Scomparsa Elisa Milito

E’ scomparsa Elisa Milito di anni 17. Snella, alta circa 1.60 metri, l’ultima volta è stata vista a Baronissi in piazza Mercato. Chiunque la veda contatti i carabinieri. Indossa un pantalone largo nero ed una maglietta bianca con vari disegni blu e neri e scritte con iniziali NY e World.




Ausino e caso Zarrella, lettera alla Procura: ipotesi voto di scambio

di Adriano Rescigno 

“Segnalo che il nipote di primo grado Giuseppe Zarrella, figlio della sorella di Maiorino Vincenzo – segretario del Comune di Cava de’ Tirreni – è stato assunto dalla società partecipata del Comune “Ausino” con metodo non regolare”. Si apre così una missiva fatta recapitare ieri alla procura della Repubblica, al comando provinciale dei carabinieri, all’autorità nazionale anticorruzione, al Comune di Cava, ai revisori dei conti ed alla partecipata stessa. Dopo la nostra inchiesta sull’Ausino Spa, ente partecipato che gestisce il servizio idrico nella valle metelliana e in molti comuni della Costa d’Amalfi, iniziano ad arrivare le prime denunce e qualcuno parla già di “vaso di Pandora”. Si attende probabilmente adesso una commissione controllo e garanzia al Comune di Cava convocata d’urgenza viste le selezioni in corso per un posto da impiegato di settimo livello all’interno dell’ufficio affari generali, posto attualmente occupato da Giuseppe Zarrella il cui contratto è al vaglio della Corte dei Conti alla luce di un probabile profilo di illegittimità dove il responsabile dell’ufficio personale della partecipata aveva avanzato più di una perplessità sul rinnovo firmato lo stesso dal presidente dell’ente Mariano Agrusta. La lettera, probabilmente dal nome fittizio, continua: “Vincenzo Maiorino è sempre stato molto tiepido anzi completamente assente, quando si parla di fatti che riguardano l’Ausino”, ma poi arriva l’accusa più grave sulla quale la magistratura ordinaria e contabile sarà chiamata ad esprimersi: “Tante volte non ha controllato i bilanci per coprire tutte le situazioni irregolari che l’Ausino fa, con l’aiuto del sindaco Servalli e del presidente Agrusta, già segretario del Partito democratico cittadino, nominato sempre da Servalli in cambio dell’appoggio alle primarie della famiglia potente di Agrusta. Lo Zarrella presenta libri con il patrocinio del sindaco Servalli – si conclude la lettera – eccolo il voto di scambio, Non è solo Polichetti, purtroppo, ma come sembra anche Maiorino – Zarrella – Agrusta – Servalli”. Tutto a firma di un “Antonio Sapere”, che mette in guardia le autorità di giustizia e militari al fine di indagare su una vicenda già nota a “radio portici” ed agli uffici di Palazzo di Città ma che mai ha trovato un oggettivo riscontro. Adesso la partecipata ed il Comune non possono più tirarsi indietro dal fare chiarezza sulla vicenda che rischia di minare la credibilità di un intero concorso e di un intero ente.




