Il pianoforte protagonista al Ravello Festival

 

Asher Fisch, Massimo Spada e Beatrice Rana le tastiere per gli omaggi a Wagner e Beethoven

Di Olga Chieffi

Erano i primi anni del nuovo Millennio e al Ravello Festival si dava il Tristan und Isolde in forma semiscenica. Piovve e l’esecuzione del capolavoro wagneriano fu ritardata di oltre un’ora. Ma lo spettacolo si era solo trasferito nella sala dei Cavalieri: lì il Maestro Roman Vlad, allora direttore artistico, intrattenne il pubblico, in attesa che si asciugassero palco e sedie, eseguendo meravigliosamente le trascrizioni di Franz Liszt da Wagner, a memoria, disquisendo con eccezionale comunicativa, con gli ascoltatori che avevano fatto cerchio attorno al pianoforte, illustrando, da gran cerimoniere, i vari pezzi del suo prezioso dono musicale. Ieri sera il programma del Ravello festival prevedeva l’omaggio a Richard Wagner da parte del pianista Asher Fisch, in duo con il mezzosoprano Stefanie Irányi: oltre i  Wesendonck-Lieder  e altre pagine per voce, in scaletta lo  studio da concerto dal Tannhäuser Einzug der Gäste auf Wartburg, S.445/1  e  Spinnerlied aus Der fliegende Holländer, S.440, che furono eseguiti anche dal maestro Vlad in quella piovosa e fausta serata. Quest’oggi, alle ore 20.30, sarà Juraj Valčuha a salire sul podio alla guida dell’Orchestra del Teatro di San Carlo di Napoli per un concerto tutto beethoveniano, con il Concerto n. 3 per pianoforte e orchestra in do minore, op. 37 e la Sinfonia n. 4 in si bemolle maggiore, op. 60. Dopo lo Czar, calcherà il palco di Ravello, la prima delle regine di questa edizione, la pianista Beatrice Rana, per l’esecuzione del Concerto n. 3 per pianoforte e orchestra in do minore, op. 37 di Ludwig Van Beethoven. In questa pagina – caratterizzata dal do minore, la tonalità dedicata all’espressione dei conflitti e del patetismo – all’incombente negatività viene contrapposta una reazione positiva e dinamica. All’Allegro, sicuro e vigoroso segue l’estatico Largo. Raggiante e sereno, infine, il Rondò mostra la forza e l’entusiasmo di un Beethoven “terrestre” e spiritoso, propenso a lottare per esorcizzare la disperazione e ricercare un contatto costruttivo con la società, proprio nel momento in cui la sempre più evidente perdita dell’udito lo stava isolando dal mondo esterno. L’orchestra, invece si cimenterà con la Sinfonia n. 4 in si bemolle maggiore, op. 60. Robert Schumann mise in circolazione l’appellativo di “ellenica” per la Quarta Sinfonia di Beethoven, paragonandola a “una slanciata fanciulla greca fra due giganti nordici”, la Terza e la Quinta Sinfonia appunto; e questo riferimento ai greci, inventori delle forme più robuste di una bellezza armoniosa, cogliendo un aspetto profondo della natura espressiva dell’opera; nessun ritorno al Settecento dunque, nessun riposo inventivo o allentamento della tensione creativa, ma una forza fatta di aurorale luminosità, di vivacità e dinamismo continuamente ingentiliti da una grazia serena e luminosa. Beatrice Rana sarà protagonista anche domenica, eseguendo nella prima parte quattro Scherzi di Fryderyk Chopin e Le Sacre du printemps di Stravinskij nella versione per pianoforte a 4 mani. Chopin scrisse quattro Scherzi in tonalità diverse (in si minore op. 20; in si bemolle minore op. 31; in do diesis minore op. 39; in mi maggiore op. 54) che non si richiamano affatto agli analoghi tempi inseriti nelle Sonate e nelle Sinfonie beethoveniane, ma riflettono un tipo di composizione dalla fisionomia tutta particolare, dove la fantasia dispiega la propria libertà di espressione nei modi e nelle forme più opportune. La seconda parte sarà interamente dedicata alla Sacre du printemps di Igor Stravinskij, in cui Beatrice Rana si unirà a Massimo Spada, per rileggere una partitura complessa di una violenza inaudita, per la quale Stravinskij riandò alle origini pagane della Russia antica e le rivestì di una musica giudicata, allora, nel 1913, addirittura barbara.




Se la musica è un viaggio….la meta è partire

Il jazz all’Arena del Mare è ripartito con Paolo Fresu e i capiscuola della scuola italiana

