L’ affresco drammatico della Messa da Requiem di Giuseppe Verdi

Domani sera, alle ore 20, Juraj Valcuha sarà sul podio del nostro massimo a dirigere l’orchestra e il coro del Teatro di San Carlo, con i solisti Rachel Willis Sorensen, Olesya Petrova, Antonio Poli e Liang Li

Di OLGA CHIEFFI

Il Requiem di Verdi, il cui titolo completo è “Messa da Requiem per l’anniversario della morte di Manzoni – 22 maggio 1874”, inaugurerà domani sera, alle ore 20, la stagione concertistica del massimo cittadino. Sarà la bacchetta del direttore musicale del Teatro di San Carlo, Juraj Valčuha, con i solisti Rachel Willis Sorensen (soprano), Elena Zhidkova (mezzosoprano), Antonio Poli (tenore) e Liang Li (basso), e il coro preparato da Gea Garatti Ansini, ad interpretare il capolavoro verdiano. Se, in qualcuna delle brevi pagine sacre che hanno preceduto la Messa, Giuseppe Verdi è stato un poco guardingo, non discostandosi dalle più ovvie tradizioni del genere, qui ha inteso dimostrare che, anche un compositore italiano, inevitabilmente “compromesso” con lo strapotere del melodramma, è in grado di affrontare una grande composizione sinfonico corale, come quelle di Berlioz o di Brahms. E ha scelto la via più congeniale al proprio temperamento di drammaturgo, creando una meditazione sulla morte che è qualcosa di completamente diverso, anzi di opposto a quanto aveva fatto qualche anno prima con la trasfigurazione della “Forza del Destino”. Qui, nel Requiem, la morte genera terrore, e, per affrontarla è necessario gettare uno sguardo a tutta la propria vita, per indagare su di essa e separare il bene dal male. Se il Padre Guardiano esprimeva fiducia e speranza con la parola rivolta ad un radioso futuro, nel Requiem lo sguardo è rivolto all’indietro, con la constatazione che la fine liberatoria sarà concessa soltanto a pochi eletti. L’ambiguità tra sentimento collettivo apocalittico e ripiegamento intimistico è uno degli elementi di grande fascino del Requiem. Nella sequenza del Dies Irae di Tommaso da Celano, le voci soliste (basso e mezzosoprano) entrano largamente in anticipo rispetto alla prima persona singolare, che si presenta solo alla settima stanza (“quid sum miser”). Vi sono alcune rimembranze dell’antico stile sacro contrappuntistico ai versi Te decet hymnus  (a cappella), quam olim Abrahae e il Sanctus. Per contrasto, abbiamo, invece, momenti in cui il sentimento individuale è espresso nel modo più caloroso, nel linguaggio privo di mediazioni dell’hic et nunc verdiano, quello che il cigno di Busseto aveva affinato nel melodramma: il Kyrie eleison, il Recordare , l’Ingemisco, i versi Salva me fons pietatis, oro supplex et acclinis, et lux perpetua nel Lux aeternam, il Requiem aeternam cantato dal soprano nel Libera me. Vi sono, però, anche momenti in cui, senza rinunciare alla potenza del sentimento musicale, Verdi sembra voler far riaffiorare una religiosità più arcaica e primordiale, che si discosta sia dalla melodia operistica sia dalla polifonia severa. Che sia l’antico canto salmodiato del coro, con cui si apre l’introito o del soprano nella drammatica invocazione del Libera me, che siano le rievocazioni di lugubri marce funebri (il Lacrymosa o il Requiem aeternam del basso nel Lux aeterna), o il canto spoglio e monodico dell’Agnus dei, in tutti questi casi Verdi sembra volersi riconnettere con archetipi ancestrali della ritualità popolare, come se in questi ultimi trovasse la voce più autentica dell’uomo che si rivolge a Dio, e potesse così, lui agnostico, parteciparvi. L’unità tra le diverse sfaccettature della musica non viene trovata da Verdi in un principio formale, bensì in un principio psicologico. Nel ritornare imprevedibile e incontenibile delle medesime pulsioni della psiche ci sentiamo ogni volta risospinti indietro, attanagliati dal primordiale: il terrore del Dies Irae, il grido di fede del Libera me, irrompono più volte nel brano con una forza immutata, la supplica dell’individuo, sospesa tra timore e speranza, non ha risposta, e il finale termina con l’unica certezza della morte terrena. Si tratta a ben vedere di un finale “laico”, nel quale manca la fiducia del fedele nel perdono divino: l’ascoltatore non saprà mai se la supplica è stata accolta oppure no, percependo unicamente lo spegnersi della vita.