Concerto sotto un tetto di limoni

‘Largo ai factotum’ dell’Amalfi Coast Clarinet Quartet, al Maiori Music festival

Di GAETANO DEL GAISO

‘Celeste è la corrispondenza d’amorosi sensi’ fra il Ristorante ‘Pineta 1903’, situato in Corso Reggina, n° 53 del Maiorese baluardo amalfitano, e il Maiori Music Festival, rappresentantesi qui nella persona del giovanissimo direttore artistico Salvatore Dell’Isola, dal cui fecondo sodalizio germina il seme di ‘Incontri’, una rassegna musicale che interessa tutti i venerdì del mese di Luglio, a partire dalle ore 18:30, e che prende vita nel giardino superiore del ristorante, il cui connotato distintivo è quello di prender dimora al di sotto un vero e proprio cielo di limoni.  Il successo del primo appuntamento della rassegna, con protagonista il ‘Low Pressure Trio’ di Falcone, Capo e Casolaro, viene a reiterarsi e a suggellarsi nella serata di ieri, Venerdì 12 Luglio 2019, con l’Amalfitan Coast Clarinet Quartet, composto dagli eccellenti musicisti Salvatore dell’Isola, Giovanni Fusco e Paolo D’Amato ai clarinetti e Demetrio Buonocore al clarinetto basso. Il morbido paesaggio sonoro venutosi a creare, nel frattempo, intorno ad un educato chiacchiericcio e a qualche avido sorso dato ai drink che nel frattempo erano stati serviti, scortati da piccoli piatti da portata di forma rettangolare ricolmi di golose leccornie, viene vezzeggiato affettuosamente dal pianissimo del primo inciso dell’ouverture de ‘Le Nozze di Figaro’ di W. A. Mozart, che sancisce, abhinc, l’inizio del concerto. Senza, poi, interrompere bruscamente il continuum narrativo venutosi a originare nei moti turbolenti e lunatici di questo prodigioso esercizio compositivo, si prosegue con una trascrizione dell’aria ‘Largo al factotum’ da ‘Il barbiere di Siviglia’ di Gioacchino Rossini, che chiude questo primo distico dedicato alla produzione operistica classica e romantica. Segue l’esecuzione della celeberrima pièce del virtuoso clarinettista Benny Goodman ‘Bach goes to town’, ove brilla la perizia di D’Amato al solo, procedendo, poi, lungo le sferzanti asperità della letteratura musicale nord-europea, con l’esecuzione di ‘Loch Lomond’, un brano della tradizione musicale popolare scozzese, e di ‘Air Scandinave’, dello svizzero Joseph Zemp.  La seconda parte del concerto è, invece, dedicata alla produzione musicale colta ed extra-colta del ‘900, inaugurandosi con l’esecuzione di brani da ‘L’opera da tre soldi’ di Bertolt Brecht, per poi passare al ragtime di Scott Joplin con ‘The entertainer’ e, infine, a George Gershwin, e alle sue ‘Summertime’ e ‘Oh lady be good’.




Pagani, cresce l’attesa per il concerto di Giò Collano

Con il grande successo di Dimane e tre, il cantante neomelodico salernitano Gió Collano torna nelle piazze per promuovere il suo nuovo singolo. L’appuntamento con i fans è per domani sera,15 luglio a Pagani. In occasione dei festeggiamenti per la Madonna del Carmine, Collano, a partire dalle ore 21, salirà sul palco antistante l’omonima chiesa con Nando Mariano e Lucia Diamante.