Di OLGA CHIEFFI

La sezione jazz dell’Arena del Mare di Salerno ha avuto quale madrina e padrino, la tromba e il flicorno di Paolo Fresu, dalle straordinarie qualità, caratterizzati, da quel misterioso equilibrio che rendono inconfondibile uno stile, tra emozioni contrastanti. La tromba di Fresu, musicista a tutto tondo, sa essere pastosa, ispirata, dall’emissione sempre lucida, narrante, ma senza mai sbavature o cedimenti, divisa tra abbandono e controllo in un mix di rara flessibilità, con un suono fortemente introspettivo, ma al tempo stesso innervato da quella apollinea solarità che in fondo differenzia il suo personale lirismo sia dal tormento livido e grumoso di un Chet Baker, sia dalle asperità aggriccianti di un Miles Davis, con il flicorno, dotato di una raffinata cantabilità  carica di suono di estetizzante magia. Il musicista sardo che, in primis, ha ringraziato tutti, pubblico, amministratori e organizzatori, per il coraggio mostrati nel proporre un cartellone così lungo e variegato ed aver, così, donato a tanti artisti ancora l’emozione, il dubbio, il rischio, la scelta del palcoscenico e dell’applauso, si è presentato in sestetto con  Tino Tracanna ai sax tenore e soprano, Roberto Cipelli al pianoforte, Attilio Zanchi al contrabbasso e Ettore Fioravanti alla batteria, formazione impreziosita per l’occasione dal trombone di Filippo Vignato. Il concerto è stato impostato sul progetto Re-Wanderlust, ovvero un’operazione di “restituzione” ai jazzofili,  proposta dalla collana “Reloaded” dell’etichetta discografica Tûk Music di un’incisione che ha segnato un momento significativo nella vita artistica dei musicisti che le hanno realizzate. Il progetto  “ReWanderlust” è certamente una gemma capace di brillare anche nel buio di tante avventure moderne. E’ stato lo stesso Paolo Fresu a spiegare l’avventura del suo quintetto: il 13 maggio del 1996 il Quintetto Italiano si esibisce nel festival internazionale Jazz à Liège, alla formazione si aggiunge il giovane sassofonista belga Erwin Vann. Il giorno successivo il gruppo entra nello studio A della Radio Televisione belga francese e incide un master live su due piste che verrà poi pubblicato dalla BMG francese nel 1997, nacque così Wanderlust il primo di una fortunata serie di cinque dischi prodotti dalla major francese che rafforzeranno il mio rapporto creativo con la Francia. Abbiamo così riassaporato live, la freschezza espressiva di brani come “Trunca e peltunta”, che rimanda a ricordi personali di Fresu – «in lingua sarda logudorese “troncare e bucare” era il segno che mio padre utilizzava per marchiare le sue pecore distinguendole così dalle altre greggi» – o ancora, tra le altre, la trascinante composizione eponima “Wanderlust”, termine inglese di origine tedesca che si riferisce al romantico desiderio di viaggiare ed esplorare il mondo, “Touch her soft lips and part” di Sir William Walton, “Simplicity” di Tino Tracanna, “Appuntamento sul treno”, con la particolare costruzione sui fiati, L’incedere sicuro, attento alle sfumature, di Fresu lo si è apprezzato tanto nei tempi medi, quanto nelle più arrembanti strutture come in “Geremeas”, una ballata concessa al trombonista Filippo Vignata e le “Favole”, raccontate dai ritmi sempre eleganti di Ettore Fioravanti, affinchè tutti possano porre le proprie esperienze al servizio del progetto. Se si gioca con gli accordi, con le singole note, sulla tastiera e come per magia quelle note diventano melodie mutevoli e multiformi, imperturbabile, invece è Zanchi che è il collante del tutto, con un lavoro poco appariscente, ma di una efficacia estrema, fondamentale per l’economia della formazione, mentre Tino Tracanna ha lasciato sempre intravedere le “fondamenta” dell’accordo, restando sedotto non tanto dalle sue estreme estensioni (che pure ha usato), quanto dalle infinite possibilità combinatorie dei suoi elementi primari, aspetto in cui il sestetto gli si è rivelato particolarmente congeniale. Insieme a Fresu ha creato soprattutto linee forti e intelligibili, con un fraseggio formato da un succedersi di unità significanti, ovvero frasi che al di là della loro collocazione nel contesto, posseggono un disegno chiaro, sia per la natura dell’interplay, sia per la pronuncia strumentale. Applausi scroscianti per tutti in un’atmosfera altamente emozionale ed emozionante.

Nell’ immagine di Francesco Truono il trombettista Paolo Fresu




Voci dal Serraglio: Vincenzo Sica e i tori dell’Orfanotrofio rubrica a cura di Olga Chieffi

Il piccolo ospite dell’Orfanotrofio si incantava dinanzi al Toro Arcione che si faceva avvicinare solo dal Commendatore Alfonso Menna, nella fattoria che serviva l’Istituto sita a Monte d’Eboli