 




Al via il Crocifisso con l’Infiorata di Portanova

Grande attesa per la fiera di primavera il cui allestimento inizierà nella mattinata di domani con oltre cento stand di artigiani provenienti da tutt’Italia

Di Ambra De Clemente

Con il montaggio di un centinaio di stand in legno, già domani comincerà l’allestimento della XXIX Fiera del Crocifisso che da domenica 28 aprile al 1 maggio trasformerà il centro storico di Salerno in un antico borgo medievale. “La città e i mercanti”: questo lo slogan della XXIX edizione della Fiera del Crocifisso Ritrovato, organizzata dalla Bottega San Lazzaro con il Comune di Salerno, la Coldiretti, gli enti e i partener che supportano la manifestazione ormai attestata tra le maggiori fiere medievali d’Italia. Durante i  quattro giorni della kermesse, nei vicoli e nelle piazze della parte antica della città si faranno rivivere la cultura, le tradizioni, i cibi, i giochi, i profumi, i colori, gli abiti e le atmosfere del mondo medievale. La manifestazione, ideata da Peppe Natella, ha superato un quarto di secolo facendo registrare ad ogni edizione numeri da record in termini di presenze. Nel nome del suo ideatore, la Fiera continua con la direzione organizzativa della figlia Chiara e dell’intera famiglia Natella. Sarà un vero e proprio tuffo nel passato tra mercati medievali, rievocazioni storiche, attrazioni, artigianato, degustazioni, mostre, momenti di spettacolo e monumenti aperti. Diversi i siti del centro storico interessati, centinaia gli artisti di strada: per ricreare il clima medievale ci saranno menestrelli, saltimbanchi, giocolieri, trampolieri, mangiafuoco, giullari, cantastorie, artisti di strada, statue viventi. La prima novità della Fiera del Crocifisso 2019 riguarda proprio piazza Portanova, al centro della quale verrà allestita una grande infiorata che –  utilizzando soprattutto le calendule, i fiori simbolo dell’antica Scuola Medica Salernitana – riprodurrà il simbolo della fiera, appunto una mano aperta che porge una corolla. L’iniziativa è organizzata con la Coldiretti Salerno. L’Infiorata sarà realizzata dai Maestri Infioratori di Ogliara di Salerno. L’Associazione Parrocchiale e di Promozione sociale “Il Campanile di Ogliara” fa parte della Associazione Nazionale Infiorate artistiche “Infioritalia” ed è attualmente impegnata nella organizzazione della decima edizione del 22 e 23 giugno prossimi. Altra grande novità, di forte valore didattico in una società urbana dove i bambini ignorano del tutto il rapporto con la terra e la campagna, dove si producono i prodotti primari, è la “Fattoria degli animali”, che verrà allestita in piazza Sant’Agostino, in collaborazione con Coldiretti Salerno: ci saranno conigli, galline ovaiole, poi maialini, bufalotti, agnellini e vitellini. A testimonianza della bontà della manifestazione, ha aderito anche il WWF Italia, presente con uno stand in piazza. Intanto, in questi giorni, fervono le prove d’abito per i negozianti che hanno scelto di servire i propri clienti nei giorni della Fiera in abiti d’epoca. Ritorna anche il concorso di vetrine artistiche “Una vetrina per Barliario. Il premio per la vetrina più bella sarà un’opera ceramica originale del maestro Nello Ferrigno, una testa-vaso che raffigura la regina Sichelgaita, moglie di Roberto il Guiscardo.




Tersicoarte: oltre la Danza

Da oggi al 7 maggio, seminari, incontri, percorsi artistici, workshop e una mostra fotografica

Di LUCA GAETA

Non una rassegna ma un percorso alla scoperta delle “variazioni” tersicoree. E’ questa la proposta che nasce da “Tersicorarte”, l’evento organizzato dall’Associazione Campania Danza di Antonella Iannone realizzato con il contributo della Regione Campania ed il sostegno del Comune di Pontecagnano Faiano, del Comune di Pellezzano, della Fondazione Cassa di Risparmio Salernitana e della Bimed. Da oggi si danzerà, di parlerà di danza, si leggerà la danza con gli occhi della “settima arte” e poi ancora si assisterà a due particolari interni d’artista, si affronterà il tema della danza educativa ed infine si potranno ammirare gli attimi di danza immortalati dagli scatti fotografici di Massimiliano Mona. La Sala Pasolini di Salerno, il Complesso Monumentale dello Spirito Santo di Pellezzano e l’ex Tabacchificio Centola di Pontecagnano saranno i siti che ospiteranno gli eventi in calendario. Legandosi a doppio filo agli stage che si sono tenuti lo scorso anno, da martedì 23 aprile si studierà danza contemporanea con il seminario “The open body”. Docente d’eccezione Simona Soledad, la performer, coreografa ed artista visuale che ha fondato l’associazione “No-Body is Wrong”, l’associazione lotta contro tutte le forme di discriminazione legate al corpo, ed utilizza il veicolo dell’arte per creare una maggior coscienza sociale. Con l’artista svizzera ci saranno anche Aneli Perdomo, Tamara Venereo e Daniela Ponjuan. Il seminario, che si svolgerà fino al 25 aprile, nasce come prolungamento del processo di ricerca iniziato all’Havana (Cuba) dove Simona Soledad ha lavorato con tre artiste cubane. Per info e prenotazioni: 089 797614. Il 29 aprile, alle ore 18, la Sala Pasolini di Salerno ospiterà “Dialoghi d’autore – la settima arte e la danza” con gli interventi di Elisa Guzzo Vaccarino, critico d’arte; Alessandro Pontremoli, storico di danza, e Vittorio Nevano, regista televisivo. A seguire ci sarà la proiezione del film televisivo “La luna incantata” prodotto dalla Rai e vincitore del Palmarès d’oro Sezione Film Musicali del Festival della Televisione di Cannes. Il 1 maggio al Complesso Monumentale dello Spirito Santo di Pellezzano, alle 10.30 ed alle 12.00, per la sezione “Contaminazioni – interni d’artista” saranno proposte le coreografie di Hilde Grella, Antonella Iannone e Claudio Malangone. Ci sarà la partecipazione straordinaria dell’attore Roberto Lombardi e del chitarrista Marco De Simone. Seguirà un aperitivo. Il 5 maggio le “Contaminazioni” si ricreeranno nell’Ex Tabacchificio Centola di Pontecagnano Faiano a Salerno: le coreografie pensate per questo sito sono di Ylenia Ippolito e Claudio Malangone. Per questi ultimi due appuntamenti la prenotazione è obbligatoria; info line 089 797614, dal lunedì al venerdì dalle ore 16 alle ore 20. Martedì 7 maggio, alle ore 10, al Grand Hotel Salerno incontro con Franca Zagatti, artista di danza su “Star bello a scuola: l’esperienza della danza educativa”. “Trasportare sul piano motorio ciò che si sente, si vede, si percepisce fuori e dentro di noi, significa trovare modi alternativi per dar forma al nostro sentire. E questo aiuta a percepirsi in maniera organica, a sentirsi bene, ad aver voglia di percorrere strade nuove, mantiene la curiosità e la propensione allo stupore”, spiega la stessa Zagatti nel testo di presentazione del corso. A seguire passo dopo passo “Tersicorarte” saranno le fotografie di Massimiliano Mona che alal Sala Pasolini (29 aprile), al Complesso Monumentale dello Spirito Santo a Pellezzano (1 maggio) e negli spazi dell’Ex Tabacchificio Centola di Pontecagnano allestirà la sua mostra fotografica dal titolo “Moves”. La ricerca di Massimiliano Mona non si limita solamente all’esaltazione della tecnica o degli sforzi fisici che la danza richiede, ma piuttosto mira ad evidenziare attraverso l’armonia dei corpi e l’espressione dei volti, ciò che i danzatori portano nel loro intimo, ognuno con la propria personalità, la propria debolezza, la propria forza ed il loro immancabile estro creativo.