Giovanni De Falco e Mozart: alla ricerca dell’ineffabile e del sublime

di Nunzia De Falco

Sabato pomeriggio mi è venuta voglia di ascoltare Mozart. Qualcosa di breve ma, al tempo stesso, capace di dilatarsi in sensazioni estese, nel suo mistero di inafferabilità: l’Adagio della scena XIX del Don Giovanni. Un terzetto di maschere, ossia Donna Anna, Donna Elvira e Don Ottavio travestiti che intonano il brano: “Protegga il giusto cielo”. Poco più di 2 minuti di misticismo sonoro immerso nella sensualità seducente e oscura dell’opera, un concentrato di spiritualità laica a cui Mozart, non a caso, fa corrispondere parole dapontiane di colloquio col divino. Un’espressione statico-estatica di catarsi e contemplazione ascetica, ispirata da sentimenti di trascendenza, come accade anche in certe pagine mozartiane di scrittura sacra. Forse quasi il richiamo ad una possibilità di riscatto che la musica suggerisce, attraverso la preghiera, a Don Giovanni, sonora speranza di cogliere un’opportunità di purificazione che non attraversa regole cerimoniali, ma viene direttamente affidata all’anima, grazie ad un conforto elettivo che è stasi, pace, immobilismo con potenzialità di actio spirituale. Attraverso l’equilibrio delle tre voci in moderato contrappunto, che funzionano come tre strumenti, supportate da un’orchestrazione ponderatissima ed essenziale Mozart, pur se attratto dalla capacità di condurre il tratto del suo segno sonoro su una condotta di pura meditazione estatica, non dimentica la dimensione terrena di chi rivolge quel pensiero fatto di musica, così affida ad Elvira, la più terrena ed impetuosa tra le tre maschere, dei piccoli interventi isolati, che si fanno ben sentire tra le volute cristalline di Anna a cui corrisponde il supporto di Ottavio anche testuale. Le cellule che emergono sono espresse in una tessitura centrale più terrena e brunita, con cui la donna pronuncia parole di vendetta per il suo amore tradito. E’ la sofferenza il motore della preghiera. Siamo uomini, ma capaci di elevarci se lasciamo esprimere il nostro io più puro, etereo, forse fanciullo. Don Giovanni, però, non è pietra grezza che si può levigare e non avvertirà la tentazione della purezza, immerso nel suo edonismo brutale; lo capiamo fin dalla battuta che segue immediatamente l’Adagio, ricavato in una piccola parentesi tra il Minuetto che lo precede e l’irruenza di un Allegro vorticoso che ci trascina di colpo in un’atmosfera terrena, promiscua. Ancor prima di riflettere sul senso drammaturgico di questa musica, erano state le sensazioni fisiche suggerite da un ascolto che evoca il “bello assoluto” a farmi amare le pagine mozartiane del terzetto e a farmele ritenere tra le più limpide mai scritte, in particolare nella versione del 1987 diretta da Muti, con regia di Strehler, presso il teatro alla Scala. Pochi minuti di ascolto capaci di “dilatarsi” in pensieri e sensazioni, in cui mi sono cullata in compagnia di due concetti che ho sentito pronunciare spesso a mio padre: “sublime” e “ineffabile”. Inafferrabili, emblemi di elevazione, capaci di interfacciarsi col divino, sono obiettivi di chi si avvicina ad una musica vissuta così come la stiamo intendendo in queste pagine. Proprio sulla scia delle riflessioni appena esposte, che hanno aperto un varco ai ricordi, il telefono è squillato: “puoi scrivere 3000 battute entro lunedì mattina per descrivere il rapporto tra Giovanni De Falco e Mozart?”. Il confine tra il caso e quelli che interpretiamo come “segni” talvolta è molto labile, ancor più se sorretto da argomenti che hanno a che fare con dimensioni di ascesi ed elevazione spirituale, a cui l’umanità talvolta anela soprattutto quando il dolore va a farle visita. Allora voglio vederlo come un segno. Senza traccia di bigottismo, ma nell’espressione di una religiosità che si nutriva anche di spiragli di laicità, papà, anima eletta capace di percepire e mettere in circolo comunicativo argomenti borderline tra l’estetica, la religione e la scienza, condotti dal fil rouge della musica, amava condividere il senso di quello che suonava con noi della famiglia, coi suoi studenti, con chiunque lo volesse. Ancor prima che arrivasse la telefonata, pensavo a tutto questo e da lì ho continuato a pensarci, frugando negli angoli della mia mente, nei momenti condivisi insieme, in cui era tutto un confrontarsi su questioni che, a partire da spunti musicologici, si estendevano oltre i limiti delle note e dei suoi linguaggi. In particolare, anni di ricerche e di studio sia