Cartolina dall’inferno

Scritto da , 25 gennaio 2015
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L’attesa, il gelo, il silenzio la chiave di lettura di “Di sola andata”, musicazione in scena al Museo dello sbarco di Salerno sino al 27 gennaio

Di OLGA CHIEFFI

L’attesa, il gelo, il silenzio avvolgeranno quanti sino al 27 gennaio, riusciranno a partecipare alla musicazione di Giancarlo Turaccio, “Di sola andata”, in scena al Museo dello Sbarco di Salerno, ospite di Eduardo Scotti e Nicola Oddati, con due repliche quotidiane alle 19 e alle 20,15. Il Conservatorio Statale di Musica “G.Martucci”, con il suo docente di composizione, i collaboratori della classe di elettronica Pantaleo Leonfranco Cammarano, che dalla sua Camerota, ha preparato anche il coro “Kamaraton Cantus”, Stefano Lombardo, l’ensemble strumentale composto dalla voce di Eleonora Claps, il clarinetto di Giovanni Liguori, la viola di Giuseppe Giugliano, il violoncello di Gaetano Santucci e le percussioni di Lucio Mele, in sinergia con il regista Andrea Carraro e lo scenografo Peppe Natella, gli attori Matteo Amaturo , Vittorio Di Fluri, Carlo Orilia, Cinzia Ugatti e Mimma Virtuoso, i quali hanno interpretato un percorso verbale di Josè Elia e Paola Eugenia Ferrari, hanno offerto alla cittadinanza la rappresentazione di una realtà che è quella della partenza per i campi di concentramento nazisti, spesso verbalmente indicibile, traducendo in modo diretto ed esplicito il viaggio verso il nulla. La pantomima si impone quando la parola può diventare insufficiente, nel momento in cui il discorso verbale crolla, bisogna tentare l’ “infinito eccesso”, che è quello dell’arte. La gestualità e il mimodramma presentano allora l’interesse di proporre un senso al di là delle parole, e di esprimere la sofferenza del corpo, la violenza subita. Lo spazio acquista in quel modo una grande importanza perché materializza, con la distribuzione dei luoghi, la natura dei destini di ogni deportato: gli uni avanzano verso una possibilità di sopravvivvenza, gli altri verso il nulla. Questa messinscena è efficace perché esplicita: fin dall’inizio, nel parcheggio del museo, la luce sfuma progressivamente a zero per evocare la scomparsa progressiva dei personaggi. L’oscurità e la luce sottolineano anche la dimensione drammatica e inversamente, la luce privilegia spesso gli episodi ricchi di senso e di umanità: non è raro che la scena sia immersa nell’oscurità ma che un fascio di luce ne illumini una parte in cui si scopre allora un gruppo di deportati in cui l’umanità persiste, in momenti di sollievo, di ripensamento, oppure di solidarietà o di comunione, così rara. Basta pensare al momento quasi sacro in cui il coro canta, brani dell’Ave Verum di Edward Elgar, rigorosamente a cappella, in una specie di processionale, in un silenzio irreale e rassegnato. Così, nello stesso modo in cui gli oggetti simbolici, pale, bombe, elmetti, sono disposti sulla scena per rappresentare visualmente l’universo concentrazionario, sino all’odore delle foglie di platano marce, alla stessa stregua rumori di fondo suggeriscono allo spettatore una realtà dolorosa. Tramite un’ installazione sonora, gli effetti sonori si impongono spesso in modo molto aggressivo, in esterno, così come la musica composta per l’occasione è ispirata ai suoni reali del campo, abbiamo diverse pagine che evocano il fracasso degli sportelli del treno spalancati violentemente  il sibilo del vento gelido, l’azione delle bielle che muovono le ruote dei vagoni, o ancora il rumore dei passi chiodati delle SS, oppure lo sbattere nella notte delle porte delle baracche tutte sonorità che simboleggiano l’assurdo, la violenza, l’esperienza abnorme della deportazione. L’animalizzazione progressiva del detenuto, che a poco a poco, immerso nell’orrore del lager, non parla più e non proferisce che suoni di dolore, un clarinetto che ricerca il tono è l’ancia del ricordo, le percussioni che evocano le gammelle vuote e i rumori dei cucchiai, il cello dal canto umano. “Di sola andata” si arricchisce così, di una riflessione sul segno linguistico. Su questo piano, la confusione delle lingue, occupa un posto molto importante nello spettacolo perché permette di sottolineare l’importanza del linguaggio come veicolo di umanità e di solidarietà e, a contrario, con la mancanza di lingua comune, un’assenza tremenda di comunicazione, ma c’è  il coro che lo sostituisce e che ha così il compito di universalizzare la realtà della deportazione, rinnovando e reiterando attraverso una moltitudine di voci i testi scelti. Spazialmente vicino al palcoscenico, il pubblico è così fisicamente preso come testimone, in modo sistematico. Di fronte a un coro, a qualche metro da lui, lo spettatore è in grado di sentirsi più implicato degli artisti che, da parte loro rimangono nella loro solitudine e nel loro mondo interno. Dopo un valzerino in stile weilliano firmato da Gaetano Santucci, speziato di ironia, poesia, con quel gusto amaro dell’indistinto o del dissoluto, si monta sul vagone piombato: la chiusura del portellone è un vero schiaffo sul volto dello spettatore: “Meditate che questo è stato, (…) tutti coloro che dimenticano il loro passato sono condannati a riviverlo.” (Primo Levi).

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