 

 

 




Dracula invasore straniero

Dracula invasore straniero

Sigillo aureo sul cartellone del Teatro Verdi di Salerno da parte di Sergio Rubini e Luigi Lo Cascio che hanno fatto rivivere il mito sempre attuale del vampiro.

 

Di ARISTIDE FIORE

Misurarsi col cinema horror, dal muto ai giorni nostri, per sprigionare in teatro la forza di un famosissimo romanzo gotico è la scommessa vinta, a giudicare dal gradimento del pubblico, con “Dracula”, nell’adattamento di Sergio Rubini e Carla Cavalluzzi dell’opera omonima di Bram Stoker: una coproduzione di Teatro della Toscana e Teatro Nuovo di Marco Balsamo che ha chiuso il cartellone di prosa 2018-2019 al Teatro Municipale Giuseppe Verdi di Salerno. La regia di Sergio Rubini regge il confronto e lo supera avvicinandosi alla forma d’arte che ha sfruttato di più il tema dell’orrore, e in particolare proprio questa storia, evitando però di ingaggiare una gara impari sul piano della finzione. Rimandano al cinema le luci di Tommaso Toscano, che isolano piccole porzioni della scena per ottenere vere e proprie inquadrature o si protendono dall’alto, evocando apparizioni avvolte da un alone spettrale. Gli altri effetti speciali che connotano questo allestimento trasportano però lo spettatore nella dimensione del teatro, disponendolo a stare al gioco, a recepire il fascino di ciò che si compie attimo per attimo sul palcoscenico. L’azione è scandita da brume sinistre, tempeste, folate di vento, tormente di neve, ai quali si accompagnano le musiche di Giuseppe Vadalà e i suoni inquietanti che spiccano dal tessuto rumoristico del commento sonoro ideato e prodotto istante per istante da G.U.P. Alcaro, il quale si mostra in una specie di gabbiotto radiofonico completamente decontestualizzato, determinando un ironico contrappunto alla finzione scenica. La dinamicità della rappresentazione è favorita dalle soluzioni scenografiche di Gregorio Botta, semplici e efficaci, come i pannelli sfinestrati coperti da teli sudici, impiegati di volta in volta per delimitare scompartimenti ferroviari, fungere da porte e finestre o da specchi che non riflettono. Di grande effetto è la fantasmagoria di drappi neri svolazzanti sullo sfondo, che passa dalla pura astrazione fino a rappresentare, interrompendone il moto, il sinistro maniero del vampiro. La spettacolarità di questo gran dispiegamento di mezzi intende soltanto accordarsi all’atmosfera della vicenda, senza pretendere davvero di creare l’illusione della realtà. Il resto, la gran parte del lavoro evidentemente, viene affidato, come è giusto che sia, alla bravura degli attori, alla loro capacità di trasmettere all’istante senso e emozioni. Concorrono brillantemente a questo risultato l’intensità e il sapiente uso della voce di Luigi Lo Cascio nei panni del protagonista, il giovane avvocato Jonathan Harker e la camaleontica interpretazione di Margherita Laterza, nel ruolo di Mina, fidanzata e poi moglie di Jonathan, molto abile nel rendere la sconvolgente mutevolezza del comportamento di un personaggio mite e sentimentale ma soggiogato dall’influenza negativa del vampiro, che suscita in lei improvvisi rapimenti estatici e inattesi slanci erotici o bestiali. La struttura epistolare, diaristica del romanzo si presta benissimo alla resa scenica, in quanto gli eventi più drammatici vengono rievocati attraverso il racconto dei personaggi, intenti a scrivere o a leggere diari e giornali. D’altronde si tratta di un espediente al quale il teatro ha fatto sempre ricorso fin dalle sue origini. Cosicché allo strano atteggiamento di un sempre più alienato Martin Renfield interpretato da Lorenzo Lavia si affianca il racconto epistolare del Dottor John Seward (Roberto Salemi), direttore del manicomio in cui è ricoverato. A Sergio Rubini, che impersona il professor Abraham Van Helsing, del quale Seward era stato allievo, spetta il compito di tenere insieme le fila della vicenda, resa mediante una difficile sintesi, e condurla all’epilogo ovvero alla sconfitta di un nemico più simbolico che reale. L’aspetto possente e l’atteggiamento spavaldo del vampiro interpretato da Geno Diana sembrerebbe accordarsi poco con l’atmosfera tetra e misteriosa che pervade l’intera messa in scena, oltre che con le fattezze del personaggio descritto nel romanzo. A ben vedere tuttavia, lo si potrebbe ritenere più vicino al personaggio storico al quale Stoker si ispirò: Vlad III Dracula, l’impalatore, il sanguinario principe di Valacchia, vissuto nel XV secolo. Stoker, lasciando sottinteso che il suo vampiro, trattandosi di un non-morto, sia lo stesso personaggio, ne amplia la genealogia fino a tracciare legami con i vari popoli guerrieri che terrorizzarono l’Europa tardo-antica e medievale, risalendo fino a Attila. Dunque già nell’opera letteraria, al di là della connotazione soprannaturale e mostruosa del personaggio, venne posto l’accento sulla sua alterità etnica, che in questo adattamento teatrale è resa soprattutto attraverso la recitazione in rumeno. Dracula incarna quindi la paura dello straniero, del presunto invasore rapace e, più in generale, dell’altro, sul quale è facile proiettare le proprie paure ma forse anche le proprie eventuali tendenze inconfessabili.




