Caso Crescent, il fronte del sì

Scritto da , 17 gennaio 2014

Se la prossima scadenza del caso Crescent arriverà con la decisione del Tribunale del Riesame il giorno 20 gennaio sul dissequestro o meno del cantiere di Piazza della Libertà, a noi premeva sondare gli umori delle due categorie professionali, architetti e ingegneri, che in qualche modo avessero anche i requisiti “tecnici” per esprimersi in proposito. La sorpresa è stata la nostra nel renderci conto che il dibattito sull’argomento si è talmente esasperato da creare una specie di cortocircuito paranoico in cui è stato quasi impossibile trovare tra loro qualcuno disposto a esprimere la propria opinione, peggio ancora stranamente se favorevole, autorizzandoci a riportarne il nome. Insomma una sorta di timore eventuale, in caso di parere negativo, di purghe staliniane da parte di De Luca che pure non ha mai contribuito a smorzare i toni e per carattere e per scelte amministrative; oppure, in caso di parere favorevole, di pavidità a schierarsi in qualche modo casomai gli eventi successivi non dovessero dar loro ragione. Perché la questione Crescent prima ancora che intervento urbanistico, prima ancora che opera architettonica che trasformerà la città, è diventato un caso politico dove si sa che le lotte avvengono ultimamente senza esclusione di colpi. Certo il momento è delicato date le implicazioni giudiziarie, ma questo riguarderebbe al limite le istituzioni, e le persone, coinvolte in decisioni giuridiche e non certo i semplici cittadini, fossero pure ingegneri e architetti. Detto questo l’architetto quarantasettenne Emiddio Amato non si è sottratto alla nostra sollecitazione. Cosa pensa del Crescent da addetto ai lavori? Prima di entrare nel merito, se sia bello o brutto ammesso che sia facile darne un giudizio estetico, credo che sia stato un intervento urbanistico necessario che ha restituito un pezzo della città alla fruibilità dei cittadini, laddove prima c’era solo degrado e che era sostanzialmente inutilizzato. La città potrà insomma usufruire di una area prima inaccessibile. Poi si può discutere del tipo di struttura e il metodo con cui è stato portato avanti il progetto; è che in Italia c’è la tendenza a parlare molto e a fare poco. Io dico che una volta finita l’opera, una volta che gli spazi verranno utilizzati si potrà giudicare la valenza dell’opera, quando cioè la città lo avrà assimilato, fatto propri perché è lì che si valuta la consistenza di un intervento urbanistico. Ma a lei piace il Crescent? Su questo ci sarebbe molto da ragionare. Qualsiasi opera di trasformazione urbana come il Crescent e Piazza della Libertà suscita commenti anche fortemente contrastanti. Per me è un intervento che identifica bene la carriera dell’architetto Ricardo Boffill chiamato a progettarla. La questione è semmai se fosse opportuno un progetto architettonico di Boffill a Salerno. Anche in questo caso mi riserverei un giudizio a opera finita; è solo allora, come dicevo prima, che qualsiasi intervento che trasforma una città può misurare la propria portata. Non dimentichiamo però che Boffill è pur sempre un architetto di fama mondiale. Ora grazie a Piazza della Liberto vedremo riallacciare questa zona al Lungomare con una terrazza vera sul mare, quel mare che ritornerà ad essere valorizzato e costituirà nuovamente e meglio l’elemento di identificazione di Salerno. Prima c’era una sorta di tappo al Lungomare, ora la passeggiata verrà ricollegata al porto riqualificando un’area degradata e abbandonata a se stessa. Così la Stazione Marittima, il Crescent diverranno realmente elementi di attrazione in Europa grazie ad interventi urbanistici che stanno finalmente vedendo la luce.  Non pensa che un’opera di tale impatto avrebbe avuto bisogno di un consenso più ampio? Detto in soldoni certe decisioni vano affrontate con un certo decisionismo altrimenti non si fa nulla. Il confronto è giusto ma poi se non si opera si rimane sempre fermi. Qui si tratta di un recupero urbanistico che porta a compimento un processo incominciato venti anni fa con l’architetto Oriol Bohigas. E gli interventi giudiziari? Non voglio entrare nel merito; la giustizia faccia il suo corso anche se finora non mi sembra abbia rilevato granché. Assolve esteticamente il Crescent? Diciamo che mi riservo di valutarne la portata a opera finita, quando i cittadini la utilizzeranno. Piuttosto provocatoriamente non mi viene da chiedermi come Boffill si sposi alla città o come Zaha Hadid si.

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1 Commento

  1. Enzo De Simone

    17 gennaio 2014 at 06:57

    Il Crescent è brutto o bello? Si può ridurre la questione ad una domanda così banale? Credo proprio di NO. Ci dovremmo invece domandare dell’opportunità o meno di effettuare un intervento così invasivo sul paesaggio e così distruttivo del territorio che resta tale anche rispetto alla banale, anche in questo caso, osservazione dello stato precedente. L’abbandono ed il degrado dell’area era la conseguenza di scelte politiche precedenti non colpa dei cittadini di Salerno che ne richiedevano da sempre la bonifica e la valorizzazione; questo non e non deve assolutamente giustificare metodi ed opere che contrastano sia con l’ambiente sia con la volontà popolare che non è stata mai chiamata ad esprimensi in tal senso. Per parlare di metodo analogie possono ritrovarsi nelle bonifiche dell’agro pontino effettuate nel fascismo dove trasferimento di intere popolazioni ed opere di trasformazione in totale contrasto con l’ecosistema furono giustificate con la preesistente presenza delle paludi. “Era meglio prima?” diventa quindi una domanda che dovrebbe offendere l’intelligenza di qualsiasi persona in quando esclusiva e limitativa perchè le risposte a “cosa avrebbe potuto essere” ed a cosa “potrà essere” possono essere infinite.
    Le città, infine, si progettano in laboratorio, spesso senza nemmeno vederle e studiarle solo dopo l’avvento dello show-business delle Archistar; il loro marchio, il loro logo, l’intero apparato promozionale e pubblicitario di cui sono dotati oscurano di gran lunga l’opera da effettuare. Nel caso del Crescent è ancora più evidente dove a fronte di una fama indiscussa del proponente è stata concessa la possibilità di inserire sul territorio un’opera “copia-incolla” senza tenere assolutamente conto di dove si andava a collocare. Quell’opera, ragionando solo nei termini di “bello o brutto” o di “degrado”, poteva “essere messa” anche a Piazza della Concordia, alla foce dell’Irno o anche sulla pineta del Masso della Signora.
    La mia idea iniziale su questo lungo dibattito sul Crescent riguardava e riguarda ancora il problema “politico”. In tal senso tutto l’apparato della rappresentatività ha mostrato i suoi limiti ed i suoi peggiori aspetti. Al cittadino non è possibile, nello schema attuale, esprimere nessuna volontà in quanto privato degli strumenti necessari. La delega è totale come nelle peggiori forme dittatoriali senza nessuna possibilità di distinguo o di revoca su singole specificità. Accade così che si possa creare un forte consenso sull’amministrazione dell’ordine pubblico o sulla viabilità tanto per fare degli esempi ma non sul Crescent o su altri preannunciati intervento di cementificazione ma non esiste nessuno strumento perchè queste due distinte espressioni possano manifestarsi. Il potere diventa così esclusivo e totalitario ed è quello che è accaduto a Salerno con il Crescent. Un piccolo laboratorio politico davvero preoccupante e raccapricciante!

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