teorico che pratico lo hanno visto entusiasta conoscitore ed esecutore del KV 622, per il quale volle procurarsi il clarinetto-bassetto, dopo una scrupolosa analisi filologica, sul quale articoli, interviste, conferenze non bastavano a saziare la sua voglia di occuparsene. Dei tre tempi, amava soprattutto l’Adagio: “Mozart negli adagi sapeva sempre esprimere molto, talvolta grazie all’ausilio di contrasti. Nell’Adagio del KV 622 c’è la vena malinconica del clarinetto-bassetto, più profonda della sonorità del clarinetto soprano. Quando lo suono, percepisco un effetto ancora più vellutato. Per questo Adagio, Mozart sceglie la tonalità di Re maggiore per non conferirgli tristezza assoluta, non tristezza dolorosa, ma tristezza sublime, nostalgia, elevazione dello spirito, maturazione grazie al godimento di una bellezza estatica. Non è abbandono di un io lamentoso, è esaltazione spirituale”. Non so quali adagi avesse in mente, oltre quello del KV 622, quando papà ha rilasciato questa intervista che gli fu fatta dopo una brillante esecuzione, proprio del KV 622, con l’Orchestra del Teatro “G. Verdi” di Salerno, diretta da Vincenzo Cammarano nel maggio del 2003, ma nel riascoltarlo, ho riannodato i fili di un’affinità nel nostro sentire. Non so se, tra i vari adagi, avesse in mente anche il terzetto delle maschere, da cui è partito il mio confronto elettivo con papà su questioni mozartiane, ma l’incontro tra i miei ed i suoi pensieri così, a caldo, è stata riprova di un intento comune che ancora si rivela. Per poter scrivere in compagnia del suo estro e della sua sensibilità, mi sono abbandonata, tutta la mattinata, all’ascolto delle sue esecuzioni, mozartiane e non solo. La straordinaria capacità di rendere vive le sue convinzioni, attraverso grande perizia tecnica ed incredibile sensibilità umana ed artistica, ha sempre generato ammirazione e commozione collettiva, oggi intinta di malinconia, che ci auguriamo di saper sublimare, come Mozart ci insegna. A questo si aggiungeva la voglia di superare i limiti delle possibilità in nome dell’emozione, di dissertare la comfort zone a cui spesso ci si abbandona “per non correre rischi” infatti, nel bel mezzo dell’Adagio del KV 622, quando il clarinetto resta nella solitaria elocuzione cadenzale, con un piano dolcissimo e delicatissimo, legava alla cadenza la ripresa del tema iniziale, senza prendere fiato e lasciando tutti noi senza fiato per quella dimostrazione di coraggio, tecnica, emozionalità, attraverso cui sfidava le possibilità respiratorie, senza farcelo pesare, ed indicava all’orchestra la strada da percorrere, di concentrazione assoluta per affidare le emozioni più pure alla delicatezza del sussurro. Di queste sue capacità, allenate con ore di studio, disciplina, attività fisica, di confidenza col clarinetto-bassetto, strumento complesso da padroneggiare, non faceva mistero, non teneva per sé il segreto dell’atleta che gareggia ma, con la generosità dell’allenatore che suggerisce, ne condivideva coi suoi studenti le astuzie e la maestria, non priva di immaginazione, come se le frasi avessero elocuzione, grazie alle note, espressività di un logos preciso. Esecutore di (quasi) tutta la letteratura ideata per clarinetto, è stato grande interprete delle cifrature massoniche del KV 581, lo Stadler-quintet in cui il clarinetto colloquia in “rivalità fraterna” col quartetto, sempre inserendone la prassi nel contesto storico-estetico, per non desemantizzarne i linguaggi, ma per corredare le scelte di attente, ponderate motivazioni culturali, sulla cui scia ha sempre voluto far incamminare i suoi studenti. In un lascito la cui mole rende difficile districare le informazioni, mi sono incamminata, raccontandovi solo una minuscola parte del rapporto di papà con Mozart. E’ un’eredità di suoni, alcuni dei quali rintracciabili su Youtube, altri in dischi, altri in DVD privati che spero di poter condividere ma, soprattutto, un’eredità emotiva che mi è stata trasmessa: la capacità di rendere suono un mondo interiore. Ricerco quell’ atmosfera fonica e quelle intenzioni ogni volta, quando incontro i suoni che ho sentito da lui fin da prima che nascessi: un connubio di perizia tecnica ed emotività, filtrati da intuizioni storiche e filosofiche, che riusciva a rendere musica. Il nostro mondo interiore diventa suono e quello… non si emula! Quando lo riascolto, mi sembra di essere in continuo contatto con quel suo mondo interiore, così generoso nel comunicarsi. So, allora, che non se ne è mai andato.