Il Pulcinella di Francesco Nappa

Stasera e domani il teatro Verdi ospiterà il balletto di Igor Stravinskij affidato ai solisti e al corpo di ballo del Teatro di San Carlo. Non solo musica del genio russo però, nello spettacolo, ma anche la canzone partenopea e la musica elettronica, nella rilettura del coreografo napoletano

Di OLGA CHIEFFI

 Non solo Stravinskij-Pergolesi per il Pulcinella che andrà in scena oggi, sul palcoscenico del Teatro Verdi di Salerno alle ore 21 e domani in doppio spettacolo, alle ore 17 e alle 20. Il coreografo napoletano Francesco Nappa riprende il Pulcinella di Igor Stravinskij, commissionatogli da Djagilev e lo destruttura, come l’autore destrutturò la musica di GiovanBattista Pergolesi, tra cui le tre sonate, Lo frate ‘nnamorato e Il Flaminio, unitamente all’Adriano in Siria, aggiungendo a queste “Era de maggio” e “Lines describing circles” di Peder Mannerfelt, una breve incursione della musica elettronica. In questa creazione in cui Stravinskij incontrò la genialità di Léonide Massine e di Pablo Picasso, con cui soggiornò nel capoluogo campano nel 1917, occasione in cui diresse per la prima volta al San Carlo e, giustamente, il teatro partenopeo due anni fa volle festeggiare questo centenario con questo nuovo e moderno allestimento del suo celebre balletto dedicato a Napoli, che vedremo al Verdi. Nei ruoli principali saluteremo Pulcinella cui darà vita Carlo de Martino, Pimpinella che sarà Claudia d’Antonio, Furbo, Salvatore Manzo, il Capobanda (ruolo inventato dallo stesso coreografo, Alessandro Staiano, sostenuti dal corpo di ballo diretto da Giuseppe Picone. Nappa, si cala nella Napoli contemporanea con artisti e interpreti tutti napoletani per raccontare una città profondamente cambiata, la sua nuova immagine, e i suoi ragazzi e le sue ragazze espressione moderna di quell’atavica vivacità partenopea. Pulcinella è “sofistico”, a Napoli significa che spacca il capello in quattro, ma dopo aver spaccato le cose a metà per analizzarle non ha poi l’attitudine a ricomporre, a ricostruire. E’ filosofo sostanzialmente scettico, che per arrivare ad una ricomposizione avrebbe bisogno di un atto di fede, di una intuizione, di un atteggiamento di abbandono di cui non è capace. La sua straordinaria capacità di mettere in ridicolo il dogmatismo lo rendono un campione del popolo napoletano che in lui ritrova quella forza dionisiaca eruttiva e distruttiva, la cui massima espressione consiste nel mettere in dubbio qualsiasi cosa e il cui primo bersaglio è il dogma, il potere, in tutte le sue forme. Ma, come tutte le forze vulcaniche, quella lava è destinata presto a seppellire tutto. Lo spirito critico si ritorce contro se stessi, distrugge tutto e per questo forse, a Napoli, qualunque rivoluzione sembra destinata prima o poi a diventare un souvenir. L’ incursione nella musica elettronica, sottolinea la durezza dei bulli di strada che aggrediscono Pulcinella ma sono beffati dalla sua astuzia, una strambata dalla storia originale che sottolinea quanto il mondo dei bulli (duro, crudo e violento) sia diverso da quello di Pulcinella, che anche quando sbaglia, imbroglia o tenta di farla franca, è pur sempre una figura di positività solare. A fare da scenografia le 140 installazioni di Lello Esposito, scultore e pittore napoletano che lavora sui simboli della città declinandoli nelle forme più diverse. La maschera che Pulcinella non indossa – in quanto elemento di separazione tra individuo e società – è tuttavia perennemente in scena in evocative sculture, insieme ai corni che mescolano sacro profano e che perforano lo spazio aereo del palcoscenico.




