Caso Ideal Standard, l’addetto ai forni: “Dal 2005 attendo una risposta dall’Inail e dall’azienda”

Scritto da , 10 dicembre 2015

di Andrea Pellegrino

Dal 2005 attende dall’Ideal Standard e dall’Inail una risposta sul riconoscimento dell’esposizione all’amianto durante il suo servizio presso il dismesso opificio salernitano. Ma da allora nessuna risposta, positiva o negativa che sia, è arrivata. Nulla di nulla per Teobaldo Cardaropoli, dipendente dell’ex Ideal Standard dal 1986 fino alla chiusura dello stabilimento. Insieme agli altri colleghi conduce la sua battaglia per vedersi riconosciuti i benefici destinati alle persone che sono state esposte all’amianto. Lui, non è nel gruppo richiamato dalla società Sea Park dopo la chiusura dell’Ideal Standard. Il suo contratto di lavoro è terminato con la chiusura dei cancelli della fabbrica della zona industriale di Salerno. In fabbrica ha svolto diverse mansioni: da operaio colatore e “jolly” di vari reparti, fino ad approdare alla conduzione dell’impianto dei forni.
«I forni erano due – racconta il signor Cardaropoli – dove entravano circa 25 vagonetti. Tra i tanti compiti che ho avuto c’era anche quello di gestire la manutenzione delle corde vagoni, fare pulizia dei pezzi e posizionamenti degli stessi ogni qualvolta si spostavano sui binari. In tutto questo sono stato a contatto anche con la sabbia silicea». Ed al centro delle verifiche che i legali degli ex dipendenti chiedono con forza ci sono anche le “corde” utilizzate nel settore forni: corde che dovrebbero essere composte, a quanto pare, anche da amianto. «La corda – spiega Teobaldo Cardaropoli –  si tagliava con un coltello poi la si posizionava nell’incanalatura con un martello morbido. Per fare tutto ciò avevamo a disposizione una mascherina usa e getta per la protezione ed un paio di guanti. Questo andava fatto su tutti i vagoni dove la cordina andava in usura, altrimenti i vagoni potevano rimanere incastrati tra loro. Sia le corde usurate sia le nuove erano posizionate al centro dei forni in dei contenitori aperti».
Quanto all’amianto, Cardaropoli spiega: «Lo stabilimento aveva una copertura in amianto che si presentava danneggiata in molti punti, soprattutto all’altezza dei forni perché venivano manomessi in continuazione con tagli per permettere la fuoriuscita di tubi di areazione ogni qualvolta c’era da apportare modifiche nuove all’impianto stesso».

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