Di Vincenzo Sica

Sono stato in Istituto solo tre anni dal 1967 al 1970, dove ho frequentato le scuole elementari, prima nelle vecchie aule situate sopra la tipografia, terza e quarta, quindi, la quinta nelle aule nuove sopra la lavanderia, vicino al campo sportivo. In quel periodo  la vita era triste e mia madre fu costretta ad affidare me, secondo di otto figli in orfanotrofio. Ero l’unico ad essere stato “chiuso” all’Umberto I, particolare non da poco, per questo ero triste e affatto felice di questa situazione, ma il bisogno c’era poichè erano tempi di magra. Ricordo ancora oggi quando vado da mamma che abita sotto lo stradone a Canalone, le mura ormai ingiallite  dal tempo, imperiose rimaste a ricordo di una istituzione che non esiste più, cercando d’intuire dove fossero situate le aule della quinta classe mi sovviene la figura del  professore Rivelli, un grande omone alto e ben tarchiato, con i suoi baffetti bianchi,  sempre con un sorriso, non burbero non cattivo, ma ligio alla disciplina alle regole, studiavamo tanto, e combinavamo anche tante marachelle, eravamo piccoli e questo lui lo comprendeva e ci spronava sempre a fare bene. Quando c’era da ricevere bacchettate per un comportamento non buono fioccavano e come, un ricordo ancora oggi forte che mi fa ancora sorridere è il momento della ricreazione, in fila rigorosamente per due rigorosamente in silenzio, pena la mancata ricreazione, ma il bello che la stessa la andavamo a fare sul campo sportivo, con  il pallone trascinato di nascosto tra i nostri piedi con un attenzione per non farci scoprire, altrimenti veniva sequestrato. Ma il professore Rivelli lo sapeva e stava al gioco, appena arrivati nel campo subito a correre e giocare con le squadre fatte in un batter d’occhio, e giocavamo quei venti minuti con tanta  gioia, poi, trascorso il tempo di ricreazione assegnata, si vedeva il professore dall’alto della balconata con uno stentoreo richiamo, far rientrare tutti in aula subito, e noi sudati, ma felici ritornavamo sempre in fila per due e sempre in rigoroso silenzio. Ricordo ancora un’altra figura carismatica, il professore Petruzzelli alto snello sempre sorridente,  lui era il Maestro della terza elementare, bravissima persona che ho incontrato anche fuori, nel corso della mia vita lavorativa, poiché veniva a fare la spesa nella salumeria dove lavoravo,  una volta uscito dall’istituto, con la sua frase mi raccomandava di fare il bravo, altrimenti sarebbero state bacchettate, ma nel dirlo il suo volto si accendeva di un sorriso paterno. Mi balena con affetto anche l’istitutore Mastrogiovanni, basso tarchiato sempre con la musica sulle labbra a canticchiare  do, re, m,i fa passeggiando  e macinando chilometri e chilometri in villetta,  poi quando ci chiamava in adunata  tutti in fila squadrati con  i caposcelti  Porcelli, Viscito e Prinzo  che impartivano l’ordine di marcia, uno due, uno due, cadenza, svolta sx  a dx,  e noi tutti insieme a marciare come tanti soldati ma piccoli, tanto che quando sono andato al militare ero già allenato a tutti i comandi. Mastrogiovanni, insieme  al mai dimenticato Gregorio, ci volevano bene, ci portavano in gita a passeggio, fuori dall’istituto per farci trascorrere dei momenti felici e gioiosi,  ci insegnavamo  delle canzoncine che noi tutti cantavamo in autobus, quando ci portavano alla fattoria di monte d’Eboli  che faceva così: “ Romba il motore si và si và per piano e monti  per città, nei nostri cuori la gioia sta o come è bello il viaggiare, andare in allegria andare senza pensieri cantare giocare in lieta compagnia vedere il mondo come bello è,  è questa la nostra meta, è questo tutto il perché che da Salerno ci portò lontani e pieni di gioia ci riporterà” (qualche parola l’ho dimenticata, ma vi assicuro che è tutta nella nostra testa di serragliuoli). Alla fattoria altro momento bellissimo. Eravamo liberi di correre liberi di scherzare, il momento più bello il pranzo al sacco rigorosamente salutare panino acqua frutta che noi divoravamo.  C’erano tanti animali galline, mucche e queste davano latte e uova per il nostro desinare e anche tanta frutta e ortaggi che venivano utilizzati per il fabbisogno dell’istituto. Oggi non so che fine abbia fatto la fattoria come tutto l’orfanotrofio e le sue attività eliminate, tanta storia perduta. C’era   il famoso toro Arcione che si faceva avvicinare solo dal commendatore Menna e naturalmente da chi lo accudiva. Gli  altri dovevano stare ben lontani se correvano erano incornate.  C’erano altri due tori meno famosi ma anche loro con nomi altisonanti: Amman e Alfred, c’era tanto benessere tutto merito del nostro compianto e mai dimenticato Presidente Alfonso Menna. Tanti episodi da raccontare tante esperienze vissute in un istituto che, per noi era a quel tempo che trascorreva come un momento di reclusione, ma che oggi si è rivelato molto importante per me e per tanti altri. Ciao caro Serraglio ciao Caro orfanotrofio Umberto I, ormai solo chiudendo gli occhi si odono le voci, le marce, i passi, le grida, i suoni di tanti ragazzi che correvano, marciavano giocavano litigavano, ma sempre insieme uniti da amicizia e fratellanza, la voce flebile è viva e forte nel cuore.




Volare sulle ali della canzone “all’ Italiana”

Grande successo di critica e pubblico per la serata del Premio Charlot, dedicata ai settant’anni del Festival di Sanremo. In arena l’orchestra diretta da Leonardo De Amicis con Marco Morandi, Ron e Fiorella Mannoia