Il Giovedì Santo dei Salernitani

Grande concorso di pubblico nei vicoli del Centro Storico per la visita ai sepolcri nelle chiese, lo struscio, gli incontri, l’ultima cena prima del periodo di penitenza. La tradizione del “veccillo”, il tortano dolce di brioche con le uova, che offre la Dolceria Pantaleone

Di OLGA CHIEFFI

La visita ai Sepolcri del Giovedì Santo è una tradizione cara ai Salernitani. Sull’imbrunire, le famiglie unite escono di casa per  questa lunga passeggiata nel nostro centro storico, una riconciliazione, con i tempi, i luoghi, i profumi di una città fatta a misura d’uomo. Altissimo è il significato cristiano di questo giorno, che in qualche momento sfugge a causa dei negozi aperti, del profumo di primavera, del voler forse già guardare oltre all’oscuro e dolente Venerdì santo. Tre, cinque, sette, i numeri dei sepolcri da omaggiare, sempre in numero dispari. Personalmente mi è caro il numero sette, le sette madonne della Salerno longobarda, sette le spade dell’Addolorata. Ma basterebbe ricordare che, come raccontato nella Bibbia, Dio impiegò sette giorni per realizzare la Sua Creazione e che sette sono i giorni della settimana che lo ricordano all’Uomo, che sette sono le note musicali che producono l’Armonia, una parola di sette lettere, per intuire il carattere esoterico di questo numero. Il percorso in genere parte dalla parrocchia d’appartenenza, per poi andare in pellegrinaggio nelle diverse chiese, altari addobbati con fiori banchi e verde pastello, simbolo di rinascita, interamente dedicati alla ricerca della Luce, le reti, a perpetuo ricordo di un Gesù Pescatore di anime, la grande speranza della Chiesa. Bisognerà gettare le reti in pieno mare, quando meno si ha fiducia di raccogliere, con grande abbandono in Gesù, ed allora la rete si colmerà e la Chiesa si rivelerà nel suo vero trionfo, che è amore. Chiese molto accorsate San Pietro in Camerellis, una parrocchia molto unita che si è stretta con letture e canti intorno all’altare fino a tarda notte e l’Annunziata la chiesa “nobile” cara ai Salernitani. Oggi, il Venerdì trascorrerà sui ritmi lenti e sforzati dei riti della via Crucis, della adorazione della Croce e delle Tenebrae,  sono gli uffici degli ultimi tre giorni della Settimana Santa. Le candele spente rappresentano l’ amore verso il Redentore, amore terreno che si fa sopraffare dalla paura, dal dolore, dalla cupidigia, dalle debolezze umane: «È l’ora delle tenebre», ma dietro l’altare la luce è eterna. Ieri sera non solo preghiera, ma anche musica, con lo Stabat Mater di GiovanBattista Pergolesi tra le antiche pietre di Santa Maria De’ Lama. Il Conservatorio “G.Martucci” di Salerno ha messo in scena il capolavoro del compositore jesino, affidandolo alle voci di Irma Tortora e Clarissa Piazzolla sostenute dall’Ensemble Artemus diretto da Alfonso Todisco. Una Madonna speciale, Irma Tortora docente di canto dell’istituzione, si è posta sulle tracce di Irene Papas, la madonna dello storico Stabat di Roberto De Simone, attorniata da Valeria Feola, Carla Genovese e Giulia Moscato, per la regia di Enzo Di Matteo. In quest’opera, tutto sorregge il canto ed è funzionale al risplendere delle due voci femminili, e già dall’introduzione si delinea un clima commovente e malinconico, la musica prende vita forma e ha il compito di far percepire la terra, il terreno, come un principio di assorbimento e, insieme di nascita: abbassando, si seppellisce e si semina, e, nel medesimo tempo, si dà la morte per, poi, ridare nuova luce, nuova vita. Chiudiamo il nostro percorso come da tradizione nell’antica Dolceria Pantaleone. La tradizione è quella del “veccillo”, un tortano di pasta brioche (unici due giorni dell’anno per assaggiare una brioche unica), profumatissimo, naturalmente con inserti di uova e granella di zucchero, da bissare il Sabato Santo. E’ questo il dolce per provare il forno prima di porre in cottura le celeberrime pastiere, che scioglieranno le campane della Risurrezione, unitamente alla speranza e all’incalzante Primavera.