Partito socialista italiano, il tesseramento parte dall’Agro

di Erika Noschese

Al via la campagna di tesseramento 2019 del Psi, in provincia di Salerno. Nella mattinata di ieri, il segretario nazionale del partito Enzo Maraio ha presentato la nuova tessera del partito e la campagna di adesione del partito socialista italiano, a Nocera Inferiore. Ad entrare, ufficialmente, nella grande famiglia socialista anche Antonio Iannello, ex consigliere comunale nonché candidato alla carica di primo cittadino, nominato coordinatore cittadino del psi nocerino, ponendo così fine alla fase di commissariamento della sezione. «Puntiamo a migliorare la performance dell’ultimo anno che era di circa 20mila tessere. La sfida è fare una in più in Italia», ha dichiarato il segretario nazionale del Psi, Enzo Maraio nel corso della conferenza stampa alla quale hanno partecipato il commissario cittadino del partito e capogruppo del Psi al Comune di Salerno, Massimiliano Natella e il Segretario Provinciale, Silvano Del Duca. «Alle ultime amministrative, votavano 4mila Comuni e abbiamo aumentato, di gran lunga, la pattuglia degli eletti. C’è un assessore giovane a Pesaro, confermato il sindaco a Fano, il sindaco ad Ariano Irpino di 35 anni che per me diventa il simbolo della vittoria dei socialisti alle elezioni comunali”, spiega Maraio, che definisce la campagna di quest’anno come “un’altra storia” perché’ “dal congresso in avanti, abbiamo avviato una fase con l’obiettivo di dare gambe nuove ad una storia straordinaria di un partito che, oggi, rappresenta quello più antico della storia d’Italia presente in Parlamento», ha poi aggiunto il segretario che mira a «trasportare nel futuro idee storiche consolidate, rinnovando il partito». Nel salernitano, «la stagione di tesseramento ci sta dando già risultati importanti, abbiamo tanti ritorni di compagni storici e tante adesioni di giovani che, con entusiasmo, si stanno avvicinando a questa sfida. Nocera ne è l’emblema, dove stamattina (ieri per chi legge ndr) abbiamo registrato il ritorno di diverse persone non più iscritte ad alcun partito e che sono ritornate nel Psi». La campagna di tesseramento provinciale è stata dunque lanciata da Nocera Inferiore «per dare un segnale di attenzione in una città che storicamente è stata tra le più socialiste d’Italia e in un contesto territoriale che ha necessità di tanta attenzione della politica».




Accusata di aver ucciso la figlia insieme al marito: in carcere

di Pina Ferro

“L’omicidio lo abbiamo fatto”.“Non apriamo bocca o andiamo in galera”. Sono le frasi che si sono scambiate Giuseppe Passariello e Immacolata Monti, genitori della piccola Iolanda, 8 mesi, giunta morta in ospedale. Per quel decesso è finita in manette anche la madre della piccola. a suo carico gravissime le accuse: omicidio, maltrattamento e omissione di soccorso. Le manette ai polsi della donna sono scattate nella mattinata di ieri, da parte degli uomini della Squadra Mobile di Salerno in esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip di Nocera su richiesta dei magistrati Lenza e Loconte. A carico della donna vi sono gravi indizi di colpevolezza emersi già al momento della convalida del fermo del marito arrestato due giorni dopo il decesso della piccola avvenuto nel corso della notte tra il 21 ed il 22 giugno nell’abitazione di Sant’Egidio del Monte Albino dove la coppia viveva insieme ad un altro bimbo. Giuseppe Passariello fu ammanettato, quasi immediatamente, in quanto si era ravisato il pericolo di fuga: era stato trovato dalla Polfer sui binari della stazione di Salerno. Secondo uanto affermato dagli inquirenti non sarebbero subentrati nuovi lementi di colpevolezza, probabiolmente, se Passariello non avesse fatto ipotizzare una sua fuga, i coniugio sarebbero statai ammanettati insieme. Al termine dell’espletamento delle formalità Immacolata Monti è stata trasferita nellasezione femminile del carcere di Fuorni dove lunedì dovrebbe essere sottoposta all’interrogatorio di garanzia alla presenza del legale difiducia Enzo Calabrese, dai magistrati titolari dell’inchiesta e dal giudicie per le indagii preliminari che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare. I genitori della piccola Iolanda già quando erano stati ascoltati all’epoca erano andati in contraddizione. Ora si attendono i risultati dell’autopsia .