Di OLGA CHIEFFI

La musica afferra il presente, lo ripartisce, e ci costruisce un ponte che conduce verso il tempo della vita. Colui che ascolta e colui che canta, prende in prestito l’ universalità della musica e vi ci trova un amalgama perduto di passato, presente, e futuro. Su questo ponte, finchè la musica persiste, andremo avanti e indietro”. Potrebbero essere queste le ragioni estetiche della serata che il Premio Charlot e Claudio Tortora, con una felice intuizione, di colui il quale continua a cantare “divertendosi” in palcoscenico, ha dedicato al Festival di Sanremo, con una prima assoluta dello spettacolo “Sanremo, 70 anni di sogni”, scritto da Paolo Logli, e narrato come una favola da Claudia Campagnola e Marco Morandi, in un lungo viaggio sognante, sulle ali della musica, intercalato dalle incursioni di Gianmaurizio Foderaro, testimone del tempo e della storia del Festival. La serata è stata inaugurata dal Premio Giornalismo consegnato da Gabriele Bojano, in rappresentanza della giuria composta dai colleghi della stampa nazionale, a Paolo Poggio, figlio d’arte, eccellenza di Rai News. Sono stati quindi consegnati i riconoscimenti, dall’assessore alla cultura, Antonia Willburger, per i protagonisti della serata, il Maestro Leonardo De Amicis e lo scrittore dello spettacolo Paolo Logli. Il ringraziamento agli organizzatori per aver ridonato l’emozione e il calore della ribalta, delle luci, del pubblico è oramai una costante della rassegna dell’ arena del Mare, una delle poche “piazze”, ad essere state aperta con testardaggine e coraggio dall’amministrazione comunale. Si sono accese poi, le luci sull’ orchestra, una formazione in cui abbiamo riconosciuto alcuni nomi delle famiglie musicali campane, come i Minale e i Fiscale, e ancora i tromboni di Franco Izzo e Alessandro Tedesco, l’oboista vietrese Giovanni  Borriello e gli archi guidati dalla “spalla” Gennaro Desiderio. La storia ha inizio, difficile racchiudere 70 anni in sole due ore e circa una quarantina di brani, si è passati quasi direttamente alla rivoluzione degli anni ’60 con il primo titolo che è stato “Piove”, datato 1959, con quel “Ciao Ciao Bambina”, che ricordiamo enunciato anche dalla voce di Louis Armstrong, Gigliola Cinquetti con “Non ho l’età”, del 1964, l’evocazione del rock e degli urlatori, cosiddetti, con La verità della Caselli e i 24.000 baci di Celentano, Nada, con “Ma che freddo fa”, “L’ immensità” di Don Backy. Sanremo non è solo sogno, il festival nacque al Casinò qualche anno prima del 1951, in una prima edizione in cui le venti canzoni furono eseguite da soli tre cantanti e il direttore musicale era un tal Franco Alfano, colui i quale ha composto l’ultimo atto di Turandot. E a proposito di melodramma, Edoardo Sanguineti, richiesto di un giudizio sui testi delle canzoni del Festival di Sanremo del 1993, dichiarò che la rassegna canora era lo specchio del Paese, “Anche se la società italiana è una società divisa, il Festival rappresenta gran parte del gusto piccolo e medio-borghese e, quindi, una fetta significativa dell’Italia, mentre i testi sono desolanti e si ripete il consueto sciocchezzaio della più banale tematica sentimentale da figli scioccherelli del melodramma”. La serata va avanti e i ricordi sono tanti, a cominciare dalla tragedia di Luigi Tenco, la sua “Mi sono innamorato di te” e “Ciao amore ciao”, sulle cui note è entrato Marco Morandi, voce calda e graffiante, dall’intenzione precisa, la cui gemma è stato il ricordo di Rino Gaetano con Gianna, composto da serietà banali e banalità serie, marchio di fabbrica di un cantautore cantastorie pienamente figlio del suo tempo, ma sempre attuale. La ribalta passa a Ron, per l’omaggio all’amico Lucio Dalla con quella immensa ballata che è “4 marzo del 1943”, poi “Vorrei incontrarti tra cent’anni” il primo posto del 1996 e quella “Piazza Grande” nata dalla penna sua e di Dalla. E’ noto, componevano e scomponevano insieme. Uno, Lucio, ci metteva il genio, l’altro il metodo. Il capolavoro, che poi uno pensa a Bologna, ma erano su un traghetto, appena fuori dal porto di Napoli in direzione Palermo, e ancora, Almeno pensami, ancora un dono di Dalla per Ron, in cui ha scelto un tipo di suono, di amore, di interpretazione vocale pulitissima, senza essere mai sopra le righe. E si continua, con l’inarrivabile Anna Oxa di “Un’emozione da poco”, a cura delle pur dignitose voci del coro, la “Terra promessa” di Eros Ramazzotti, ed anche Luis Miguel con “Noi, ragazzi di oggi”, il primo Vasco Rossi di “Voglio una vita spericolata” simbolo di quegli anni ’80 da bere, da fumare e tanto altro che c’hanno portato alla situazione attuale. Ed eccola Fiorella Mannoia che entra sulle note rock di Caffè nero bollente, che ha fatto ballare tutta l’orchestra “Ma ora è finita la ricreazione – ha detto scherzosa – si ricomincia con le lagne”. I successi non possono mancare, sono attesi, e allora tutti a cantare “Quello che le donne non dicono” e “Le notti di maggio”, fino al rammarico di non aver vinto Sanremo con “Che sia benedetta”, battuta dalla simpatica scimmia di “Occidentali’s Karma, l’invito inteso a non aver paura di mettersi in gioco, a farci carico del peso del rischio con coraggio, la voce emozionante di Fiorella che diventa messaggio di umanità. Applausi e ultima volata con l’omaggio a Mia Martini, a Mimì, con le parole recitate da Claudia Campagnola e “Tu nell’universo” cantata da Marco Morandi. Orchestra in grande spolvero in “Ancora” di Eduardo De Crescenzo, “Uomini soli” e “Come saprei”, fino a “Salirò”, dove in alto ci sono finiti gli ottoni. Abbraccio caloroso del pubblico e tutti a cantare “Volare”, era il 1958 e quel volo fu il simbolo di un sogno, del boom economico, di un’ubriacatura collettiva, di quella ri-nascita che vorremmo ancora rivivere.

Nell’ immagine di Nicola Cerzosimo, Fiorella Mannoia tra i coristi




Il Quartetto di Cremona: homage to Beethoven

Questa sera alle ore 20,30 la formazione proporrà al Ravello Festival il “Serioso” e il “Razumovsky