Logos, il Comune di Salerno: “Troppe persone, a rischio la sicurezza”

di Erika Noschese

Il cambio di location per Logos, l’evento in programma ieri sera, a causa dell’amministrazione comunale che – a poche ore dall’inizio ufficiale della manifestazione – ha chiesto integrazioni varie ai documenti già presentati, ha sollevato un polverone di polemiche. Dopo l’annuncio, avvenuto tramite social, dell’organizzatore Enzo Iannece non accennano a placarsi le accuse rivolte ai vertici di Palazzo di Città che, dal canto loro, parlano di “chiave di lettura parziale quella riscontrabile nelle osservazioni formulate da uno degli organizzatori dell’evento “Logos”, programmato per le serate del 18 e del 21 a Palazzo Genovese a Salerno e presentato come un momento di aggregazione, di arte, cultura e musica asseritamente sottratto alla nostra città”. Il Comune di Salerno avrebbe fin da subito accolto favorevolmente l’iniziativa, concedendo l’utilizzo gratuito della struttura ed il patrocinio. Secondo quanto precisano i vertici di Palazzo Guerra, la proposta presentata prevedeva, inizialmente, la realizzazione di una manifestazione, avente un carattere marcatamente culturale con mostre e visite guidate nel centro storico cittadino e solo nelle ultime ore gli organizzatori avrebbero precisato che accanto alle dichiarate iniziative di natura culturale, era prevista l’esibizione di Dj di fama internazionale. Programma, questo, che avrebbe richiamato un cospicuo numero di persone che sarebbero state ospitate presso una struttura, Palazzo Genovese per l’appunto, idonea ad accogliere un numero di presenze non superiore alle 70/100 unità, e determinato possibili rischi per la pubblica incolumità con l’esigenza della predisposizione del necessario piano di sicurezza previsto per legge. Da qui, secondo l’amministrazione comunale, la decisione degli stessi organizzatori dell’evento di trasferire la manifestazione in una discoteca salernitana (il B-Side ndr), struttura adeguata a tali tipologie di eventi, a conferma delle perplessità nutrite dall’amministrazione. “Appaiono, quindi, assolutamente ingenerose le polemiche di quanti disconoscono l’impegno dell’amministrazione volto ad incentivare la movida cittadinae a rafforzare la proposta musicale nei locali – riferiscono ancora da Palazzo di CittàSarebbe auspicabile che tutti collaborassero alla crescita del territorio, contemperando le esigenze di divertimento con quelle della sicurezza”. Ad attaccare l’amministrazione guidata dal sindaco EnzoNapoli, il consigliere demA Dante Santoro: «Eroicamente c’è ancora chi investe e cerca di ravvivare questa città ma l’amministrazione delle vergogne continua la sua opera di desertificazione culturale – ha dichiarato Santoro – Da salernitano sono dispiaciuto e mortificato, solidarietà agli organizzatori diLogos che a due giorni dall’evento si sono visti imporre restrizioni che sono un boicottaggio difatto. Un’altra figuraccia di sindaco e giunta che purtroppo danneggia l’immagine della città».




La crocifissione dei bambini: “Tribunale e periti negazionisti”

