Caligola: follia e annientamento

Scritto da , 18 marzo 2018

Intensa interpretazione di Antonio Grimaldi del capolavoro di Albert Camus che ha chiuso l’VIII edizione di Atelier

Di ARISTIDE FIORE

La rappresentazione del “Caligola” di Albert Camus andata in scena al Teatro Nuovo di Salerno, a conclusione dell’VIII edizione di Atelier Spazio Performativo, che quest’anno ruotava intorno al tema della corporeità, si è distinta per una interpretazione molto intensa di Antonio Grimaldi, che ne ha curato anche la regia. Condensare il dramma sul solo personaggio principale ha messo in risalto la solitudine del sovrano davanti al dolore e anche quella del mostro che ha scelto di essere. Il suo stesso corpo è il palcoscenico sul quale si rappresenta la sua parabola. Si intuisce una specie di auto satira, nel volto dipinto sulle terga: occhi che guardano le spalle e scorgono insidie e tradimenti ovunque; bocca intenta a emettere, apparentemente senza controllo, decreti terribili, assurdi e spietati, che sarebbero imbarazzanti prima di tutto per chi li emana, se non si trattasse dell’imperatore. Una maschera grottesca gli copre il basso ventre: perso per sempre l’amore, il sesso è una burla di cattivo gusto, un’altra arma per offendere e umiliare. Il dolore esibito sembra essere solo una pallida imitazione di quello interiore. È un’ostentazione rivolta a un pubblico ipotetico, quel suo posticcio cuore trafitto, così come gli elettrodi, i tubi che gli costellano il petto e il lavacro di sangue. L’eccesso e la provocazione sono la cifra dell’eccentrica tenuta dell’imperatore. Egli è tuttavia nudo, perché tutto nasce da un male di vivere generato da un vuoto incolmabile: lo denuncia la voce sofferente, spesso flebile, che si esprime a intervalli, intercalata da pause, come se venisse fuori a stento, da un morente. Caligola piange Drusilla, la sorella e amante prematuramente scomparsa. Il ricordo di lei è un’ossessione, che in scena si manifesta attraverso la moltiplicazione delle apparizioni del suo spettro. Il ricordo di ciò che ne rimane, un corpo in disfacimento, è lo sprone che provoca il risveglio, un’insana rinascita segnata dalla follia. Gli affari di stato sono poca cosa, per chi ha “tenuto fra le braccia la speranza del mondo”. Non resta che un meccanismo cieco, ormai asservito a una volontà distruttrice. Gli altri, il popolo, vivono i loro amori, tra difficoltà e contraddizioni, invecchiano insieme e muoiono. La distanza incommensurabile tra loro e il sovrano è resa manifesta da un reticolo che li separa dal proscenio e che solo pochi possono scavalcare a fatica, piegando la schiena. Dall’alto, dallo stato fatto uomo, non arrivano che minacce e tormenti. Una specie di “coro muto”, impersonato da Francesco Alfinito, Gemma De Cesare, Cristina Destro Cappellano, Gabrix Orilia, Andrea Torrere e Alfonso Tramontano Guerritore, accompagna il protagonista nel suo percorso verso la follia e l’annientamento e passa in primo piano quando la parola cede il passo all’immagine. Sono ora i suoi pretoriani, ora la sua corte. Le fattezze scimmiesche dei volti sembrano sottolineare il divario tra loro e un uomo determinato a trascendere ogni limite e fondare sulla massima abiezione la sua apoteosi. Il solo modo di assomigliare agli dèi è essere terribile come loro. Giunta al colmo l’ostentazione di un potere assurdo, talmente grande e incontrastato da vanificare sé stesso, l’odio prevale sulla paura. I pretoriani pongono in atto la congiura definitiva, l’unica liberazione possibile per entrambe le parti in causa. È tempo di raggiungere Drusilla, reclinare il capo e morire, cullato da un fantasma.

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