Di Olga Chieffi

L’ omaggio a Ludwig Van Beethoven inizia per la LXVIII edizione del Festival di Ravello, questa sera sul Belvedere di Villa Rufolo, alle ore 20,30 con il Quartetto di Cremona, composto da Cristiano Gualco e Paolo Andreoli  al violino, Simone Gramaglia alla viola e Giovanni Scaglione  al cello. La prestigiosa formazione proporrà due dei quartetti più significativi dell’opera beethoveniana, il Quartetto in Fa minore op. 95, il “Serioso” e il primo, in Fa Maggiore dell’op.59, il celeberrimo “Razumovsky”.  Se si bada alla sola cronologia, il Quartetto in fa minore op. 95 appartiene di sicuro al periodo centrale della produzione beethoveniana. Fu composto nel 1810, pochi mesi dopo il completamento del Quartetto op. 74 immediatamente precedente. Un tempo maggiore (cinque anni) lo separano dalla terna op. 59 ma è di ben dodici anni la distanza dal quartetto successivo (op. 127) che apre la straordinaria ultima serie. Se si osserva lo stile, la situazione risulta meno definita. Il primo movimento è da iscrivere con sicurezza fra le opere più febbrili, se non proprio “eroiche” di Beethoven. Non ci sono gruppi tematici, ma segmenti appena sbozzati e subito giustapposti, senza passaggi intermedi, ponti, collegamenti. Il nevrotico e dissociato primo motivo si salda direttamente sull’inquieto secondo (esposto dalla viola e subito modificato dalle altre voci). Poi, più che sviluppo, si ha attrito di materiali differenti. Mai prima Beethoven aveva proposto modulazioni tanto dirette e brutali. L’ “Allegro con brio” è uno dei più brevi mai scritti da Beethoven, ma non dà l’impressione di essere una miniatura, e tanto meno un lavoro minore. L’“Allegretto ma non troppo” successivo è un poco più ampio e anche più sereno. Sono indimenticabili l’inciso iniziale del violoncello, tante volte ripetuto, quasi fosse un segno d’interpunzione, gli addensamenti dissonanti, in particolare il tema della viola, subito ripreso in polifonia, come nei quartetti dell’ultima “maniera”. L’“Allegro assai vivace”, che poi è uno “Scherzo”, attacca subito e ha un nerbo che viene dalla ritmica elementare e dalle aspre transizioni armoniche. Un “Larghetto espressivo” di otto battute introduce l’“Allegro agitato” conclusivo. L’appassionata, ma delicatissima, linea melodica trova sulla sua corsa brividi improvvisi e fremiti misteriosi che ne intaccano le certezze positive e il contagioso entusiasmo. Poi, quasi per non essere preso troppo sul serio, Beethoven aggiunge un folgorante “Allegro”, brusco, inaspettato, per fare punto. Ci accorgiamo così che il Quartetto si è sviluppato e concluso in un tempo brevissimo, che lo rende lavoro fra i più concisi, asciutti e antiretorici dell’intera produzione beethoveniana. Sebbene tutti e tre i quartetti dell’op. 59 rappresentino delle pietre miliari del repertorio quartettistico il primo di essi, che concluderà la serata,  è quello che forse desta maggior meraviglia ed ammirazione per la sua monumentalità e la sua complessità musicale. Nel primo tempo Allegro l’esposizione del primo tema avviene in medias res ed è affidata al violoncello. Il fluire sinusoidale della linea melodica viene ripreso dopo otto battute dal primo violino il tutto sorretto da un ostinato disegno di note ribattute da parte degli altri strumenti. Un ponte modulante conduce ad un secondo tema dal carattere dolce e morbido, in linea col lirismo che permea l’intero movimento. Vi è inoltre la presenza di un rigoroso spunto contrappuntistico che si riallaccia ad elementi del primo tema preparando così la strada per la ripresa. Segue un secondo movimento Allegretto vivace e sempre scherzando dove l’ambiguità della struttura che pare rimandarsi a quella di uno Scherzo ma senza un Trio, si pervade di un innocente umorismo ben reso dai rapporti dialettici tra i vari strumenti. Il nucleo dell’opera è sicuramente il terzo movimento Adagio molto e mesto. Qui l’invenzione melodico-armonica beethoveniana raggiunge il suo apice più commovente conducendo lo stato d’animo dell’ascoltatore nelle più alte zone dell’emozione estetica. Le sette misure conclusive di questo monumentale movimento si pervadono di un grande virtuosismo tecnico dato dalla funambolica cadenza del primo violino che conduce all’Allegro finale. Ancora una volta tocca al violoncello esporre il danzante tema di origine russa che, variato con grande magistero inventivo sì combina con ulteriori idee in un fitto discorso musicale il quale, dopo un fugace momento di sospensione, apre le porte alla coda conclusiva.




Daniel Oren Re a Caserta

Domani sera, nell’Aperia della Reggia il maestro dirigerà l’Orchestra Filarmonica Salernitana che ospita le voci di Vittorio Grigolo e Sonya Yoncheva

 

Di OLGA CHIEFFI

S’intitola “Summertime” l’atteso concerto che Daniel Oren, terrà domani sera alle ore 21 nell’Aperia della Reggia di Caserta, quale secondo appuntamento di “Un’Estate da Re”, ideata dal suo braccio destro Antonio Marzullo. Ci attendevamo dalle splendide voci del tenore Vittorio Grigolo e del soprano Sonya Yoncheva, che saranno sostenute nel loro viaggio tra le più amate arie dell’opera, dall’Orchestra Filarmonica Salernitana “G.Verdi”, il duetto o la celebre Lullaby da Porgy & Bess di George Gershwin, ma non sarà così, il repertorio scelto dai cantanti, spazierà tra Verdi, Bizet, Donizetti e Puccini.  La serata verrà inaugurata da una suite dalla Carmen di Georges Bizet, musica che contiene nelle sue viscere il segreto di una fascinazione sghemba e di una carica eversiva dirompente. Entrata in scena di Vittorio Grigolo con la canzonetta sfacciata del Duca di Mantova, “La donna è Mobile” dal Rigoletto, e il primo acuto della serata. Domani, ancora una volta, nessuno potrà sottrarsi al sortilegio di Carmen e di Sonya Yoncheva: “Si avvicinerà leggera, morbida, con cortesia, con la sua serenità africana. La sua felicità è breve, improvvisa, senza remissione – scrive ancora Nietzesche – L’amore vissuto come fatum, come fatalità, cinico, innocente, crudele”. Un canto esotico, inedito, riferito con la disinvoltura di un resoconto di viaggio accompagnerà una tragedia che si consumerà sullo sfondo di una corrida, in pieno sole, dove la morte non ha dove nascondersi.  Ritorna il bel tenore sulle note di “Una furtiva lagrima”, il pezzo forte dell’Elisir d’amore di Gaetano Donizetti, appassionata, voluttuosa, affettuosa come una serenata, con un motivo dal pronunciato riferimento a Bellini (il suo grande rivale), che si snoda puro, logico, sviluppato in un arco che non sembra aver fine. Il soprano si trasformerà, quindi, in Leonora con “Tacea la Notte Placida”, la difficile aria di sortita dal Trovatore, una continua scoperta di finezze, di particolari nascosti, di accenti che rendono vivo e reale il personaggio. E’ il momento di Daniel Oren, con la sinfonia della Forza del Destino, una pagina evocante le ombre di questo periodo che ancora non ci siamo lasciati alle spalle coi suoi tre accordi iniziali, pesanti come immaginari macigni o leggeri come la bussata al convento di Leonora. Ed ecco Grigolo-Cavaradossi  in “Recondita armonia”, che, nell’introduzione, rispecchia i movimenti del pittore che passa leggeri tocchi di pennello sulla tela. L’aria è il primo momento di contrasto, e i colori evocati dai versi si trasferiscono sulla sua tavolozza al timbro dei due flauti. Muovendosi per quinte e quarte parallele con impressionistiche pennellate, i due strumenti introducono la lirica esaltazione della bellezza femminile, che nella breve sezione centrale trova accenti appassionati opposti al brontolio del sagrestano, mentre la Yoncheva sarà Butterfly,  con la sua via Crucis, percorsa in un’attesa spasmodica a denti stretti, il viso alzato al sorriso, tra ansie, languori dubbiosi e soffocanti, esaltazioni superbe, come il fin troppo conosciuto “Un bel dì vedremo”, ingenuo bamboleggiare e incrollabile speranza, fino all’annullamento. Altra ribalta per l’orchestra: nessuno come Daniel Oren nella sinfonia del Nabucco, con la pagina inizia con un tema simile ad un corale, presentato dagli ottoni, poi, di colpo l’orchestra si anima ed esplode con violenza. Udiamo, poi, il tema di “Maledetto”, il coro che verrà cantato dagli Ebrei per maledire Ismaele, e da questo motivo teso e vibrante sfocia la celeberrima melodia del “Va’ pensiero”. Il ritorno del tema della maledizione permette la citazione di altri tre temi dei quali uno, quello del duetto tra Nabucco e Abigaille, verrà sviluppato con un crescendo alla Rossini. Entra in scena Tosca. L’unica donna ammessa nell’opera, che ne occupa con prepotenza ogni spazio, in ogni momento, sempre da padrona assoluta, amante focosa ed imperiosa che non esita a smaniare in chiesa esibendosi in una violenta scena di gelosia, la stessa creatura che, come una pia fanciulla, s’inginocchia devotamente dinanzi alla Vergine e le offre dei fiori, sarà Sonya Yoncheva per il duetto del primo atto. Quindi, l’esaltazione della poesia della vita e dell’amore è racchiusa nel primo quadro di Bohème, nella soffitta, con “Che gelida manina”, “Sì, mi chiamano Mimì” il ritratto che Puccini schizza con finezza e aperta emotività della ricamatrice innamorata di Rodolfo, sino all’innamoramento con “O soave fanciulla” del collaboratore del Castoro. I bis sono  tutti da indovinare: “Dopo una notte insonne, sorgerà sempre il sole, per alzare insieme i calici e brindare al ri-torno alla vita”.