di Michelangelo Russo

C’è qualcosa di discutibile nelle prassi degli Uffici Giudiziari di Salerno in materia di abusi sessualisui bambini. Normalmente, nei processi per violenza sessuale sui bambini, è estremamente difficileraccogliere la prova, soprattutto quando la violenza avviene nel circuito familiare. Allora i piccoli tendono a ridimensionare e a confondere le tracce dell’abuso per gli inquirenti, per il terrore non solo di ritorsioni ma anche di allontanamento dal nucleo familiare. E’ per questo che l’apporto dei consulenti e periti è fondamentale per la decisione finale del giudice, privo di cognizioni psicologiche specializzate com’è. Ora, la scelta dei consulenti deve essere, oltre che variegata estremamente equilibrata e serena. Per offrire al magistrato un materiale il più possibile neutro. Perché la decisione finale, è ovvio, spetta al giudice. E’ lui che deve saper leggere criticamente le relazioni e le testimonianze acquisite. E’ lui, che con quell’elemento fondamentale nell’indagine che è il dono dell’intuizione (in gergo giudiziario si chiama il “prudente apprezzamento” delle risultanze istruttorie), dovrà effettuare una scelta in cui è imprescindibile il possesso della ragione. Che è quella somma di quesiti e risposte logiche che il giudice deve porsi, altrimenti si appiattirebbe nelle conclusioni dei suoi periti, usate come comodo alibi per scrollarsi le sue responsabilità in ordine alla scelta. Insomma, è il giudice e solo il giudice che deve assumersi la responsabilità di dichiarare una persona colpevole o innocente. Per questo viene definito il perito dei periti. Il fardello di questa responsabilità schiaccia il giudice soprattutto quando deve condannare. Deve motivare bene la decisione che manda in galera la gente. Quindi, una sorta di inconfessata paura di sbagliare tiene vigile l’attenzione del giudice quando motiva la condanna; la tensione emotiva invece gli si attenua quando assolve. Il fardello è più leggero, e il danneggiato dal reato può sempre attivare un’azionecivile per i danni subiti. Diciamolo: occorre più coraggio e fatica per condannare che per assolvere. E si è meno esposti alle possibili critiche del Giudice di Appello e di Cassazione, non fosse altro che sovente l’Ufficio del P.M., oberato di lavoro, non ha il tempo di farei mpugnazione. E’ chiaro che tutto ciò non è la norma dell’agire giudiziario. Ne è però,tante volte, una inconfessabile patologia. E adesso veniamo alla crocifissione delle anime innocenti, che al supplizio inevitabile del processo devono aggiungere spesso il marchio della non credibilità delle loro accuse. Dirette, quando riescono ad esprimersi bene con le parole; oppure indirette, quando affidano il loro grido di dolore agli indicatori comportamentali. Il processo giusto ed efficace si gioca in gran parte qui: sull’esperienza e sulla pazienza dell’investigatore medico, che, molto più del giudice, sa leggere i messaggi subliminali che manda il corpo del bambino. Attraverso, ad esempio, comportamenti seduttivi incongrui con l’età. Oppure disegni, reticenze, contraddizioni volontarie usate dai piccoli per sviare l’indagine. Occorre prudenza degli operatori nella valutazione sulla loro presenza e significatività. Ma non possono essere ignorati. Lo psicologo giudiziario indaga attraverso di essi con un dialogo serrato con il bimbo abusato, attraverso un metodo maieutico che rimuove lentamente il blocco mentale che il bambinoha costruito attorno al ricordo traumatico. Non bisogna confondere però questo dialogo con la suggestione indotta nel bambino dalle parole dello psicologo. La suggestione, così cara ai “negazionisti” tra i neuropsichiatri infantili, è a sua volta una suggestiva invenzione di quei periti che, per varie ragioni, preferiscono la comoda strada della dichiarazione di ambiguità di questi segnali per suggerire ai giudici l’assoluzione dei presunti mostri. Chi sono i negazionisti? L’appellativo viene dato nel mondo della psichiatria infantile a quei colleghi (che nonsono la maggioranza) che sostanzialmente negano la validità dei segnali indicatori delle violenze. Negazionisti perché negano l’evidenza, come i negazionisti dell’Olocausto. Ma i negazionisti hanno un loro successo nel mondo giudiziario: sono i facilitatori per quei giudici che, per vari motivi, propendono per l’assoluzione. Abbiamo detto che è molto più difficoltoso e rischioso, per tema di smentite successive, giungere a una sentenza di condanna che a una di assoluzione. Perciò, quando il giudice non è un combattente tenace e capace nel contrasto alla pedofilia, che tende a fare per risolvere il processo? Chiama periti negazionisti che prevedibilmente propenderanno per diluire nel dubbio della possibilità della “suggestione” e del “contagio dichiarativo” i segnali indicatori che vengono dai bambini. Continueremo nei prossimi giorni su questo argomento; toccando il tasto di alcune prassi giudiziarie a Salerno definibili come negazioniste. Per adesso facciamogli fare Pasqua, che tanto nella croce ci stanno i piccoli! Presto arriverà però la festa della Liberazione.




Il Giovedì Santo dei Salernitani

di Olga Chieffi

La visita ai Sepolcri del Giovedì Santo è una tradizione cara ai salernitani. Sull’imbrunire, le famiglie unite escono di casa per questa lunga passeggiata nel nostro centro storico, una riconciliazione, con i tempi, i luoghi, i profumi di una città fatta a misura d’uomo. Altissimo è il significato cristiano di questo giorno, che in qualche momento sfugge a causa dei negozi aperti, del profumo di primavera, del voler forse già guardare oltre all’oscuro e dolente Venerdì santo. Tre, cinque, sette, i numeri dei sepolcri da omaggiare, sempre in numero dispari. Personalmente mi è caro il numero sette, le sette madonne della Salerno longobarda, sette le spade dell’Addolorata. Ma basterebbe ricordare che, come raccontato nella Bibbia, Dio impiegò sette giorni per realizzare la Sua Creazione e che sette sono i giorni della settimana che lo ricordano all’Uomo, che sette sono le note musicali che producono l’Armonia, una parola di sette lettere, per intuire il carattere esoterico di questo numero. Il percorso in genere parte dalla parrocchia d’appartenenza, per poi andare in pellegrinaggio nelle diverse chiese, altari addobbati con fiori banchi e verde pastello, simbolo di rinascita, interamente dedicati alla ricerca della Luce, le reti, a perpetuo ricordo di un Gesù Pescatore di anime, la grande speranza della Chiesa. Bisognerà gettare le reti in pieno mare, quandomeno si ha fiducia di raccogliere, con grande abbandono in Gesù, ed allora la rete si colmerà e la Chiesa si rivelerà nel suo vero trionfo, che è amore. Chiese molto accorsate San Pietro in Camerellis, una parrocchia molto unita che si è stretta con letture e canti intorno all’altare fino a tarda notte e l’Annunziata la chiesa “nobile” cara ai Salernitani. Oggi, il Venerdì trascorrerà sui ritmi lenti e sforzati dei riti della via Crucis, della adorazione della Croce e delle Tenebrae, sono gli uffici degli ultimi tre giorni della Settimana Santa. Le candele spente rappresentano l’amore verso il Redentore, amore terreno che si fa sopraffare dalla paura, dal dolore, dalla cupidigia, dalle debolezze umane: «È l’ora delle tenebre», ma dietro l’altare la luce è eterna. Ieri sera non solo preghiera, ma anche musica, con lo Stabat Mater di Giovan Battista Pergolesi tra le antiche pietre di Santa Maria De’Lama. Il Conservatorio “G.Martucci” di Salerno ha messo in scena il capolavoro del compositore jesino, affidandolo alle voci di Irma Tortora e Clarissa Piazzolla sostenute dall’Ensemble Artemus diretto da Alfonso Todisco. Una Madonna speciale, Irma Tortora docente di canto dell’istituzione, si è posta sulle tracce di Irene Papas, la madonna dello storico Stabat di Roberto De Simone, attorniata da Valeria Feola, Carla Genovese e Giulia Moscato, per la regia di Enzo Di Matteo. In quest’opera, tutto sorregge il canto ed è funzionale al risplendere delle due voci femminili, e già dall’introduzione si delinea un clima commovente e malinconico, la musica prende vita forma e ha il compito di far percepire la terra, il terreno, come un principio di assorbimento e, insieme di nascita: abbassando, si seppellisce e si semina, e, nel medesimo tempo, si dà la morte per, poi, ridare nuova luce, nuova vita. Chiudiamo il nostropercorso come da tradizione nell’antica Dolceria Pantaleone. La tradizione è quella del “veccillo”, un tortano di pasta brioche (unici due giorni dell’anno per assaggiare una brioche unica), profumatissimo, naturalmente con inserti di uova e granella di zucchero, da bissare il Sabato Santo. E’ questo il dolce per provare il forno prima di porre in cottura le celeberrime pastiere, che scioglieranno le campane della Risurrezione, unitamente alla speranza e all’incalzante Primavera.




