Caligola: la tragedia dell’intelligenza

Scritto da , 11 marzo 2018

Questa sera, alle ore 19, il Teatro del Grimaldello chiude sul palcoscenico del Teatro Nuovo l’ VIII edizione della rassegna Atelier

Di OLGA CHIEFFI

Il finale dell’VIII edizione di Atelier Spazio Performativo, dedicata alla mise en scene de’ “il corpo” sulla scena è stata affidata al Teatro del Grimaldello che proporrà questa sera, alle ore 19, sul palcoscenico del Teatro Nuovo, il Caligola di Albert Camus. Quella del terzo imperatore romano Caligola, noto per la sua stravaganza, eccentricità e depravazione, di cui le fonti storiche trasmettono un’immagine di despota, è una storia affascinante che ha spaventato più generazioni di attori e di registi. Albert Camus fa di Caligola un eroe romantico che tenta di conseguire l’impossibile. Per ottenere questo si immerge in un abisso di disperazione e di vizio sfrenato. Caligola spera di trovare un “regno di libertà senza limiti” e per riuscirci non risparmierà nessuno rifiutando ogni sentimento umano, tranne il servilismo e la crudeltà. Questo porterà quanti lo circondano a temerlo e a odiarlo, cosicché Caligola lentamente, ma inesorabilmente, li spingerà a diventare i suoi assassini, orchestrando in tal modo la sua stessa morte. I sottili risvolti psicologici si materializzeranno sul palcoscenico grazie ad Antonio Grimaldi, anche nel ruolo di regista che dirigerà Francesco Alfinito, Gemma De Cesare, Cristina Destro Cappellano, Gabrix Orilia, Andrea Torrere e Alfonso Tramontano Guerritore. Il dramma inizia con il funebrismo di Caligola, egli cade in disperazione per la morte della sua amata Drusilla; tornerà a Roma dopo tre giorni di assenza con una nuova (infelice) coscienza. “Questo mondo così com’è non è sopportabile. Muoiono gli uomini, e nessuno è felice”. Dinanzi la consapevolezza di un destino mortale, davanti la “sanguinante matematica che regola la nostra condizione” che d’improvviso si manifesta il senso dell’Assurdo. La coscienza dell’Assurdo in Caligola, infatti, è destata proprio dalla morte della sua amata sorella. “[…] Come poter continuare a vivere con le mani vuote quando prima raccoglievano l’intera speranza del mondo?“ Mettersi d’accordo con la vita. Fornirsi delle ragioni, scegliersi un’esistenza pacificamente riparata, non è per Caligola. L’intera speranza del mondo, generata dall’amore per Drusilla, improvvisamente si spacca, in un’aria di torbida meccanicità non sarà più possibile riconciliarsi con il mondo; l’uomo assurdo nel Caligola camusiano acconsentirà a una spietata lotta fra sé e la propria vita, fra sé e il mondo. “E’ ridicolo pensare che l’amore possa rispondere all’amore”; e dunque, dopo la perdita della sorella, ormai caduto in una disperazione inconsolabile, Caligola cercherà vendetta, in un malevole impasto di crudeltà e di desiderio funesto, cercherà colpevoli, sangue, vittime; bramerà la libertà e il potere assoluto. “Voglio la luna”, esclamerà, nell’umana esperienza di apertura al’impossibile. “Il mondo così com’è fatto non è sopportabile. Ho bisogno della luna, o della felicità o dell’immortalità, di qualcosa che sia demente forse, ma che non sia di questo mondo”. Ma la luna o meglio: il contatto con l’elemento naturale che gli annienti il tormento e lo riconcili col mondo non esiste, così come non esiste la libertà, e l’unica possibile è quella del condannato a morte, perché ormai tutto gli è indifferente al di fuori del colpo che farà scorrere implacabilmente il suo sangue. “Quando non uccido nessuno mi sento solo. I vivi non bastano a riempire l’universo e vincere la noia”; nell’inferno di criminosi delitti la tragedia ormai volgerà inesorabilmente al termine, e alla fine del quarto atto Caligola verrà ucciso; morente, singhiozzante, riderà – forse finalmente libero dalla dannazione. Ecco il potere dei nostri giorni, sempre più una macchina celibe, la quale, senza neanche il bisogno di nascondersi dietro un volto o un’idea ben determinati, celebra la propria nuda volontà di potenza. È un potere insomma sempre più acefalo e pervasivo: pura, mostruosa tecnica che ha meno bisogno di incarnarsi in singole figure mitiche quanto più risulta polverizzata viralmente in ciascuno di noi. È la macchina, il terribile guscio vuoto, che bisogna combattere, non l’uomo – ecco il messaggio che possiamo leggere nei deliri dell’imperatore folle di Camus. La dannazione di Caligola nasconde un sogno dentro un incubo: da qualche parte, sempre più lontana ma ancora intatta, riposa la chiave per il nostro affrancamento.

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