Valery Gergiev tra fonìa e direzione

Lo Czar strega il pubblico e non poche rappresentanti del gentil sesso del Ravello Festival con il suo sguardo carismatico e il suo gesto personale. Tre chiamate al proscenio per la sua Orchestra del Mariinsky Theatre

Di Olga Chieffi

 

La serata di Valery Gergiev al Ravello Festival è cominciata presto. L’orchestra del Teatro Mariinsky in formazione ridotta, solo una quarantina di elementi, con i leggii a debita distanza, per di più su di una ribalta all’aperto ove può accadere di tutto, ha dato da pensare al direttore, il quale in prova ha splendidamente calibrato, pezzo per pezzo, i “suoni” della sua creatura musicale ormai trentaduenne. Abbandonato il palco, si è trasferito sulla tribunetta, chiedendo al suo incantevole primo violino, Olga Volkova, andamenti anche più lenti, quasi una semplice lettura, che lo ha portato a spostare gli strumenti, circondando i celli con le viole, cercando di ravvicinare il più possibile gli ottoni al resto della formazione. In concerto, una vera magia, generata da un lavoro puntiglioso: un suono abbagliante o carezzevole, esile come un filo di seta o “gonfio” come un mare in tempesta, purissimo o soffocato, rivelatore dei più riposti meandri dell’anima, nato dalla capacità di dominare tutte le sezioni e tutti gli strumenti, finanche nel vibrato. Il pubblico del Ravello Festival, è stato stregato dall’incontro con l’anima europea sottesa dalla pasta raffinata dell’orchestra che ha sposato la petrosità immaginifica di Gergiev. Un’ora e venti circa, di musica di grandissima intensità, suonata in maniera tutt’altro che compiacente o compiaciuta, una direzione mai alla ricerca dell’eloquenza, ma impegnata nella resa del torbido avviluppo di scenari musicali, che raramente si sciolgono nella catarsi tragica o gioiosa del tema. Forse, mai ci è capitato di ascoltare così precisamente la differenza della musica russa da quella dell’Europa occidentale; la composizione, infatti, non sembra basarsi sullo sviluppo autonomo di un discorso musicale fine a se stesso, quando appare in filigrana come traduzione di paesaggi, di immagini. Vale la pena ricordare cosa rispondeva Nabokov, quando gli si chiedeva se, dopo essersi trasferito negli Stati Uniti ed aver abbracciato la lingua inglese, pensava in russo o in inglese: rispondeva che la questione era mal posta, perché lui pensava “per immagini” e poi traduceva in lingua. Se con la quarta sinfonia di Felix Mendelssohn e la Classica di Sergej Prokofiev abbiamo toccato con mano le affinità elettive dello czar, il Debussy di Gergiev non è risultato certo semplice: il direttore vi ha scoperto l’incredibile sottobosco di parti interne che, combinandosi con quella che gli altri considerano “parte principale” generano intrighi ritmici ultra-stravinskiani e una selva altrettanto sorprendente di impasti timbrici “nuovi”. Un semplice compito ben svolto è risultata, invece, l’Ouverture della “Cenerentola” di Gioachino Rossini, che è mancata della debordante energia, della connaturata eleganza e dell’estroversa brillantezza, mentre riguardo la Classica di Prokofiev è merito di Gergiev essersi sottratto alla tentazione di farne una parodia del sinfonismo classico, esaltando al meglio il trattamento “moderno” del discorso musicale. La Gavotta del terzo movimento, marcato, Non troppo allegro – un piccolo capolavoro di arguzia accresciuta dalla Musetta del Trio – è stata condotta con la necessaria leggerezza, che è stata ritrovata anche nel finale, potendo anche contare su di un’ottima sezione degli archi. A completamento dell’eterogeneo programma, la IV sinfonia di Felix Mendelssohn, l’omaggio dell’autore e del nostro direttore in Italia, dove ha iniziato la sua tournée europea post pandemia, che traduce in suoni tutte le emozioni, i colori e le atmosfere del viaggio lungo la penisola e li ha restituiti attraverso un’interpretazione particolarmente suggestiva, con cura appassionata per i dettagli espressivi, con felice ricchezza di intenzioni e attenzioni, il cui interesse ha finito per lasciare sullo sfondo l’eccellenza tecnica dell’esecuzione. Applausi scroscianti e ben tre chiamate al proscenio per lo Czar che ha rubato l’occhio a non poche rappresentanti del pubblico femminile del Festival di Ravello, che ha ricambiato con lo Scherzo dal Sogno di una Notte di mezz’estate di Mendelssohn, l’ Intermezzo della Cavalleria Rusticana e, ancora, il finale Molto Vivace della Sinfonia Classica di Prokofiev.




