lenti colorate” di kantiana memoria, che ti accompagneranno in ogni esperienza, Filiberto Menna è stato ricordato da Giuseppe Cacciatore, nel suo impegno politico col Partito Comunista, il dentro e fuori degli intellettuali nelle istituzioni, la liberazione dalle incrostazioni staliniste e post- staliniste del marxismo che ripensava come un insieme dinamico e articolato, l’idea di una politica che andasse oltre i suoi schemi, oltre i suoi stessi tentativi di definirsi, per cercare nell’agire di uomini e di donne il pensiero che lo sorregge, per dare a esso e alle sue passioni un senso e una visibilità capaci di orientare l’agire comune, di tracciare un orizzonte del generale. Poi, l’ “allieva”, Pina De Luca, alla quale Filiberto ha insegnato lo “strabismo”, ha ricordato la ferace esperienza di Figure, e la partecipazione a questa rivista di capiscuola della nostra cultura, Vattimo, Argan, Cacciari, Tafuri, Bertolucci, e tanti altri su di una linea infinita che passa da Proust a Rilke, Nietzsche. Alfonso Amendola, traversando gli interventi di Lorenzo Mango e Paolo Balmas, della mattinata, tra la “trasparenza dei pensieri” e lo “sciogliere i nodi”, ha ricordato la generosità e l’esposizione in prima persona di Menna e il suo luogo d’azione, la strada, e ancora l’esperienza giornalistica di Filiberto Menna, naturalmente innovativa, raccontata da Antonio Bottiglieri direttore della Gazzetta di Salerno, una voce “fuori” in quegli anni dove i giornali erano fotocopia con le “veline” imposte dal palazzo comunale e di Enzo Rago che lo ebbe quale direttore di Telecolore. Il messaggio che ci viene forte da Filiberto Menna è che l’esercizio estetico deve far corpo con la pratica concreta e che è il suo esclusivo contenuto “concreto” di verità, per cui, ciò che veramente importa è conservare intatto, anzi accrescere di continuo, nell’arte, il nucleo vivo e insopprimibile di quel messaggio civile, operando sopra la mente degli uomini, attraverso i suoni e le immagini, le parole e i gesti, così da ricondurli, oltre ogni sospensione e rottura, empirica e provvisoria, alla volontà e alla capacità di modificare le proprie convinzioni e convenzioni. Il pomeriggio del convegno è stato quindi impreziosito dalla performance di Pietro Lista che si è presentato con uno striscione del 1980 che campeggiava in un’affollatissima Piazza Amendola ad un comizio di Filiberto Menna  “Il faut changer la vie”, un omaggio al Maggio francese del 1968 e dalle conclusioni della moglie Bianca Pucciarelli Menna in arte Tomaso Binga. La sintesi dell’ uomo Filiberto le lasciamo alle parole pronunciate dalla nipote Gemma Criscuoli. “Se l’aveste incontrato per strada, vi avrebbe dato semplicemente l’ impressione di un signore distinto dagli occhi vivaci. Se però gli aveste parlato, avreste intuito in lui il dono della leggerezza, che non è il vestito della vacuità, ma una sensibilità raffinata, svincolata da ogni schema. Per Filiberto l’empatia non era una parola, ma uno stile di vita: amava ascoltare, farsi attraversare da esperienze e relazioni, perché estraneo alla supponenza e al pregiudizio. Chi ha i numeri per eccellere è quasi sempre innamorato del suono della propria voce e fa degli altri il proprio palcoscenico. Filiberto ha sempre preferito l’ironia per togliere terreno all’ottuso interlocutore di turno o anche solo per cogliere ciò che agli altri sfuggiva e di certo non ha mai avuto bisogno di un piedistallo per farlo. Pur avendo avuto poche occasioni per stargli vicino, ricordo bene il suo senso del gioco. Oggi ci muoviamo tra parole disabitate. Abbiamo istituzionalizzato la pretesa infantile di ridurre il mondo al nostro ombelico. Opporsi al nulla è sempre più estenuante. È smarrita la prospettiva di un progetto comune di crescita e oggi Filiberto combatterebbe lo scenario che in una brevissima lirica una grande autrice profetizzò: “Se tu volessi/se tutti volessero/nessuno vuole”.