Tempus Fugit: L’ Uomo nel Diluvio

Sigillo di Valerio Malorni sulla IV stagione di MutaversoTeatro, firmata da Vincenzo Albano. Un cartellone sempre in crescendo per proposte e pubblico. Già al lavoro il direttore artistico per la quinta annata che segnerà il primo vero tassello della nuova angolazione di vedere il teatro in città

Di Gemma Criscuoli

La deriva delle idee, dei ruoli, delle vocazioni non solo artistiche, della politica, dell’ambiente, delle relazioni. In confronto a questa catastrofe spirituale prima che materiale, le acque scatenate sul mondo dalla collera di Dio sono una passeggiata. Non  resta che esporsi fino alla scarnificazione in attesa di una rinascita. Allestimento che richiede un totale coinvolgimento emotivo, “L’uomo nel diluvio”, interpretato da Valerio Malorni, che ne ha curato l’ideazione, la drammaturgia e la regia con Simone Amendola, ha concluso presso il Centro Sociale di Salerno la quarta stagione di Mutaverso, il progetto artistico curato dalla Erre Teatro di Vincenzo Albano. Mentre fissa una distanza ignota in un completo nero di cui ben presto si sbarazzerà invocando aiuto, sorreggendo un enorme orologio che incombe senza fare sconti a nessuno, il protagonista spiega le fasi del proprio spettacolo, dove su un’arca di cartone, fragile simbolo di sicurezza puntualmente vanificato, sono proiettate le immagini di Berlino, dove lo ha condotto un’estenuante insicurezza economica. La disumanizzazione, che sottrae anche solo l’illusione della stabilità, crea un clima apocalittico che non ha bisogno del frastuono di un vero e propria cataclisma, ma consuma silenziosamente l’ossigeno di chi vorrebbe scrivere una storia diversa; la propria, per esempio. La finzione teatrale è continuamente infranta, perché solo recuperando la propria essenza, quella dell’animale da palcoscenico, Malorni, infinitamente più solo di quanto non lo fosse Noè, saprà comunicare anche al popolo tedesco la necessità di superare l’orribile sensazione di essere messo all’angolo da una vita insensata. I frammenti tratti alla fine della pièce da “Cantando sotto la pioggia” sono una beffarda risposta che la commozione di riscoprirsi umani offre all’aridità dei nostri tempi. L’incongruenza del linguaggio, ponte pericolante tra il soggetto e le cose, ha caratterizzato questa stagione di Mutaverso. “Farsi silenzio” di Marco Cacciola rincorre negli incontri casuali e inattesi la necessità di una comunicazione che non dimentichi la pienezza dell’essere. “La buona educazione” della Piccola Compagnia Dammacco con Serena Balivo racconta sarcasticamente quanto l’etica sia difficilmente comunicabile. Ne’ “I giganti della montagna atto III” di Principio Attivo Teatro il divario tra la massa e l’arte è implacabile; in “Vieni su Marte” della Compagnia Vico Quarto Mazzini l’urgenza di essere altro altrove nasce anche da uno scollamento tra l’io e il tutto e in “Socialmente” di Francesco Alberici e Claudia Marsicano l’ossessione nei confronti del virtuale è una resa del segno alla nevrosi. Ne “Il bambino dalle orecchie grandi” di Teatrodilina le parole non sono che proiezione delle proprie illusioni e in “Docile” della Compagnia Menoventi la libertà di espressione e di azione deve fare i conti con il peggiore tra i bari, cioè il caso. “Come va a pezzi il tempo” di Progetto Demoni è un’antinarrazione in cui il fallimento delle parole si mescola alla necessità che la memoria possa rifiorire da se stessa e anche la messinscena di Amendola e Malorni è un tentativo di restituire fertilità alla condivisione di sensazioni calpestata da una sostanziale estraneità all’umano. Il teatro, del resto, è chiamato a questo compito: affrontare ed esorcizzare ciò che lo spettatore preferisce nascondere a se stesso.