Toni Servillo tra cielo e mare

Stasera secondo appuntamento con la rassegna “Passaggio a Sud-Ovest” nell’anfiteatro dei Giardini del Fuenti

Di OLGA CHIEFFI

Ritorno ai Giardini del Fuenti, oggi, alle ore 21, per la rassegna “Passaggio a Sud-Ovest” firmata da Peppe Servillo e Michelangelo Busco. Dalla musica si passa al gran teatro con “Tony Servillo legge Napoli”, un mirabolante rècital, in cui seguiamo l’eccezionale attore casertano in un viaggio nella nostro particolare sentire , un viaggio dentro di sé che ci fa toccare con mano che la Campania e il suo capoluogo sono ancora oggi i luoghi rischiosi della comunicazione con il sotterraneo, la scena dove ciò che è sepolto può all’improvviso rivivere, minaccioso o benefico. Fuoco giallo e rosso del Vesuvio nelle stampe popolari, bollori sulfurei dei Campi Flegrei, cuniculi della Sibilla traforati dal cielo, fiamme delle anime purganti, grotte di Virgilio, tra breve falò di Sant’Antonio Abate: è qui, senza dubbio, che il nascosto chiede con maggiore insistenza e da più tempo di farsi luce, ed è qui che può diventare più poroso e friabile il muro che divide il “sopra” e il “sotto”, l’”al di qua” e l’ “al di là”, l’arcaico e il presente, l’immaginario e il reale, in uno psicodramma che nei secoli, è riuscito a penetrare la cultura e il suolo. La labilità di cui parla Ernesto de Martino a proposito dei contadini meridionali che vivono gli stati di possessione, può così rivelarsi come il sintomo di un antico e tenace bradisismo psichico, che, come quello geologico, non ha mai smesso di erodere la solidità del mondo della cultura popolare del Sud, con il suo culto dei santi e dei defunti, il suo Cristo eternamente sanguinante e agonizzante, la sua ossessione dello sguardo malefico e delle fatture, la sua vertigine degli oracoli, dei sogni e della Sorte. Da millenni, la terra ballerina esegue una figura alla quale Hermes psicopompo ( e Pulcinella, il suo “doppio” moderno) ha dettato il ritmo, i gesti, il senso. Ci sono giorni in cui, a Napoli, può essere difficile, in certi vicoli, aprirsi un varco nella ressa delle ombre. Toni Servillo ci fa compiere un viaggio alla rovescia, dal Paradiso di “’ A mappata” di Salvatore Di Giacomo e di de Pretore Vincenzo di Eduardo de Filippo, in cui nonostante lo schermo e il viatico del “sogno”, ci si tiene al palo del grande realismo, in un rapporto reciproco fra paradosso e quotidianità che appare basato su di un’ambivalenza nella quale gli opposti si legano dialetticamente e i confini fra illusione e realtà sono costantemente violati, ma per essere ripristinati in un movimento incessante di contrapposizione e di fusione, sino alle “Sfogliatelle” e “’A Madonna d’è mandarine” di Ferdinando Russo, per poi passare al Purgatorio dei “Fravecature di Raffele Viviani e d’ “’O vecchio sott’o ponte” di Maurizio De Giovanni, sino all’ Inferno di Mimmo Borrelli con una potente variazione sulla bestemmia “A sciaveca”, quando si dice scenne tutto o Paradiso, l’apocalisse del “Sogno napoletano” di Giuseppe Montesano e una breve storia di Napoli in “Napule” di Mimmo Borrelli, lo sguardo sulla città e il suo degrado di Enzo Moscato con “Litoranea” e i bis, “Primitivamente” di Raffeale Viviani, una versione particolarissima di “A livella” , in cui le lingue “s’imbrogliano” non si capiscono è un parlare speciale fra fantasmi, “’Nfunno” di Eduardo, in cui ritorna il rapporto forte con il sottosuolo, con i quattro elementi, il canto di “’A cassaforte”. E sì il nostro Meridione è “la terre des morts”, purchè si aggiunga subito che, qui, la morte ( e il sesso, che instacabilmente la rifornisce di oggetti deperibili) anima una vita ricchissima dell’immaginario, del mitico, del magico, del religioso, del simbolico. La Napoli dei “quartieri” è la sede di una proliferante espressività, una vera e propria foresta di segni a cui Servillo ci ha iniziati tessendo una fitta trama onirica. Continuamente stimolato e provocato alla decifrazione di ciò che sente, lo spettatore si accorge ben presto che questa è la città europea in cui teatralizzato, visualizzato e magnificato, parla da sempre e più intensamente l’inconscio, nella sua nudità più crudele e esibita o nelle sue metamorfosi più barocche, enigmatiche e perturbanti. Nell’interpretazione sopra le righe di Toni Servillo le suggestioni, le intonazioni, le evocazioni di un vernacolo, che si trasforma in un canto ora dolente, ora euforico, capace di esprimere l’eterno incanto dei sensi di Partenope, completando la memoria collettiva con il vigore ritmico e l’aggressività espressiva che si trasforma in eterna sfida.