Antonio Florio e l’emozione del barocco di Purcell

 

 I riflettori di Villa Rufolo si accenderanno sul capolavoro inglese “Dido and Aeneas” con protagonisti Véronique Gens e Mauro Borgioni

 

Di OLGA CHIEFFI

Il Ravello Festival dedicherà la serata di sabato completamente al Barocco Inglese di Henry Purcell, proponendo il suo capolavoro “Dido and Aeneas”. Utilizzata con sapiente equilibrio per comporre un’opera completamente cantata, la ricca tavolozza, di Purcell, nella quale la pomposità e la sonorità aulica della dramatic opera inglese si sposano con la cordialità melodica italiana, lusinga il palato moderno e piace al gusto attuale che sempre più esige unità e contaminazione tra le arti. Composta a partire dall’episodio della morte di Didone narrata da Virgilio nel quarto libro dell’Eneide, su un libretto di Nahum Tate, Dido and Æneas sarebbe stata rappresentata per la prima volta nel 1689 all’interno di un collegio femminile a Chelsea, come risulta da un libretto rinvenuto a metà Ottocento. Le notizie relative alla composizione di quest’opera, infatti, sono particolarmente scarse e pure le partiture che ci sono pervenute sono lacunose e non completamente corrispondenti al testo poetico. Un prologo di contenuto mitologico, presente nel libretto ma di cui non ci è pervenuta la musica sembrerebbe alludere all’incoronazione di William III e Mary, avvenuta nell’aprile 1689. Si tratta di un’opera di piccole dimensioni, della durata di poco più di un’ora, strettamente legata alla tradizione inglese del masque, che prevedeva importanti parti danzate. Dido and Aeneas, tuttavia è entrata nella storia della musica per essere una delle primissime opere nate sul suolo britannico, in lingua inglese, ad essere interamente musicate, secondo una prassi ormai comune in Italia, ma non altrettanto nella tradizione musicale inglese. Diretti stasera sul Palco di Villa Rufolo, alle ore 20,30, dal maestro Antonio Florio il soprano francese Véronique Gens, che interpreterà Didone, Maria Grazia Schiavo, nel ruolo di Belinda, Mauro Borgioni, che vestirà i panni di Enea e Raffaele Pe che darà voce ad una strega, unitmente al coro Mysterium vocis preparato dal Maestro Rosario Totaro. L’opera, , sarà preceduta dall’esecuzione di alcune danze tratte dall’opera King Arthur di Purcell: Passacaille hot pipe e La Grande danse. Con i solisti suoneranno Marco Piantoni, Paolo Cantamessa, Giuseppe Guida, violini primi, Patrizio Focardi, Nunzia Sorrentino, Massimo Percivaldi, violini secondi, Rosario Di Meglio, Vezio Jorio, viole, Alberto Guerrero, violoncello, Giorgio Sanvito, contrabbasso, Patrizia Varone, Angelo Trancone, cembali, Pierluigi Ciapparelli, tiorba, Gabriele Miracle, percussioni, Rei Ishizaka, Fabio D’Onofrio, oboi e Guido Mandaglio, fagotto.




Tutti ai piedi dello Czar

E’ il primo dei grandissimi ospiti che il Ravello Festival ci presenta, “osando” in questo periodo fatto ancora d’incertezze. Stasera alle ore 20,30 sulla ribalta di Villa Rufolo ci saranno Valery Gergiev e l’Orchestra del Teatro Mariinsky per un programma che spazierà da Rossini a Prokofiev