Il successore di Tommasetti sarà scelto tra Loia e Sibilio Buona l’affluenza alle urne

di Andrea Bignardi

Stasera, con tutta probabilità, l’università degli Studi di Salerno conoscerà il suo nuovo rettore. Il successore di Aurelio Tommasetti entrerà in carica il prossimo primo novembre, eppure nell’ateneo già si attende l’esito del secondo turno elettorale che si è trasformato in un ballottaggio de facto. Dopo il ritiro dalla corsa da parte dei candidati della discontinuità (Mario Capunzo, Luigi Aprea e Genoveffa Tortora), la sfida sarà a due. Maurizio Sibilio, direttore del Disuff, quello che una volta fu il Magistero, proverà la rimonta su Vincenzo Loia, il numero uno del dipartimento di
Studi e Ricerche Aziendali, che invece rappresenta a pieno titolo la linea della continuità con la governance del rettore uscente. A ciascuno dei due candidati, per poter occupare lo scranno più alto del palazzo del Rettorato, occorrerà raggiungere la maggioranza assoluta dei votanti. Un requisito, quello richiesto in occasione del secondo turno, ben più agevole rispetto a quello del primo, in cui era necessaria la maggioranza assoluta degli aventi diritto al voto. A meno di sorprese, quindi, stasera alle 17 la comunità universitaria conoscerà il responso delle urne. Sin da ieri mattina, primo giorno di votazioni, la partecipazione è stata molto alta, a testimonianza di quanto sia avvertita la consultazione elettorale, nonostante si svolga in piena estate. L’affluenza, a chiusura dei seggi, è infatti stata elevata, tenendo conto che si voterà anche per l’intera giornata di oggi. Hanno infatti partecipato al voto – solo nella giornata di ieri – il 63% dei docenti, il 70% del personale tecnico – amministrativo ed il 52% degli studenti. Stando ai risultati del primo turno, che hanno visto Loia in testa con 466 voti seguito da Sibilio con 288, Aprea con 188 voti, Tortora con 123, Capunzo con 39, lo spoglio di questo pomeriggio, secondo indiscrezioni (da prendere comunque con la dovuta cautela) dovrebbe configurare un testa a testa tra i due candidati. Ma solo virtualmente: sia la votazione che lo scrutinio saranno infatti telematici, e quindi di fatto istantanei.

 




Scambiati per ladri e aggrediti L’incubo dei Vico Masuccio

di Erika Noschese

L’ondata di furti a Cava de’ Tirreni sembra aver generato una vera e propria psicosi. Ultime vittime, se non altro per l’ordine cronologico, la nota band salernitana Vico Masuccio: due musicisti, domenica sera, sono infatti stati aggrediti dalle ronde. A denunciarlo, attraverso un video pubblicato sui canali social il cantante Antonio Amatruda che, insieme ad altre centinaia di persone, ha espresso la sua solidarietà ad Antonio Pappacoda e alla sua compagna Laura Panico, entrambi aggrediti dalle ronde.

Antonio cosa è accaduto domenica sera?