Di OLGA CHIEFFI

Ritorna la musica a Ravello e ritorna anche Valery Gergiev con la sua orchestra, fatta dalla magnificenza degli archi e dei legni, che si rincorreranno proprio nel brano inaugurale di questo inatteso concerto, la cui notizia è ci è giunta, come un dono solo a fine giugno. Valery Gergiev, salirà stasera, alle ore 20,30, sul podio per dirigere, quasi unicamente con lo sguardo, l’orchestra del Mariinsky, che segue da ben 32 anni, e che torna ospite dopo due stagioni al Festival di Ravello, per un appuntamento ottenuto grazie alla sinergia del direttore artistico Alessio Vlad col Ravenna Festival. S’inizierà dal Gioachino Rossini della Cenerentola, esaltata dallo “spirito” della sinfonia del genio di Pesaro, che riesce a fondere le diverse anime, quella scherzosa e quella drammatica dell’opera: dopo un incipit lento e misterioso, la melodia esploderà in un allegro sinfonico vivace e colorato, cui segue un esteso crescendo che conduce a un finale trascinante, fra i temi che si accavallano, e quello del concertato finale del primo atto “Ma ho timor che sotto terra”, che li domina tutti. Lo Czar ci porterà, poi,  in quel luogo (o non-luogo) dell’inconscio e dell’immaginario fiabesco, un bosco abitato da creature misteriose e fatate, non tutte necessariamente benevole, che anche la musica ha provato, a suggerire attraverso i suoni, le melodie, i timbri. Ed è certamente lontano da occhi indiscreti che “nel boschetto bagnato d’accordi” (“au bosquet arrosé d’accords”) avverrà il risveglio del fauno secondo i versi di Stéphane Mallarmé messi in musica da Claude Debussy nel Prélude à l’après-midi d’un faune. Abbozzato nel 1890 su richiesta dello stesso Mallarmé come musica di scena per uno spettacolo che non venne mai realizzato, il Prélude si sviluppò successivamente in forma di poema sinfonico e come tale ha il suo posto tra i fondamenti della scrittura sinfonica moderna. A farne un capolavoro basta soltanto l’incipit in cui il flauto solista disegna il suo avvolgente e ondeggiante profilo cromatico: idea melodica potentissima che immette immediatamente in un clima sospeso tra sogno e realtà, non lontano da Syrinx in cui il flauto si farà espressione di malia incantatrice e sensuale, anelito erotico, malinconia ed estasi, nel 1913. Quindi, un omaggio all’Italia e al grand tour romantico di cui Ravello era tappa, con la Sinfonia n. 4 di Felix Mendelssohn-Bartholdy, “Italiana”, opera definita dallo stesso autore come “il lavoro più gaio che io abbia mai composto”. Frutto delle impressioni avute da Mendelssohn nel corso del viaggio in Italia del 1831, la sinfonia è un “guizzo scintillante di luce mediterranea”, quanto mai desiderato e appropriato a descrivere in musica l’Italia più bella, di ieri e di oggi. Il piglio brillante e l’animata eccitazione del primo tempo non intaccano la raffinata costruzione di una forma-sonata specialmente ricca di proposte e di sfumature, e lavorata con profonda attenzione anche dal punto di vista contrappuntistico. Il secondo tempo è costruito su un canto di processione, passaggio quasi obbligato nelle escursioni musicali italiane dei romantici, col suo carattere vagamenente popolaresco, con certi suoi andamenti di danza, col suo sapore, talvolta, modale. Scorrevole e melodico risulta anche il terzo tempo Con moto moderato, che acquista vaghezza dall’indecisione intrinseca del modulo metrico utilizzato, ben definito e tuttavia oscillante fra il minuetto, lo scherzo e persine il valzer. Il Saltarello rende un omaggio conclusivo, fresco e scintillante, al mito di una latinità solare, orgiastica, impetuosa.  Finale di serata affidato alla Prima Sinfonia di Sergej Prokof’ev, detta la “Classica” caratterizzata da una tensione che si avverte nitidamente nella pagina del compositore russo, impegnato a cercare una sintesi tra il classicismo di Haydn e uno stile personale, fatto di humour e spunti ritmici tipicamente novecenteschi. I quattro tempi della Sinfonia seguono con rigore la successione del modello classico: così, al primo tempo in forma di sonata, segue un Larghetto intimamente espressivo e appena increspato di nostalgia, con, fra le righe, un timido accenno di ironia. Il terzo tempo, una Gavotta sull’esempio stilizzato delle danze di corte settecentesche, è una vera gemma, che ha poi nel Finale impetuoso e spumeggiante, il rituale lieto fine.




Ferragosto con Biagio Izzo all’Arena del Mare per una rassegna di cabaret tutta da ridere

Poliedrico sul palco, anche se tendente all’umoristico Ugo Piastrella per la sera di ferragosto è riuscito a strappare in extremis il si di Biagio Izzo per la rassegna di cabaret all’Arena del Mare. «Ci sarà. – afferma – alla fine ha sciolto le riserve e ci sarà la sera del 15 agosto. C’era stato uno spostamento di date che stava facendo saltare l’appuntamento a Salerno. Ma alla fine ci sarà». Poi si sofferma su quella che sarà l’apporto alla rassegna all’arena del Mare. «Non abbiamo proposto nulla di teatro viste le notevoli restrizioni da osservare. – riprende – Abbiamo optato per una rassegna di cabaret anche se quello che proporrà Biagio Izzo è quasi una teatrale con Mario Porfito, già della serie La squadra». Ma resta un teatro che rischia di essere una delle vittime principali di questa emergenza, anche se Ugo Piastrella, attore di lungo corso, preferisce vedere più il bicchiere mezzo pieno che vuoto. «Spero che nel giro di qualche mese, magari con la scoperta del sospirato vaccino, tutto possa normalizzarsi. – afferma – Certo pensare a una riapertura dei teatri è difficile in questo momento con il rigido protocollo: ad esempio il “mio” Teatro Nuovo, secondo le restrizioni, scenderebbe drasticamente a 70 posti dagli originali 280. Ci sarà da lavorare anche se possiamo dire che le nostre istituzioni locali stanno provando il possibile. L’impegno dell’assessore Tonia Willburger è costante nella speranza che vi siano al più presto dei frutti». Dal lontano 1967 ha calcato con continuità il palcoscenico, con la sua ecletticità come attore che l’ha visto protagonista sia sul grande che sul piccolo schermo. «Una delle ultime partecipazioni è stata con Vincenzo Salemme nel film “Se mi lasci non vale”. – riprende – Oltre a qualche altra apparizione sul piccolo schermo, tra cui su Raidue. Ma faccio soprattutto Teatro, è questa la mia passione». Particolarmente proteso verso ruoli umoristici, Ugo Piastrella non si è tirato indietro nell’interpretare altri ruoli. «Diciamo che la tendenza è di fare un teatro umoristico, abbastanza tradizionale. – afferma – Ma nel tempo abbiamo fatto un po’ di tutto. E’ anche normale che un attore debba saper fare tutti i ruoli. Come qualche rappresentazione di Pirandello che ha raccolto i favori del pubblico. Ma preferisco ruoli umoristici». Che sono quelli che raccolgono i maggiori favori da parte del pubblico. Soprattutto per una serata tranquilla alla ricerca di qualche ora di distensione. «Diciamo che una rappresentazione umoristica è quella che ti assicura un certo rientro economico se non ve ne sono altri. – afferma – Chiaro che il cartellone comico è il primo elemento che ti permette di avere un certo rientro, contando su uno zoccolo duro di spettatori. Ma l’importante è che il teatro sia fatto bene e che riesca a interessare».