«Sono andato a suonare accompagnato dalla mia fidanzata col gruppo Vico Masuccio, in sostituzione al loro batterista ufficiale. Io seguivo con la mia macchina il chitarrista del gruppo che conosceva la strada ma ad un certo punto come accade anche per i navigatori più precisi, ci perdiamo e torniamo indietro dove sta passando una processione tra una delle frazioni dove dovevamo suonare. A quel punto, ci fermiamo e scendiamo dalle auto per chiedere informazioni. Veniamo così accerchiati da alcune persone del posto che ci chiedono: “chi cercate? dove dovete andare? che dovete fare? da dove venite?” e rispondendo pacatamente ad ognuna delle domande ci dirigiamo di nuovo verso le nostre auto cariche di strumenti. Ad un certo punto però ci accorgiamo di essere seguiti ci mettiamo in macchina e per precauzione blocchiamo le portiere e lasciamo i finestrini chiusi nonostante il caldo. Veniamo quindi inseguiti da due o tre scooter e un’auto; la mia auto (una Station Wagon) è più pesante e stento a stare dietro la macchina del chitarrista così si interpone un uomo sullo scooter che tagliandomi la strada mi obbliga a rallentare, ma riesco a sorpassarlo. Nel fare il sorpasso lui mi intima di fermarmi e di scendere dalla macchina e comincia a dare a pugni contro il mio finestrino e calci alla portiera».

Poi cosa è successo?

«”Chiama G. (il chitarrista) o la polizia” urlo alla mia compagna; poi arriviamo ad un semaforo rosso, che non rispettiamo per la troppa paura e arriviamo sul posto dove suonare dove troviamo i vigili ai quali chiediamo aiuto. Nel frattempo ci raggiunge la ronda – continuando a non capire il perché veniamo aggrediti. In 5 tentano di forzare le portiere, prendendo a pugni il parabrezza e i finestrini da entrambi i lati, coinvolgendo e terrorizzando la mia compagna. Tutto accade in fretta, i vigili intervengono cercando anche loro di capire e sedare gli animi. G (il chitarrista) scende dalla sua auto e dice agli aggressori “siamo musicisti, ci hanno chiamato a suonare” e a quel punto i vigili spiegano alla ronda che siamo musicisti, intimando di smettere di aggredirci (continuano imperterriti a dare pugni sui finestrini) perché non c’entriamo nulla con furti e scassi nella zona, “ma qua a capa c’ fa mal, c’eta capì” sono le uniche parole che capisco e scappano. E’ tutto finito ma è durato un’eternità, rimaniamo chiusi in macchina e nel frattempo ci raggiungono anche gli altri musicisti. Passano venti minuti e restiamo blindati in macchina, non riusciamo a fidarci di nessuno e vogliamo solo tornare a casa e lasciarci tutto alle spalle».

Come tu stesso hai dichiarato in un video pubblicato sui social non è stato facile esibirti quella sera. Come state tu e la tua compagna ora?

«I ragazzi ci tranquillizzano, ci dicono “ormai non torneranno, hanno capito” e solo dopo veniamo a sapere che questa era una ronda provocata dai vari episodi di furto nelle case dei quartieri di Cava. Ora stiamo bene ma è difficile tornare alla normalità. La mia compagna prova ancora molta rabbia».

Agirete per vie legali?

«Non è da escludere, ma stiamo valutando le condizioni per poterlo fare». Hai già anticipato però che non hai nulla contro le persone di Cava. Ci torneresti? «Da musicista mi reco a Cava quasi una volta alla settimana ed ho sempre girato per le vie del centro senza la sicura alle portiere. Come ho già detto ho molti amici a Cava, ci vivono persone straordinarie, piene di idee e cultura, e non stanno mai con le mani in mano, cercando di migliorare il territorio attorno a loro. Non credo che si debba giudicare un posto da quello che accade nei piccoli borghi periferici».

Ora che tutto è finito, vuoi lanciare un messaggio?

«Mi sento di aggiungere solo una cosa: oltre al ritorno alla normalità e alla tranquillità quotidiana, vorrei provare a lanciare un messaggio il più possibile vicino a queste persone: posso capire la disperazione che molta gente sta vivendo ultimamente, ma tutto questo non giustifica la violenza e la rabbia con cui siamo stati aggrediti. Inoltre, se fossero riusciti ad aprirci le portiere e solo dopo averci pestato, cosa avrebbero fatto una volta capito che noi – in quanto musicisti – non c’entravamo niente con i furti di cava? Pensare è più difficile e faticoso che cercare di rompere un vetro a pugni».